“GIORNO PIACEVOLE, TRANQUILLO” di Arturo Paoli
Questa
pagina di diario di fratel Arturo è tratta dal libro “Vivo
sotto la tenda” (San Paolo, 2005). Nel 1983, in Venezuela
a Caracas, Arturo annota giorno per giorno la cronaca della
vita quotidiana che lui conduce, insieme alla sua piccola
fraternità. Il suo sguardo è illuminato da due tensioni: la
celebrazione dell’evento cristiano del Natale e gli avvenimenti
sociali e politici del continente latino-americano. I due
poli della sua fede e della sua azione.
24 dicembre 1982 – Gesù mi dice: alza il tuo
sguardo su me e contemplami a lungo. Tu non sei tuo, che diritto
hai di decidere su te, sul tuo tempo? Solamente nell’epilogo
ti sentirai atterrito pensando a tutto il tempo perduto, a
tutte le tue vere distrazioni che ti hanno impedito finora
di essere quello che Io vorrei che tu fossi: Io ti avviso
ogni giorno: per esempio, la lettera di Roberta, e quella
di Anakacachi non ti dovrebbero bastare? Signore liberami,
miracolosamente, delle forze che operano selvaggiamente in
me.
25 – Giorno piacevole, tranquillo. Sottoscrivo
le parole di Balducci. C’è un misticismo di ritorno che rimette
in circolazione pratiche e simboli un tempo perfettamente
conformi all’equilibrio fra l’uomo e natura e società, ma
oggi nient’altro che schermi di camuffamento dei ripiegamenti
individualistici e del declino del senso di responsabilità
di fronte al comune travaglio.
27 – Oggi ho parlato ad un gruppo di suore dell’amicizia,
perché la festa di San Giovanni mi portava a questo tema.
Mi sentivo un po’ male, perché una o due, mi pare non abbiano
scoperto il cammino dell’amicizia. La vita religiosa è troppo
“interna”, troppo diretta alla sua autoconservazione. Bisogna
che il popolo la invada come un fiume in piena.
28 – Pensato molto alle madri argentine della
piazza di maggio. Rachele che piange sui suoi figli. La Chiesa
ufficiale per non dispiacere a Erode non si è unita al loro
lamento. Quando si prevedono delle decisioni motivate dalla
opportunità politica, si va necessariamente contro il Vangelo.
29 – Stasera invito a cenare con l’ambasciatore
del Nicaragua. Ho ricevuto una lettera molto triste da Alfonso:
bisogna pregare per lui. Un giovane venezuelano mi ha chiamato
all’1 della notte nel collegio dove dormivo (Stella Matutina);
non mi hanno voluto disturbare. E la suora che ha ricevuto
la telefonata mi ha detto che aveva la voce piena di angoscia:
“Ma a quest’ora non si disturba”; la verità è che le suore
hanno paura!
30 – Uno degli equivoci del nostro tempo, è
quello di pensare al Nicaragua come un paese marxista. Alla
cena dell’ambasciatore eravamo solo, o almeno in grande maggioranza,
sacerdoti. L’ambasciatore Roberto Leal delizioso. Sono passato
in cucina dove l’ambasciatore preparava la cena: tutto semplice,
umano, familiare, niente etichetta. Di lì siamo usciti con
l’impressione di come dovrebbe essere la società.
31 – L’anno finisce fragorosamente. Lo spettacolo
della nostra casa è magnifico, luci e fuochi da tutte le parti.
Rientro con la giacca insanguinata. Ho incontrato un giovane
ferito in mezzo alla strada: le macchine passavano schivandolo,
e nessuna si fermava. A stento l’ho messo sul marciapiedi.
Mi ha detto che lo fanno fatto bere, che è studente e operaio
e non voleva lasciarmi andare; ma nell’ubriachezza si dimostrava
molto nobile. Mi hanno detto che se passava la polizia mi
arrestava. Non mi sarebbe piaciuto tanto passare l’anno in
prigione.
1° gennaio 1983 – Abbiamo ieri notte, prima
di visitare gli amici, celebrato la messa noi due soli, Juan
e io. Abbiamo fatto una bella revisione di vita e ci siamo
assolti reciprocamente. Come sarà quest’anno? Affidiamoci
a Dio. Signore dacci la fede per vivere con coraggio, speranza
e chiarezza.
IL NATALE
PIU’ BELLO
Ho sempre pensato con molta tristezza
al fatto che la Chiesa abbia affidato l’evento della discesa
del Verbo all'ultimo posto, il più povero, il più solitario,
a un carnevale scatenato come quello organizzato dai nostri
antenati romani per festeggiare il solstizio d'inverno. L'attuale
stagione consumista riproduce il carnevale romano fino alla
nausea. Ripenso ai pranzi natalizi celebrati con i poveri
insieme ai miei fratelli; ma un anno, forse l’ultimo che ho
trascorso in Brasile, non potevo pensare a riprodurli. La
messa della notte, secondo la consuetudine si celebrava alle
21. Occasionalmente mi trovavo solo nel pomeriggio. Avevo
nel cassetto una tovaglia molto finemente ricamata da mettere
sul tavolo della celebrazione eucaristica. E misi in moto
la mia fantasia e allestii una piccola mensa per due persone.
Pensavo come difendermi da tanti inviti, davvero tanti, a
passare le ore delle notte intorno alla tavola imbandita,
mi venivano in mente i "25 dicembre" che albeggiavano
su una giornata triste, banale e mi facevano tornare ai versi
del Leopardi : "Doman tristezza e noia recheran le ore
future". Finalmente sciolto da tante insistenze con il
pretesto che stavo aspettando un ospite importante che ritardava
a giungere, mi sedetti alla tavola davanti all'Ospite invisibile.
Le due candele accese brillavano come dei grossi lampadari.
Mi sentivo invaso da una tenerezza immensa; non ero solo e
pensavo pieno di gioia alla tristezza di tante solitudini.
Vi pensavo non dalla situazione di uno saziato, ma di uno
liberato. E per questo sentivo come la mia gioia non era inquinata.
I due bicchieri contenenti un po' di vino rosso tintinnavano
allegramente. C'erano tutti gli amici: i vicini e i lontani.
Facevo scendere sulla comunità un dono che sicuramente non
ero riuscito mai a offrire: mettevo nell'allegria carnevalesca
quella gioia capace di oltrepassare la frontiera dell'alba.
Il sole splenderà giocondo dissipando "la tristezza e
la noia". Il ricordo di questo Natale non si cancellerà
e vorrei mi accompagnasse all'ultima frontiera.
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