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DIVENTARE COME BAMBINI - di Arturo Paoli

Chi è il bambino? è un soggetto di bisogno, credo che non si possa definire con maggiore esattezza di così. Penso che se tutti gli uomini si trasformassero per un evento inimmaginabile in esseri di bisogno, si arresterebbe improvvisamente ogni forma di progresso. E questo risultato sembrerebbe in contrasto col senso dell’esistenza cristiana che è riposto nella carità. La carità è una relazione fra il bisognoso e chi si prende cura di lui. E in questa relazione appare più importante il soccorritore di colui che riceve questo soccorso. Nella parabola del buon samaritano, la persona additata come modello è senza dubbio il soccorritore, ricco di iniziative, che non trascura nessun dettaglio, perché il malcapitato ridotto all’estrema impotenza in attesa della morte, possa tornare in vita. Quale modello di essere uomo pensava Gesù quando ha affermato come esigenza per entrare nel regno dei cieli il ritorno all’infanzia? Intanto mi fermo un momento a chiarire il senso dell’espressione “Regno dei Cieli” che parrebbe alludere in questo contesto alla visione beatifica cui sono ammesse le anime separate dai corpi. Ma si può pensare anche al senso più esteso che nel vangelo ha questo messaggio di Gesù. Il ritorno all’infanzia come conversione non può essere pensato che nel tempo dell’esistenza qui sulla terra. Avvicinandomi quasi al secolo di vita mi pare che questo stato di bisogno possa essere raggiunto molto spontaneamente nella condizione senile o in quelle malattie che privano la persona di ogni autonomia. Queste situazioni parrebbero rendere facile l’accettazione lieta e spontanea del bisogno dell’altro proprio dell’infanzia. Per esperienza personale affermo che l’accettazione di questa impotenza non è così facile e spontanea. È chiaro che offre l’occasione per una manifestazione di tenerezza e un intervento di carità che dimostrerebbe raggiunta quella condizione di cui parla Gesù in forma addirittura splendida. Occorre un atteggiamento di gratuità nel soccorritore e una accettazione senza limite del soccorso per cogliere in questo episodio un segno di vera maturità spirituale. Ed è solo questa la condizione per ritornare a quell’infanzia di cui parla il vangelo come qualità necessaria del discepolo. Non è certo lo stato di tristezza, di cupa malinconia, di nostalgia di tempi che non ritornano più quello che costituisce un ritorno alla gioia spensierata del bambino fra le braccia di Gesù. Per il processo dei santi esiste una specie di codice scritto cui si deve confrontare il comportamento del credente in esame. Anche il nome, causa di santificazione, ci richiama a un tribunale da cui si attende una sentenza su questa persona che deve avere esercitato tutte le virtù nel suo tempo. Non c’è nulla di più ambiguo della cosiddetta virtù. La stessa parola virtù indica una qualità virile, una dimostrazione di forza e di resistenza alle avversità, mentre il bambino è un soggetto di bisogno, di povertà, di impotenza. E questo appare nella vita della piccola Teresa di Lisieux. Ma pensando a Francesco d’Assisi o a Teresa d’Avila ci appaiono persone di una grandezza che quasi sgomenta chi vorrebbe entrare nel cammino del discepolo. È possibile trovare questo spirito d’infanzia in quei soggetti che fanno pensare più a condottieri coraggiosi, superuomini che affascinavano Machiavelli, che agli umili portati al macello come docili agnelli? Bonhoeffer ha colto stupendamente questa contraddizione del cristianesimo e l’ha chiarita con le parole e con la vita. Intanto va chiarito che una persona che si definisce discepolo di Cristo e si prefigge di esercitare le virtù, considerandole come una pratica di yoga o come un allenamento per il campionato di calcio, non sarà mai un santo. Un imitatore di Cristo non può non scendere come lui a quella spogliazione totale di sé, nella rinunzia ad ogni tipo di grandezza umana come appare nell’uomo alzato sulla croce. Una frase di Bonhoeffer mi sembra possa aiutarci in questa ricerca del senso vero della affermazione evangelica: se non diventerete come bambini… “Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, qualcosa di se stessi, un peccatore, un penitente, o un santo in base a una certa metodica, ma significa essere uomini. Cristo non crea in noi un tipo di uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo. Questa è la metànoia; non pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma lasciarsi trascinare con Gesù Cristo sulla strada dell’evento messianico” (1). Al culmine della maturità, in queste parole di un cristiano pronunciate alla vigilia della morte per impiccagione, si può cogliere quasi per assurdo il senso di diventare piccoli come bambini. Un adulto che, attraverso la comunicazione permanente con lo Spirito di Dio, arriva a cancellare quasi totalmente il progetto della propria esistenza e quindi a non fissarsi sui successi o sugli insuccessi, sulle proprie sofferenze, sui problemi della morte. Un adulto che si concentra totalmente sulle sofferenze di Dio che sono i massacri dei bambini, lo scempio della creazione, i fratricidi e tutti gli oltraggi alla vita, riscopre la liberazione dal suo Io e la rassomiglianza a un bambino che non può disporre di se stesso e decidere della propria esistenza. Avendo raggiunto la piena maturità di uomo attento a svolgere i temi che presenta la vita, si trova improvvisamente dentro un progetto troppo grande per le proprie risorse personali e che allo stesso tempo ha bisogno dell’offerta di queste stesse risorse. L’uomo maturo che non ha bisogno di aiuto per la sua piena realizzazione entra spontaneamente nella sofferenza e nell’attesa della pace e della giustizia. Il divenire come bambini non è una simulazione molto vicina al rimbambimento, come ho potuto osservare in qualcuno che si propone la virtù dell’essere bambino, ma il segno di quell’abbandono alle cose di Dio, al sogno del suo Progetto “che tutti siano uno come io e tu, Padre, siamo uno”. Quest’uomo maturo che ha affrontato il tema dell’ateismo per cancellare l’immagine del Dio tappabuchi a cui ricorre facilmente l’uomo che, fiducioso in se stesso, si aggrappa all’aiuto di un dio che non c’è davanti al fallimento, presenta ai suoi compagni di prigionia la dimensione del bambino: “tutto umiltà e dolcezza sembrava irradiare sempre un’atmosfera di felicità e di gioia a proposito dei più piccoli avvenimenti della vita, come pure di profonda gratitudine per il semplice fatto di essere vivo” (2). Quest’uomo, che trova nella professione generalizzata di ateismo un richiamo di responsabilità verso gli altri e verso le cose, realizza in sé quella conversione prescritta da Gesù, e manifesta una fede profonda e quell’abbandono che è al centro della spiritualità di Carlo De Foucauld, l’uomo del deserto: “La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente… nella mia attività medica di quasi quarant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio” (3). Così dichiara il medico del carcere. A un compagno di prigionia prima di morire confida: “È la fine, per me l’inizio della vita”.

Note
1. D. Bonhoeffer, Un cristianesimo non religioso, Messaggero Padova, p. 88
2. op. cit. 90
3. op. cit. 91

 

 
   
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