UN
DOPOSCUOLA DIVERSO. INTERVISTA A DON ACHILLE ROSSI -
di Silvia Pettiti
“Il problema dei giovani sono gli adulti.
“Ci avete lasciati soli” mi ha detto una ragazzina di diciotto
anni, mentre parlavamo dei vari fenomeni di degrado giovanile.
Che cosa ha voluto dirmi? Che i giovani oggi sono sommersi
dentro un mondo di grande solitudine e sofferenza”.
Don Achille Rossi, di passaggio a Roma su invito degli amici
di Casa Betania che hanno celebrato i 15 anni della loro
esperienza con una settimana di incontri, è passato a trovarci
proprio nei giorni in cui iniziavamo a ragionare sul tema
di questo quaderno: fare rete, tessere relazioni, costruire
opportunità dall’incontro di volti, persone, storie. Abbiamo
colto l’occasione per pensare ad alta voce sulla difficile
realtà dei giovani, con cui don Achille è a contatto tutti
i giorni da quasi quarant’anni – un tempo così lungo da
essere diventato tradizione, richiedere fedeltà e stupire
per la sua durata in un tempo dominato dal contingente.
In una parola per essere diventato tessuto di senso e di
vita per i ragazzi della parrocchia di Rio Secco a Città
di Castello.
“Il mondo mediatico è l’unico soggetto che produce idee
e suggerisce stili di vita, ed esso trasmette passione soltanto
per il commercio, l’auditel, la pubblicità che è apparenza
e consumo. Ha ragione il filosofo Umberto Galimberti a denunciare
nel suo libro (L’ospite inquietante, Feltrinelli) il nichilismo
del mondo giovanile: un nichilismo concettuale dove il nulla
riesce a corrodere qualunque pensiero o progetto, ma anche
un nichilismo affettivo, che insinua la credenza che nulla
valga la pena, che nessun legame sia in grado di resistere
al tempo o allo spazio”.
Che fare allora?
Mi pare tanto importante che l’adulto sappia nutrire le
proprie passioni e con esse sappia contagiare i ragazzi.
Lo diceva don Milani, che non aveva bisogno di fare tanta
catechesi perché attraverso la vita, facendo scuola, tutto
veniva da sé. Credo che i ragazzi di oggi abbiano più che
mai bisogno di adulti abitati da qualche passione: la passione
per costruire un mondo più umano, per una vita che va promossa
in tutte le sue forme, la passione per il mistero. Queste
passioni sono in grado di attirare e affascinare anche i
giovani.
Genitori, educatori, insegnanti allora
dovrebbero scoprire, curare, nutrire le loro passioni. E
soprattutto appassionarsi ai ragazzi, affinché si instauri
veramente una comunicazione e una relazione con loro, in
altre parole affinché si crei quella ‘rete’ di relazione
nella quale è possibile crescere e fare delle esperienze…
Io credo che la cosa veramente importante sia che i ragazzi
si accorgano che tu ti comprometti con loro. Oggi c’è sempre
meno gente che perde tempo con loro, ma la chiave è proprio
qui. Se ti sei compromesso con loro, se hai spazio nella
testa per pensarli, per preoccuparti di loro, questo lo
sentono e quindi poi le metodiche, pure importanti, diventano
molto secondarie. Se la relazione esiste, e se loro percepiscono
che il legame c’è, allora poi ti perdonano tutto. Io sono
anche un ‘osso duro’: brontolo, li strapazzo, mi arrabbio
‘così non va!’; però ci vivo insieme e loro lo sanno. Allora
si preoccupano, nasce una complicità per cui sono loro a
sorvegliarti, a sorreggerti. Direi che gli elementi fondamentali
sono la passione che ci metti e la compromissione che adoperi
con loro. Se questo esiste, diventa facile per loro capire
che siamo in un gioco relazionale e che si va avanti insieme.
Naturalmente ci saranno anche delle
difficoltà. Momenti di fatica, di sfiducia, di aridità forse.
Come attraversarli per poterli superare?
Ogni anno si presentano situazioni nuove, che richiedono
sempre di rimettersi in gioco. Quest’ultimo per esempio
è stato difficile perché c’è stato un continuo andirivieni.
Io richiedo cose precise, chiedo la presenza dal lunedì
al venerdì per poter impostare delle attività continuati-
ve e per lavorare con un gruppo stabile. Sempre più spesso
invece hanno altri impegni, soprattutto in ambito sportivo,
che prendono loro molto tempo e che plasmano anche i loro
atteggiamenti. L’agonismo, il linguaggio autoritario che
assorbono - “il mister ha detto…” - sono realtà con cui
diventa necessario interagire. Io provo a giocarci: “ma
chi è questo mister?” domando loro che mi guardano un po’
straniti; ma soprattutto confido nel fatto che il legame
c’è, anche se qualche volta tocca metterlo alla prova. Quando
sono alle strette, l’ultima carta che qualche volta ho giocato
è stata quella di sospendere il doposcuola per una settimana.
Allora li vedevo tornare e domandare: ‘quando si riapre?
Quando ricominciamo?’. È un modo perché loro verifichino
se il doposcuola rappresenta qualcosa di significativo.
Certo è un rischio, qualcuno l’ho anche perso, la possibilità
del fallimento c’è sempre.
Un aspetto importante nel comunicare
con i ragazzi è il linguaggio. Quale linguaggio ti permette
di raggiungerli e coinvolgerli in una situazione o di appassionarli
a un argomento?
Mi sono sempre sorvegliato da questo punto di vista, per
non usare termini difficili, per ritradurre le parole che
magari mi verrebbero spontanee, per evitare citazioni dotte
che non comprenderebbero. Se prendi un articolo di giornale
e ne leggi dieci righe, spesso ti fermano e ti dicono: “non
ci abbiamo capito niente”. Il linguaggio che noi diamo per
scontato per loro è incomprensibile. Quando prendo in mano
i loro libri di storia e geografia qualche volta resto allibito,
perché sono scritti da professori universitari che non hanno
mai visto in faccia un ragazzino di dodici anni, altrimenti
si renderebbero conto che usano un linguaggio incomprensibile
e inaccessibile. Non è un caso che le materie più difficili
per loro siano proprio la storia e la geografia.
Oltre alla parola, ci sono altri linguaggi
che costituiscono la tua relazione con i ragazzi, come i
viaggi, i campeggi, le rappresentazioni teatrali…
Oltre al linguaggio verbale, c’è il linguaggio della vita
che comprende tanto “agire” perché tutte le attività che
facciamo le prepariamo insieme. Adesso per esempio stanno
organizzando la lotteria e allora vanno in giro a chiedere
ai negozi e alle imprese gli oggetti da mettere in premio.
Durante l’anno abbiamo fatto l’orto e quindi si sono misurati
con il tempo, la cura, l’attenzione che richiede. Oppure
quando partiamo per un viaggio c’è tutto da preparare: cercare
le tende, le pentole, pensare alla cucina, organizzare i
pasti… A luglio andremo a Parigi dove se possibile, oltre
a visitare la città, vorrei farli incontrare con alcuni
amici come Maurice Bellet, Susan George, Odile Van Deth.
Quello che cerchiamo sempre è un equilibrio tra il parlare
e il fare, in una parola nel vivere.