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LUGLIO-AGOSTO 2008

 

 
 

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UN DOPOSCUOLA DIVERSO. INTERVISTA A DON ACHILLE ROSSI - di Silvia Pettiti

“Il problema dei giovani sono gli adulti. “Ci avete lasciati soli” mi ha detto una ragazzina di diciotto anni, mentre parlavamo dei vari fenomeni di degrado giovanile. Che cosa ha voluto dirmi? Che i giovani oggi sono sommersi dentro un mondo di grande solitudine e sofferenza”.
Don Achille Rossi, di passaggio a Roma su invito degli amici di Casa Betania che hanno celebrato i 15 anni della loro esperienza con una settimana di incontri, è passato a trovarci proprio nei giorni in cui iniziavamo a ragionare sul tema di questo quaderno: fare rete, tessere relazioni, costruire opportunità dall’incontro di volti, persone, storie. Abbiamo colto l’occasione per pensare ad alta voce sulla difficile realtà dei giovani, con cui don Achille è a contatto tutti i giorni da quasi quarant’anni – un tempo così lungo da essere diventato tradizione, richiedere fedeltà e stupire per la sua durata in un tempo dominato dal contingente. In una parola per essere diventato tessuto di senso e di vita per i ragazzi della parrocchia di Rio Secco a Città di Castello.
“Il mondo mediatico è l’unico soggetto che produce idee e suggerisce stili di vita, ed esso trasmette passione soltanto per il commercio, l’auditel, la pubblicità che è apparenza e consumo. Ha ragione il filosofo Umberto Galimberti a denunciare nel suo libro (L’ospite inquietante, Feltrinelli) il nichilismo del mondo giovanile: un nichilismo concettuale dove il nulla riesce a corrodere qualunque pensiero o progetto, ma anche un nichilismo affettivo, che insinua la credenza che nulla valga la pena, che nessun legame sia in grado di resistere al tempo o allo spazio”.

Che fare allora?
Mi pare tanto importante che l’adulto sappia nutrire le proprie passioni e con esse sappia contagiare i ragazzi. Lo diceva don Milani, che non aveva bisogno di fare tanta catechesi perché attraverso la vita, facendo scuola, tutto veniva da sé. Credo che i ragazzi di oggi abbiano più che mai bisogno di adulti abitati da qualche passione: la passione per costruire un mondo più umano, per una vita che va promossa in tutte le sue forme, la passione per il mistero. Queste passioni sono in grado di attirare e affascinare anche i giovani.

Genitori, educatori, insegnanti allora dovrebbero scoprire, curare, nutrire le loro passioni. E soprattutto appassionarsi ai ragazzi, affinché si instauri veramente una comunicazione e una relazione con loro, in altre parole affinché si crei quella ‘rete’ di relazione nella quale è possibile crescere e fare delle esperienze…
Io credo che la cosa veramente importante sia che i ragazzi si accorgano che tu ti comprometti con loro. Oggi c’è sempre meno gente che perde tempo con loro, ma la chiave è proprio qui. Se ti sei compromesso con loro, se hai spazio nella testa per pensarli, per preoccuparti di loro, questo lo sentono e quindi poi le metodiche, pure importanti, diventano molto secondarie. Se la relazione esiste, e se loro percepiscono che il legame c’è, allora poi ti perdonano tutto. Io sono anche un ‘osso duro’: brontolo, li strapazzo, mi arrabbio ‘così non va!’; però ci vivo insieme e loro lo sanno. Allora si preoccupano, nasce una complicità per cui sono loro a sorvegliarti, a sorreggerti. Direi che gli elementi fondamentali sono la passione che ci metti e la compromissione che adoperi con loro. Se questo esiste, diventa facile per loro capire che siamo in un gioco relazionale e che si va avanti insieme.

Naturalmente ci saranno anche delle difficoltà. Momenti di fatica, di sfiducia, di aridità forse. Come attraversarli per poterli superare?
Ogni anno si presentano situazioni nuove, che richiedono sempre di rimettersi in gioco. Quest’ultimo per esempio è stato difficile perché c’è stato un continuo andirivieni. Io richiedo cose precise, chiedo la presenza dal lunedì al venerdì per poter impostare delle attività continuati- ve e per lavorare con un gruppo stabile. Sempre più spesso invece hanno altri impegni, soprattutto in ambito sportivo, che prendono loro molto tempo e che plasmano anche i loro atteggiamenti. L’agonismo, il linguaggio autoritario che assorbono - “il mister ha detto…” - sono realtà con cui diventa necessario interagire. Io provo a giocarci: “ma chi è questo mister?” domando loro che mi guardano un po’ straniti; ma soprattutto confido nel fatto che il legame c’è, anche se qualche volta tocca metterlo alla prova. Quando sono alle strette, l’ultima carta che qualche volta ho giocato è stata quella di sospendere il doposcuola per una settimana. Allora li vedevo tornare e domandare: ‘quando si riapre? Quando ricominciamo?’. È un modo perché loro verifichino se il doposcuola rappresenta qualcosa di significativo. Certo è un rischio, qualcuno l’ho anche perso, la possibilità del fallimento c’è sempre.

Un aspetto importante nel comunicare con i ragazzi è il linguaggio. Quale linguaggio ti permette di raggiungerli e coinvolgerli in una situazione o di appassionarli a un argomento?
Mi sono sempre sorvegliato da questo punto di vista, per non usare termini difficili, per ritradurre le parole che magari mi verrebbero spontanee, per evitare citazioni dotte che non comprenderebbero. Se prendi un articolo di giornale e ne leggi dieci righe, spesso ti fermano e ti dicono: “non ci abbiamo capito niente”. Il linguaggio che noi diamo per scontato per loro è incomprensibile. Quando prendo in mano i loro libri di storia e geografia qualche volta resto allibito, perché sono scritti da professori universitari che non hanno mai visto in faccia un ragazzino di dodici anni, altrimenti si renderebbero conto che usano un linguaggio incomprensibile e inaccessibile. Non è un caso che le materie più difficili per loro siano proprio la storia e la geografia.

Oltre alla parola, ci sono altri linguaggi che costituiscono la tua relazione con i ragazzi, come i viaggi, i campeggi, le rappresentazioni teatrali…
Oltre al linguaggio verbale, c’è il linguaggio della vita che comprende tanto “agire” perché tutte le attività che facciamo le prepariamo insieme. Adesso per esempio stanno organizzando la lotteria e allora vanno in giro a chiedere ai negozi e alle imprese gli oggetti da mettere in premio. Durante l’anno abbiamo fatto l’orto e quindi si sono misurati con il tempo, la cura, l’attenzione che richiede. Oppure quando partiamo per un viaggio c’è tutto da preparare: cercare le tende, le pentole, pensare alla cucina, organizzare i pasti… A luglio andremo a Parigi dove se possibile, oltre a visitare la città, vorrei farli incontrare con alcuni amici come Maurice Bellet, Susan George, Odile Van Deth. Quello che cerchiamo sempre è un equilibrio tra il parlare e il fare, in una parola nel vivere.

 
   
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