SPERARE
E' ATTENDERE - di Arturo Paoli
Epoca delle passioni tristi è stato definito
il nostro tempo. Basta prendere atto coraggiosamente, senza
pregiudizi e senza false consolazioni, di due effetti simultanei
del comportamento umano nella parte di mondo che, attraverso
il progetto globalizzazione, si è assunta la responsabilità
di controllare le ricchezze del mondo e dove serpeggia la
preoccupazione dei ‘rifiuti’. Nella bella Napoli, la città
dove si invitava a sognare e a cantare avvolti nel fascino
della sua bellezza, si cerca una soluzione per i rifiuti;
ma tutti i rimedi appaiono peggiori del male. I rifiuti
che aumentano quotidianamente nel nostro mondo della sazietà
non sono il simbolo del nostro vivere, più raffinato, più
civile ma forse più profondamente perverso? Non è una conseguenza
dell’avere messo l’uso del denaro nel movimento dell’accumulazione,
cancellando il suo movimento naturale che è la distribuzione?
Non si chiama la moneta ricchezza circolante per distinguerla
dalla ricchezza fondiaria essenzialmente statica? L’idolo
mercato vomita e accumula e non sappiamo smaltire il suo
vomito. Nella storia dell’Impero romano, non si trascurava
mai di trasmettere il nauseabondo costume di vomitare per
continuare il piacere del mangiare. E in questo stesso momento
i capi di stato convocati a Roma stanno prendendo coscienza
di questo fenomeno inarrestabile e pauroso che minaccia
la pace e la continuità dei loro progetti. In questa contingenza
è possibile trovare la speranza, energia necessaria perché
il nostro vivere non sia un sopravvivere? Penso ai miei
due coetanei che appaiono nel vangelo di Luca a salutare
l’alba dell’epoca messianica, Simeone e Anna. I due si trovano
nel tempio di Gerusalemme mentre Maria e Giuseppe portano
il bambino per offrirlo al Signore. Anche se gli esegeti
mi dicono che più che un fatto storico si tratta di una
composizione simbolica, non è importante per me che accolgo
dai due miei coetanei un messaggio: fa dell’epilogo della
tua vita il tempo dell’attesa. Simeone, mosso dallo Spirito,
va al tempio in coincidenza con l’arrivo della coppia che
porta un bambino ‘insolito’, mentre la vedova Anna sembra
aver fatto del tempio la sua dimora. Non si allontanava
mai dal tempio, servendo Dio giorno e notte con preghiere
e digiuni (Lc 2,38). Il tempio pensa di contenere Dio come
un uccello di una specie rara in una gabbia d’oro; ma il
mistero che Gesù svela è che Dio c’è e allo stesso tempo
deve venire, essere adorato come presente e allo stesso
tempo atteso. Simeone sta fuori del tempio, in attesa di
Colui che deve venire e Anna dimora nel tempio ma anche
lei attende e quando il bambino giunge, lei si mette a parlare
del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
La speranza si può definire come la fede che, dal suo telescopio
mobile puntato sulle cose che non si vedono, si dirige sulle
cose che si vedono. Simeone e Anna attendono nella tristezza
delle cose offerte dal tempio, che pare non offrire altro
che schiavitù religiosa come dipendenza dalla legge e servitù
politica come soggezione all’impero. È una speranza molto
debole e oscura nel dopo morte. Ed ecco la fede entra nel
tempo storico in questa novità semplice, povera, visibile
solo ad uno sguardo che ha atteso inquieto e talvolta impaziente.
Un’attesa sempre sofferta nella vedova che consola il suo
dolore nella preghiera: la coppia giovane che porta un bambino
per offrirlo al Padre la rimette in piedi piena di esultanza.
Questo tipo di attesa può riempire di gioia nell’epoca delle
passioni tristi. Chi sopravvive a questa scarsità di ossigeno,
si può trovare a dover scegliere la fuga attraverso la morte
per droga o per suicidio: una ragazza mi racconta che nel
suo recente passato si rendeva conto della provvisorietà
del vivere e si sosteneva pensando che quando non ne posso
più la morte è pronta al mio servizio. Altri sopravvivono
dando un senso alla vita effimero e menzognero, che troppo
spesso sfocia in tutte le forme di violenza sugli altri.
La fede cala sulla terra facendosi speranza unicamente nella
scelta dei poveri. Nessuno può smentire la verità chiaramente
affermata nel capitolo 23 di Matteo, dove la parola di Dio
promette che egli sarà presente e sempre accolto da coloro
che vengono dalla parte del mondo colpita dalla fame. La
fede scende dall’invisibile nella carne del povero di questa
grande e varia povertà umana che è la stessa carne di Cristo.
Un volontario di una casa famiglia di Roma, Casa Betania,
mi presenta due gemelli che frequentano il primo anno della
scuola elementare. La mamma, che me li presenta sorridendo
con le mani sulle loro spalle, non li voleva per la condizione
che stava vivendo di donna povera, abbandonata da un marito
violento che lei aveva inutilmente cercato di convertire
all’amore. Amorosamente accolta in questa casa e consigliata,
aveva finito per rinunziare al suo piano di perdere queste
due vite; ed ora la vedo guardare sorridente la speranza
vivente in questi due piccoli esseri che sono usciti da
lei. Allora capisco che la speranza è lì, ed è fiducia nella
vita, che è sempre nuova e che rinasce continuamente. Questa
vita che ho visto spengere nei rifiuti, vomitata dal consumismo,
si spegnerà per sempre nell’ultimo respiro dell’idolo e
rinascerà nell’avvento dell’epoca messianica che vedo già
schiudersi e apparire in quanti vivono per gli altri. Rinasce
dalla morte dell’io egoista e dalla resurrezione dell’uomo
per gli altri. Bisogna che il cristianesimo predicato, e
difeso talvolta con violenza come verità, mostri il suo
volto che è vero nell’amore e solo nell’amore perché nel
Nuovo Testamento c’è una frase luminosa che raccoglie tutto
il senso del messaggio di Cristo: fare la verità nell’amore.