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LUGLIO-AGOSTO 2008

 

 
 

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SPERARE E' ATTENDERE - di Arturo Paoli

Epoca delle passioni tristi è stato definito il nostro tempo. Basta prendere atto coraggiosamente, senza pregiudizi e senza false consolazioni, di due effetti simultanei del comportamento umano nella parte di mondo che, attraverso il progetto globalizzazione, si è assunta la responsabilità di controllare le ricchezze del mondo e dove serpeggia la preoccupazione dei ‘rifiuti’. Nella bella Napoli, la città dove si invitava a sognare e a cantare avvolti nel fascino della sua bellezza, si cerca una soluzione per i rifiuti; ma tutti i rimedi appaiono peggiori del male. I rifiuti che aumentano quotidianamente nel nostro mondo della sazietà non sono il simbolo del nostro vivere, più raffinato, più civile ma forse più profondamente perverso? Non è una conseguenza dell’avere messo l’uso del denaro nel movimento dell’accumulazione, cancellando il suo movimento naturale che è la distribuzione? Non si chiama la moneta ricchezza circolante per distinguerla dalla ricchezza fondiaria essenzialmente statica? L’idolo mercato vomita e accumula e non sappiamo smaltire il suo vomito. Nella storia dell’Impero romano, non si trascurava mai di trasmettere il nauseabondo costume di vomitare per continuare il piacere del mangiare. E in questo stesso momento i capi di stato convocati a Roma stanno prendendo coscienza di questo fenomeno inarrestabile e pauroso che minaccia la pace e la continuità dei loro progetti. In questa contingenza è possibile trovare la speranza, energia necessaria perché il nostro vivere non sia un sopravvivere? Penso ai miei due coetanei che appaiono nel vangelo di Luca a salutare l’alba dell’epoca messianica, Simeone e Anna. I due si trovano nel tempio di Gerusalemme mentre Maria e Giuseppe portano il bambino per offrirlo al Signore. Anche se gli esegeti mi dicono che più che un fatto storico si tratta di una composizione simbolica, non è importante per me che accolgo dai due miei coetanei un messaggio: fa dell’epilogo della tua vita il tempo dell’attesa. Simeone, mosso dallo Spirito, va al tempio in coincidenza con l’arrivo della coppia che porta un bambino ‘insolito’, mentre la vedova Anna sembra aver fatto del tempio la sua dimora. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio giorno e notte con preghiere e digiuni (Lc 2,38). Il tempio pensa di contenere Dio come un uccello di una specie rara in una gabbia d’oro; ma il mistero che Gesù svela è che Dio c’è e allo stesso tempo deve venire, essere adorato come presente e allo stesso tempo atteso. Simeone sta fuori del tempio, in attesa di Colui che deve venire e Anna dimora nel tempio ma anche lei attende e quando il bambino giunge, lei si mette a parlare del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. La speranza si può definire come la fede che, dal suo telescopio mobile puntato sulle cose che non si vedono, si dirige sulle cose che si vedono. Simeone e Anna attendono nella tristezza delle cose offerte dal tempio, che pare non offrire altro che schiavitù religiosa come dipendenza dalla legge e servitù politica come soggezione all’impero. È una speranza molto debole e oscura nel dopo morte. Ed ecco la fede entra nel tempo storico in questa novità semplice, povera, visibile solo ad uno sguardo che ha atteso inquieto e talvolta impaziente. Un’attesa sempre sofferta nella vedova che consola il suo dolore nella preghiera: la coppia giovane che porta un bambino per offrirlo al Padre la rimette in piedi piena di esultanza. Questo tipo di attesa può riempire di gioia nell’epoca delle passioni tristi. Chi sopravvive a questa scarsità di ossigeno, si può trovare a dover scegliere la fuga attraverso la morte per droga o per suicidio: una ragazza mi racconta che nel suo recente passato si rendeva conto della provvisorietà del vivere e si sosteneva pensando che quando non ne posso più la morte è pronta al mio servizio. Altri sopravvivono dando un senso alla vita effimero e menzognero, che troppo spesso sfocia in tutte le forme di violenza sugli altri. La fede cala sulla terra facendosi speranza unicamente nella scelta dei poveri. Nessuno può smentire la verità chiaramente affermata nel capitolo 23 di Matteo, dove la parola di Dio promette che egli sarà presente e sempre accolto da coloro che vengono dalla parte del mondo colpita dalla fame. La fede scende dall’invisibile nella carne del povero di questa grande e varia povertà umana che è la stessa carne di Cristo. Un volontario di una casa famiglia di Roma, Casa Betania, mi presenta due gemelli che frequentano il primo anno della scuola elementare. La mamma, che me li presenta sorridendo con le mani sulle loro spalle, non li voleva per la condizione che stava vivendo di donna povera, abbandonata da un marito violento che lei aveva inutilmente cercato di convertire all’amore. Amorosamente accolta in questa casa e consigliata, aveva finito per rinunziare al suo piano di perdere queste due vite; ed ora la vedo guardare sorridente la speranza vivente in questi due piccoli esseri che sono usciti da lei. Allora capisco che la speranza è lì, ed è fiducia nella vita, che è sempre nuova e che rinasce continuamente. Questa vita che ho visto spengere nei rifiuti, vomitata dal consumismo, si spegnerà per sempre nell’ultimo respiro dell’idolo e rinascerà nell’avvento dell’epoca messianica che vedo già schiudersi e apparire in quanti vivono per gli altri. Rinasce dalla morte dell’io egoista e dalla resurrezione dell’uomo per gli altri. Bisogna che il cristianesimo predicato, e difeso talvolta con violenza come verità, mostri il suo volto che è vero nell’amore e solo nell’amore perché nel Nuovo Testamento c’è una frase luminosa che raccoglie tutto il senso del messaggio di Cristo: fare la verità nell’amore.

 

 
   
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