L'EDITORIALE
DI MARIO DE MAIO
Cari
amici,
tutti facciamo esperienza di quanto sia difficile il dialogo
e il confronto tra persone che si ascoltino sinceramente
con il desiderio di capire dove sta veramente l’altro e
qual è il bene che si può costruire insieme. Ogni giorno
attraversiamo relazioni, ‘reti’ e reticoli con il desiderio
e la curiosità di conoscere, ma anche con la preoccupazione
di non rimanere ‘irretiti’. Aspiriamo, in altre parole,
a riconoscerci in una appartenenza, sia essa un gruppo,
un’istituzione o una persona. Fermiamoci allora brevemente
su questo concetto di appartenenza. Una serie di appartenenze
le ereditiamo: il livello sociale, un certo tipo di cultura,
un sistema di pensiero, una modalità di vivere la religione,
uno stile di vita. Nel tempo i processi di crescita ci portano
a maturare l’abbandono di alcune di esse e a cercarne altre.
Se l’appartenenza che cerchiamo è la nicchia nella quale
sentirci protetti, cautelati, autenticati nella nostra identità
e credibilità, qualunque presenza estranea, diversa, divergente
diventerà una minaccia e una intrusione da cui difenderci.
L’appartenenza sarà una proiezione di noi stessi e non uno
spazio di incontro e confronto, con il rischio di rendere
assoluto un valore oppure un gruppo, un sistema di pensiero,
un’istituzione, che inevitabilmente ci deluderà e farà soffrire
noi e gli altri. Se l’appartenenza nasce dall’aver messo
insieme un proprio capitale emotivo, affettivo e magari
anche economico per costruire una realtà nuova, diversa,
ricca e arricchente, essa diventerà una forza e una opportunità.
I progetti, gli amici, le istituzioni a cui scegliamo di
appartenere saranno i luoghi dove sentiamo che la parte
più vitale di noi stessi, quella che chiamiamo desiderio,
può essere accolta, potenziata, realizzata. È così che si
può creare una rete di comunicazione, di affetti, di simpatie,
di sogni, di idealità che diventano la forza e il piacere
del vivere. Oggi all’interno della comunità dei credenti
sono molto numerosi i gruppi, i movimenti, le comunità.
Spesso ciascuno di essi appare orientato ad ottenere una
legittimazione dalle autorità più che impegnato nell’approfondire
la propria identità cristiana, che è sempre legittimata
dall’essere popolo di Dio e dal dialogare con lo Spirito
promesso da Gesù ad ogni uomo e ad ogni gruppo che si riunisce
in suo nome. La riflessione comune, la meditazione, la ricerca
sincera del bene dell’uomo possono essere la vera potenza
trasformatrice, se le potenzialità e le forze dei singoli
e dei gruppi che si fanno ‘rete’ saranno incanalate nel
far crescere il bene dell’uomo in tutte le sue manifestazioni.
don Mario