TEMA
DI UNA SINFONIA - di Arturo Paoli
Credere, che vuol dire per me? Se dall’epilogo
penso alla mia vita vi scorgo come un filo rosso o d’oro
che continua a svolgersi partendo dai primi barlumi della
coscienza. E’ come il tema di fondo di una sinfonia, di
un poema che ne costituisce la bellezza. Infatti per me
è stato spontaneo parlare e scrivere di liberazione prima
del peruano Gustavo Gutierrez. Se l’opera del Padre domenicano
ha richiamato l’attenzione dell’inquisizione è perché la
sua è un’opera teologica mentre il mio libro fu semplicemente
un dialogo: raccontavo la mia vita a uno più giovane di
me (1). Ho letto molti libri di teologia,
conosco gli autori dell’ultimo scorcio di secolo come Congar
o altri, ma la mia fede più che dai libri mi è apparsa come
una luce che ha illuminato i vari momenti della mia esistenza.
Racconto spesso ai giovani che rallegrano la mia vecchiaia,
che la mia esistenza in questo epilogo mi appare bella.
Bella, eppure ricordo di avere attraversato degli spazi
orridi, nel buio, ferendomi mani e piedi, angosciato per
avere perduto la direzione. E peggio di sentirmi arrivato
a strade senza uscita. Eppure c’è un arrivo in cui tutto
acquista un senso unitario e si scopre la gioia di trovare
un senso all’esistenza. E questo senso non è stato deciso
da me come un costruttore che parte da un progetto: il senso
ha preso forma poco a poco ed è venuto alla luce non al
principio ma al compimento. Mi rendo conto che la scelta
di seguire Gesù, mettendo a sua disposizione la mia vita
sacerdotale, è stata piuttosto laica che clericale. La spinta
per determinarmi a fare questa scelta si deve soprattutto
ad un modello laico: fu l’incontro con Giorgio La Pira che
conobbi quando avevo circa vent’anni e mi colpì profondamente.
Soprattutto la gioia che illuminava i suoi occhi, l’unica
parte del suo corpo che mi parve veramente bella anzi splendida:
ed era per me una novità il fatto che venisse da una fonte
religiosa. Mia educatrice per la preparazione ai sacramenti
dell’infanzia fu una vecchia zia di mia madre. Devo dire
che non era né severa né antipatica; ma mi portava con sé
alle prediche che si succedevano quasi senza interruzione
nelle moltissime chiese della mia città, la Lucca bigotta,
definita città dalle cento chiese. Questa frequenza, che
mi accompagnò fino all’adolescenza, aveva lasciato in me
una protesta se non un rifiuto della religione. Ricordo
che l’improvvisa illuminazione della chiesa alla fine della
predica cui avevo assistito nel sonno, e l’inondazione canora
che invadeva il tempio mi rallegrava un po’, anche se portavo
con me questo senso di noia. Il piccolo corpo di Giorgio
La Pira mi parve avvolto di gioia e questo amico apparso
improvvisamente nella mia vita mi parlava di Dio come fonte
di gioia; mai me ne parlava severamente come la vecchia
zia. Divenuto sacerdote non sono stato mai scelto a un servizio
pastorale come curato o parroco, mai fino ad oggi: sono
stato un educatore dei giovani ed un camminante per le strade
del mondo insieme agli abitanti di molti luoghi soprattutto
poveri. Per cui a parlare della mia fede, per sviscerare
il contenuto del verbo credere, penso più che agli articoli
di fede, al Cristo liberatore di tutto l’uomo e missionario
di pace in mezzo ai conflitti. Ed è questo Cristo che ho
scoperto sempre presente nelle difficili soluzioni umane.
Se dovessi definire la mia fede la direi più storica e politica
che dogmatica. Ho tenuto sempre il mio sguardo verso il
Padre attento alle sofferenze dei figli, Colui che ne ascolta
il lamento e ne soccorre le pene piuttosto che il Dio Trinitario
che ha impegnato nei secoli la mente dei teologi investigatori
del suo essere uno e trino. Confesso che non ho mai capito
alcune espressioni della liturgia che contengono la notizia
che la rivelazione del Dio uno e trino possa inondare il
mondo di gioia. Capisco piuttosto la letizia di Francesco
nella scoperta di Gesù pellegrino per le strade della terra
“mendicando la vita frusto a frusto” ( Dante). Questa presenza
di Gesù fra i poveri mi ha aiutato nei momenti difficili
trascorsi nelle favelas. Non credo mi si possa definire
un riduzionista, perché la recita del Credo non ha mai suscitato
in me dei dubbi; ma la mia fede piuttosto che teoretica
devo riconoscere che è sempre stata esistenziale. E erano
tante e così varie le occasioni di ricorrere a Gesù che
ci ha promesso di stare con noi fino alla fine del mondo
per tutte le forme di violenza, di ingiustizia che scoprivo
nella mia vita fra i poveri e mi sentivo spinto ad invocarlo
cercando il suo aiuto. Non concepisco la mia fede come una
consolazione nelle inevitabili sofferenze della vita, o
come una ricerca di aiuto per tutte le limitazioni che tanto
ci affliggono ma piuttosto come una continuazione della
Sua vita sulla terra per realizzare nel tempo il Suo progetto-regno
che è stato affidato a noi. E mi è parso sempre inevitabile
attraversare rischi, incomprensioni e anche persecuzioni
per la fedeltà a questo progetto che va sempre contromano
rispetto al progetto politico vigente. Non ho mai dimenticato,
nel corso della mia lunga vita, che un giorno di ogni anno
mia madre mi prendeva per mano conducendomi nella Cattedrale
di Lucca, che non era la nostra Parrocchia, nella domenica
di maggio definita la domenica della libertà. Mi portava
direttamente ai piedi di un altare totalmente spoglio su
cui si ergeva la statua del Cristo resuscitato. Sull’alto
dell’altare si legge una scritta in latino al Cristo Liberatore.
Questo ricordo mi pare oggi profetico. Ripenso al contenuto
di fede che costantemente ha ispirato la mia preghiera,
la mia resistenza, la mia speranza. Oggi mentre traccio
queste righe trovo descritto in una rivista il lungo declino
dell’Italia. Concordo sul declino che forse raggiungerà
dei punti più dolorosi e drammatici; ma ogni mattina rinnovo
la mia fede e la mia speranza nel Cristo Liberatore. E sono
sicuro che questa fede e questa speranza mi sosterranno
fino all’incontro con Lui. Per questo mi propongo di dedicare
il resto della mia vita a rinfrancare le gambe vacillanti
e a riscaldare i cuori attaccati dal freddo della disperazione.
Ogni mattina mi vengono spontanee le parole dell’inno pasquale:
tu victor rex miserere amen! Tu Re vittorioso aiutaci: il
progetto regno potrà avere dei passaggi oscuri ma non potrà
mai essere cancellato dalla storia dell’umanità.
1. Arturo Paoli, Dialogo della
liberazione, Morcelliana, Brescia 1969