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MAGGIO 2008

 

 
 

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TEMA DI UNA SINFONIA - di Arturo Paoli

Credere, che vuol dire per me? Se dall’epilogo penso alla mia vita vi scorgo come un filo rosso o d’oro che continua a svolgersi partendo dai primi barlumi della coscienza. E’ come il tema di fondo di una sinfonia, di un poema che ne costituisce la bellezza. Infatti per me è stato spontaneo parlare e scrivere di liberazione prima del peruano Gustavo Gutierrez. Se l’opera del Padre domenicano ha richiamato l’attenzione dell’inquisizione è perché la sua è un’opera teologica mentre il mio libro fu semplicemente un dialogo: raccontavo la mia vita a uno più giovane di me (1). Ho letto molti libri di teologia, conosco gli autori dell’ultimo scorcio di secolo come Congar o altri, ma la mia fede più che dai libri mi è apparsa come una luce che ha illuminato i vari momenti della mia esistenza. Racconto spesso ai giovani che rallegrano la mia vecchiaia, che la mia esistenza in questo epilogo mi appare bella. Bella, eppure ricordo di avere attraversato degli spazi orridi, nel buio, ferendomi mani e piedi, angosciato per avere perduto la direzione. E peggio di sentirmi arrivato a strade senza uscita. Eppure c’è un arrivo in cui tutto acquista un senso unitario e si scopre la gioia di trovare un senso all’esistenza. E questo senso non è stato deciso da me come un costruttore che parte da un progetto: il senso ha preso forma poco a poco ed è venuto alla luce non al principio ma al compimento. Mi rendo conto che la scelta di seguire Gesù, mettendo a sua disposizione la mia vita sacerdotale, è stata piuttosto laica che clericale. La spinta per determinarmi a fare questa scelta si deve soprattutto ad un modello laico: fu l’incontro con Giorgio La Pira che conobbi quando avevo circa vent’anni e mi colpì profondamente. Soprattutto la gioia che illuminava i suoi occhi, l’unica parte del suo corpo che mi parve veramente bella anzi splendida: ed era per me una novità il fatto che venisse da una fonte religiosa. Mia educatrice per la preparazione ai sacramenti dell’infanzia fu una vecchia zia di mia madre. Devo dire che non era né severa né antipatica; ma mi portava con sé alle prediche che si succedevano quasi senza interruzione nelle moltissime chiese della mia città, la Lucca bigotta, definita città dalle cento chiese. Questa frequenza, che mi accompagnò fino all’adolescenza, aveva lasciato in me una protesta se non un rifiuto della religione. Ricordo che l’improvvisa illuminazione della chiesa alla fine della predica cui avevo assistito nel sonno, e l’inondazione canora che invadeva il tempio mi rallegrava un po’, anche se portavo con me questo senso di noia. Il piccolo corpo di Giorgio La Pira mi parve avvolto di gioia e questo amico apparso improvvisamente nella mia vita mi parlava di Dio come fonte di gioia; mai me ne parlava severamente come la vecchia zia. Divenuto sacerdote non sono stato mai scelto a un servizio pastorale come curato o parroco, mai fino ad oggi: sono stato un educatore dei giovani ed un camminante per le strade del mondo insieme agli abitanti di molti luoghi soprattutto poveri. Per cui a parlare della mia fede, per sviscerare il contenuto del verbo credere, penso più che agli articoli di fede, al Cristo liberatore di tutto l’uomo e missionario di pace in mezzo ai conflitti. Ed è questo Cristo che ho scoperto sempre presente nelle difficili soluzioni umane. Se dovessi definire la mia fede la direi più storica e politica che dogmatica. Ho tenuto sempre il mio sguardo verso il Padre attento alle sofferenze dei figli, Colui che ne ascolta il lamento e ne soccorre le pene piuttosto che il Dio Trinitario che ha impegnato nei secoli la mente dei teologi investigatori del suo essere uno e trino. Confesso che non ho mai capito alcune espressioni della liturgia che contengono la notizia che la rivelazione del Dio uno e trino possa inondare il mondo di gioia. Capisco piuttosto la letizia di Francesco nella scoperta di Gesù pellegrino per le strade della terra “mendicando la vita frusto a frusto” ( Dante). Questa presenza di Gesù fra i poveri mi ha aiutato nei momenti difficili trascorsi nelle favelas. Non credo mi si possa definire un riduzionista, perché la recita del Credo non ha mai suscitato in me dei dubbi; ma la mia fede piuttosto che teoretica devo riconoscere che è sempre stata esistenziale. E erano tante e così varie le occasioni di ricorrere a Gesù che ci ha promesso di stare con noi fino alla fine del mondo per tutte le forme di violenza, di ingiustizia che scoprivo nella mia vita fra i poveri e mi sentivo spinto ad invocarlo cercando il suo aiuto. Non concepisco la mia fede come una consolazione nelle inevitabili sofferenze della vita, o come una ricerca di aiuto per tutte le limitazioni che tanto ci affliggono ma piuttosto come una continuazione della Sua vita sulla terra per realizzare nel tempo il Suo progetto-regno che è stato affidato a noi. E mi è parso sempre inevitabile attraversare rischi, incomprensioni e anche persecuzioni per la fedeltà a questo progetto che va sempre contromano rispetto al progetto politico vigente. Non ho mai dimenticato, nel corso della mia lunga vita, che un giorno di ogni anno mia madre mi prendeva per mano conducendomi nella Cattedrale di Lucca, che non era la nostra Parrocchia, nella domenica di maggio definita la domenica della libertà. Mi portava direttamente ai piedi di un altare totalmente spoglio su cui si ergeva la statua del Cristo resuscitato. Sull’alto dell’altare si legge una scritta in latino al Cristo Liberatore. Questo ricordo mi pare oggi profetico. Ripenso al contenuto di fede che costantemente ha ispirato la mia preghiera, la mia resistenza, la mia speranza. Oggi mentre traccio queste righe trovo descritto in una rivista il lungo declino dell’Italia. Concordo sul declino che forse raggiungerà dei punti più dolorosi e drammatici; ma ogni mattina rinnovo la mia fede e la mia speranza nel Cristo Liberatore. E sono sicuro che questa fede e questa speranza mi sosterranno fino all’incontro con Lui. Per questo mi propongo di dedicare il resto della mia vita a rinfrancare le gambe vacillanti e a riscaldare i cuori attaccati dal freddo della disperazione. Ogni mattina mi vengono spontanee le parole dell’inno pasquale: tu victor rex miserere amen! Tu Re vittorioso aiutaci: il progetto regno potrà avere dei passaggi oscuri ma non potrà mai essere cancellato dalla storia dell’umanità.

1. Arturo Paoli, Dialogo della liberazione, Morcelliana, Brescia 1969

 

 
   
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