GIOVANI:
RISCHIO NICHILISMO? - di Arturo Paoli
Avevo appena terminato di leggere un libro
sconvolgente sulle condizioni di vita dei giovani, soprattutto
degli adolescenti1, quando viene a trovarmi un gruppo di
ottantenni (e più…) e mi ricordano le attenzioni
che io ed altri avevamo di loro al tempo dell’adolescenza.
Sono i nonni di quegli adolescenti che si riuniscono nella
Piazza maggiore della città a fumare lo spinello,
a programmare il prossimo fine settimana: in quale discoteca?
a quale partita di calcio? Ragazzi e ragazze hanno gli stessi
bisogni da soddisfare, condividono gli stessi gusti e gli
stessi progetti. È possibile che voi preti possiate
fare qualcosa per loro? Prometto di riunire una volta alla
settimana un gruppo di giovani adulti per conoscere l’ambiente
familiare che avvolge l’esistenza di questi ragazzi.
Come punto di partenza propongo un incontro di preghiera
diretto a riflettere su alcune certezze che ci accompagnino
nella difficile ricerca delle forze negative che oggi agiscono
sulle pulsioni naturali degli adolescenti di ogni epoca.
La prima certezza si fonda sul ricordo dell’alleanza
che Dio Padre ha stretto per sempre con l’umanità:
è assolutamente impossibile e assurdo pensare che
esista un’epoca che si possa definire abbandonata
da Dio. Il primo a essere inquieto per l’adolescente
a rischio è proprio Lui e il primo punto è
contare sull’inquietudine di Dio. La nostra inquietudine
non è all’origine, ma è un riflesso
dell’inquietudine di Dio. I salmi, preghiere degli
ebrei, ci danno un saggio di questo tipo di relazione con
Dio. Si può leggere un salmo a caso e trovare quella
relazione calda, umana, rassicurante: Sii fedele alla tua
alleanza – gli angoli della terra sono covi di violenza
– non abbandonare alle fiere la vita di chi ti loda
– non dimenticare mai la vita dei tuoi poveri –
perché ritiri la tua mano e trattieni in seno la
destra? (Salmo 73). Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto (Salmo 26). Se la nostra epoca
è contrassegnata dalla fine dell’umano, ci
troviamo di fronte ad una decisione inevitabile: o affondare
nel subumano o riscoprire il sopraumano. Per fare questo
bisogna scartare tutte le iniziative escogitate da soggetti
che pensano con la mente, che vantano la capacità
di identificare la verità; abbiamo bisogno urgente
di aprire il passaggio all’anima. Il fiolosofo francese
Julien, illuminato da una luce che da pensatore lo trasforma
in saggio, scrive: Con l’anima è tutto un altro
destino del pensiero ad aprirsi. Senza un’anima concepita
come partner dell’Invisibile, come avremmo potuto
concepire una relazione d’intimità e di preghiera
dell’uomo con Dio?2. Um b e r t o Galimberti presenta
la vicenda tragica dell’adolescenza con il paradigma
del nichilismo, del vuoto, e forse non c’è
punto di partenza più autentico e vero per aprire
una strada all’anima. Questa sola è la sua
via: da questa stazione che si chiama nulla, inizia il viaggio
dell’anima. Ho conosciuto vari convertiti attraverso
il cammino della logica e dei sillogismi, a causa di una
specie di esaurimento delle provvigioni del pensiero e talvolta,
a mio parere, a causa di un certo opportunismo, e non una
conversione sorta dalla scoperta di una soggettività
che nasce, l’anima. Nonostante la retorica nell’annunziare
a voce alta di essere rinati alla fede, non mostrano in
pratica di aver venduto tutti i beni e distribuito il ricavato
ai poveri che è la condizione che Gesù chiede
al giovane ricco per mettersi decisamente al suo seguito
(Matteo 19,17). Definendo nichilista l’ambiente in
cui è immerso e sommerso l’adolescente, Galimberti
ci fa venire in mente il nada di Giovanni della Croce che
ripete continuamente questa parola come suggello di tutte
le cose da cui si è liberato per presentarsi all’Amato.
L’incontro vero con Dio non ha come condizione l’esperienza
del nulla? La loro violenza (degli adolescenti) è
nichilista perché è assurda, è assurda
perché non è neppure un mezzo per raggiungere
uno scopo. Si compie con annoiata indifferenza, prorompe
senza motivo e interesse per effetto della ritualità
del suo compiersi, non necessita di alcuna decisione (pag
139). La conclusione che mi sembra di poter trarre dalla
constatazione che l’adolescente (e forse si potrebbe
dire di tutta l’umanità) vaga nel nulla è
che la sola parola dell’uomo è il grido: dal
profondo grido a te o Signore (Salmo 129), e questo grido
è la preghiera che sicuramente sveglia Dio: Il Signore
disse: ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto
e ho udito il suo grido… Sono sceso per liberarlo
(Esodo 3,7-8). Per tornare alla terminologia usata da Julien
solo l’anima può lanciare questo grido, solo
l’anima. Si sta parlando dell’adolescenza, ma
oggi non si vede un superamento di quell’età
nel comportamento di molte persone che l’hanno da
tempo superata. In una pagina del libro di Galimberti trovo
una citazione del filosofo Severino che curiosamente parla
del grido e mi spinge a fermarmi per rispondere all’attesa
logica, inevitabile, di chi legge il libro: che fare oggi?
Riporto solo di passaggio la citazione del filosofo che
mi ha sorpreso mentre ero sollecitato a interrogarmi sul
nulla delle relazioni che vivono tanti giovani. Queste descrizioni
mi facevano sentire accusato come uomo di Dio che ha orientato
la sua vita all’ascolto della gioventù: Il
grido sta all’inizio della vita dell’uomo sulla
terra… al grido sono legati gli aspetti decisivi dell’esistenza,
e nella rievocazione del grido le più antiche comunità
umane non solo scorgono le trame che le formano, ma annodano
stabilmente i fili delle trame che si stabiliscono e confermano
il loro essere comunità umane. È evidente
che il grido descritto non è l’urlo ma il bisogno
dell’anima trafitta dal dolore. E i primi a sentirsi
trafitti da questo dolore dovrebbero essere i genitori.
Spesso si lamentano del fatto che gli adolescenti non amano
la casa, vivono sulla strada, la Piazza maggiore della città
sembra essere la loro casa all’aperto. Ma bisogna
chiederci: esiste la casa? Oppure esiste solo un luogo di
ristoro, un dormitorio? Il tempo trascorso in casa è
occupato dalla Tv, dal cellulare, dal computer, da tutti
gli strumenti che decentrano dalla casa, mantengono fuori,
lontani. I genitori vanno a depositare il problema del figlio
adolescente a chi pensano si intenda di questa materia,
ma non pensano che i primi fuori posto sono loro. Il dialogo
ha bisogno di una situazione, di una assoluta disponibilità
interiore, ha bisogno del tempo dell’anima: e l’anima
è solitaria, si ritira nel fondo e nel silenzio quando
viene richiamata nel chiasso di tanti interessi, di tante
voglie, di tanti progetti. Credo che l’affetto dei
genitori non sia del tutto scomparso; ma l’adolescente
non si sente amato. I genitori non trovano il tempo e l’atmosfera
per conoscere il figlio; non hanno seguito i suoi cambiamenti,
lo vedono ma non sanno che cosa veramente chiuda in sé
questo ragazzo o ragazza. Soprattutto, pur avendo conservato
una certa religiosità di abitudine, spesso rinfrescata
e rinnovata da corsi organizzati dalla parrocchia, non sono
stati formati a pensare di essere solo i gerenti di una
paternità che ha la sua origine fuori di loro. Oggi
esiste l’istituto dell’affido, ma tutti i figli,
dai più amati ai meno amati, sono all’affido.
Il loro grido, la lacerazione interna, dovrebbe aprire un
canale di comunicazione con il vero, l’unico Padre.
Questi adolescenti, questi cuccioli senza collare, si sentono
figli di nessuno, arrogantemente recuperano la loro libertà
lottando contro una resistenza sempre più fragile
dei loro genitori che hanno fretta e tacciono, vinti da
questa arroganza. Mi scrive un amico: viviamo una crisi
del mondo sempre più vasta e profonda, così
globale che per farvi fronte credo siano necessari veri
credenti nell’anima, non come accumulatrice di meriti,
come liberatrice dai propri peccati che provocano angosce
private, ma anima come partner di Dio che accoglie le sue
parole per trattare con lui, come fanno i profeti di ogni
tempo. Sono d’accordo con questo amico agitato da
un lungo e profondo malessere nel progettare un arcipelago,
un collegamento fra personalità e comunità
unite nella ricerca concreta di una spiritualità
sempre nuova perché sfidata dai nuovi bisogni dell’umanità.
Perché queste isole possano raggiungere una forza
importante, è necessario quel collegamento che questo
amico chiama l’arcipelago usando l’immagine
del filosofo Cacciari. La Chiesa istituzionale è
attratta e distratta dal metodo della contestazione, del
litigio, della sfida in cui si esauriscono le istituzioni
politiche per mantenere viva l’immagine che siamo
ancora in vita, ci siamo. Così resta nel popolo l’attesa
di qualcosa di nuovo che può nascere. Ma la sola
novità che dobbiamo attendere è quella che
mette al centro le vittime del nichilismo attuale, quelle
che ispirano il grido che esige l’intervento di Dio.
Sembra che l’allarme richiami molti interessati e
si cerchi un incontro con i giovani, ma il risultato del
dialogo con questi giovani che intuiscono che il vuoto delle
domande può attendersi solo il vuoto delle risposte,
sfuma nel nulla. Sono d’accordo col progetto dell’amico
di tentare un arcipelago delle isole di spiritualità
purché non si cada nello schema di movimenti che
sembrano allineati sulla via dei trionfi piuttosto che interessati
al disagio del presente. Si aprirà sul cielo chiuso
uno squarcio che sia il canale di comunicazione del grido
dell’uomo e dell’ascolto di Dio? Sono sicuro
di sì. Perché ci sono dei credenti che ormai
hanno abbandonato con decisione, direi cancellato, la linea
apologetica (difendere la fede dall’incredulità),
la linea della verità (perdere tutte le energie per
difendere verità nascoste sotto la cappa dell’assoluto),
la difesa dei privilegi presentati come corollari della
verità. Sono sicuro, perché tutto il loro
respiro è raccolto nell’unico grido: Maranatha,
vieni Signore, vieni presto, il nostro bisogno è
estremo, la nostra resistenza è vicina ad esaurirsi.
Si sta schiudendo quel tempo che un mio amico, il monaco
Benedetto Calati, prevedeva essere abitato dai contemplativi.
Il contemplativo è colui che dalla base religiosa,
spicca il volo ad una prossimità con l’Essere
che gli si affida come un amico (non più servi ma
amici) e gli lascia solo quel grido condannato a ripetersi
finché la sua invocazione non sia esaudita. Vorrei
aggiungere la risposta alla domanda che spesso mi viene
rivolta, che mi sembra inevitabile in questo bisogno di
prestare aiuto ai giovani. Come finirà la crisi del
prete, che è una delle tante morti dell’Occidente?
Non vedo possibile risolvere la crisi del clero, cioè
formare preti validi perché capaci di stare accanto
agli uomini condividendo la fatica di vivere, in ascolto
e obbedienti al soffio celeste, se non si accetta quel pensiero
dell’anima di cui abbiamo parlato e che rappresenta
una possibile conversione di tutto il metodo di pensare
nel nostro Occidente. Ci sono alcuni luoghi di formazione
pieni di giovani, fondati però su un metodo ormai
morto. Il mistico Tommaso d’Aquino, voltandosi indietro
con lo sguardo triste giudica l’instancabile lavoro
della sua vita: tutto non è che paglia. E nel suo
sguardo tornava a splendere la luce, pensando alla vita
che, come direbbe il filosofo spagnolo Unamuno, merita di
essere eterna perché fa calare sulla terra la forza
perenne della resurrezione su quello e su quelli che giacciono
all’ombra della morte.
1. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante,
Feltrinelli.
2. Francois Julien, Nutrire la vita, Raffaello Cortina