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NOVEMBRE 2008

 

 
 

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GIUSTIZIA E AMORE - di Arturo Paoli

All’epilogo di una lunga vita è facile sentire la spinta a voltarsi indietro e rivedere episodi vissuti in un lontano passato. Mi torna spesso alla memoria il tracciato di vita di Carlo De Foucauld e lo rivedo al capezzale di un vecchio solo, steso su una tavola, che muore senza conforti di nessun tipo, ma che sveglia nel monaco venuto ad assisterlo il desiderio di una autenticità che lo ha tormentato fino a quel momento. Questo spettacolo orienterà la sua vita che aveva deciso come sequela del Maestro unico il Signore Gesù. Ho pensato sempre che c’è qualche esperienza particolare di cui si serve lo Spirito per mettere la nostra vita su una strada che ci porterà all’incontro della fonte della vita. Il conflitto armato tra concittadini appartenenti a due fazioni in lotta che lasciò un saldo di due morti e un alto numero di feriti, è stato il filo rosso che ha condotto fino a questo punto la mia esistenza. Puoi fare qualcosa per la pace fra gli uomini? A otto anni di età non ho sentito rivolgermi questa domanda; non ricordo nessuna visione se non quella del sangue che riga la piazza nella notte fredda di dicembre; ma sono sicuro che questa domanda non mi ha mai lasciato. Oggi mi chiedo quale sviluppi ha avuto durante la mia esistenza, a che risultato mi ha condotto ora che sono all’epilogo. La prima conseguenza è stata quella di non aver mai perso di vista la dimensione politica della mia religiosità. Del Vangelo mi ha sempre attirato la centralità del regno di Dio. Non è certo la salvezza dell’anima, anche se si può sostenere che salvare l’anima sia un fatto importante. Da bambino quando mia nonna mi portava alle prediche quaresimali ho sentito sempre apparire tra minacce e previsioni terrorizzanti, quasi come battuta conclusiva irrefutabile, il versetto evangelico: “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt16,26)”. Questa frase è stata per me uno di quei ricordi tristi che ogni bambino si porta dietro e che deve rimuovere, anche perché la frase mi veniva affidata da una persona anziana, che pure amavo ma sentivo come controfigura della bionda giovinezza di mia madre generalmente lieta. Certo Gesù voleva scuotere i suoi uditori richiamandoli alla brevità della vita e all’essenziale. Questo certamente era per Lui, come per tutti gli inviati da Dio, il diritto, la giustizia, la convivenza pacifica, in una parola il Regno di Dio. Il progetto personale e individuale di salvare l’anima può essere altra cosa dal fare la volontà del Padre? Il sangue che avevo visto scorrere sul selciato di piazza San Michele era sangue dell’uomo cristiano versato per la violenza di un altro uomo cristiano, e questo sangue grida ogni giorno l’urgenza della pace e la pace è un fatto politico. Questo teoricamente è stato l’insegnamento che ci ha trasmesso la Chiesa, ma non è stato coerentemente scelto come valore primario. Quanti fedeli, figli e seguaci della Chiesa, hanno impegnato la loro vita per quella eterna volontà del Padre di dirigere l’esistenza alla ricerca della giustizia e della pace? Eppure Paolo, il fondatore reale del Cristianesimo come religione altra dall’ebraismo, proclama: “Vorrei infatti io stesso essere separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli consanguinei secondo la carne” (Rom. 9,3). Eppure aveva scelto Gesù come guida perché Egli è sopra ogni cosa. Molti santi e sante al seguito di Paolo hanno chiesto di rinunziare alla salvezza dell’anima purché sia accolto Gesù, il suo progetto che è il Regno di Dio. Si può salvare l’anima non facendo la volontà di Dio? E la volontà di Dio è il progetto Regno. Mi soffermo su questo tipo di difesa della fede, quasi una teologia apologetica, perchè oggi siamo al colmo della tragedia. Il mondo cristiano è travolto dall’idolatria del Mercato. Può essere defi- nita veramente cristiana una predica che si distacchi dal “canovaccio” che ci ha lasciato per i secoli il Maestro unico riportato nel capitolo VI del Vangelo di Matteo: “Nessuno può servire a due padroni… non potete servire a Dio e a mammona - cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia”. Che vuol dire la sua giustizia? La sua giustizia è quella che è innervata nell’amore. Gli avvenimenti attuali dimostrano che è stato spostato l’epicentro del Cristianesimo. Il furioso processo di privatizzazione allontana sempre di più il denaro dai bisogni dell’uomo: la salute, l’istruzione, il lavoro, la casa incidendo profondamente sull’unità familiare. Esso marcherà la fine di questo periodo storico. Lo si può paragonare a una macchina in discesa che per la rottura dei freni va a sbattere contro un muro secondo l’immagine di Bauman. E allora ci accorgeremo che l’indirizzo pastorale ci porterà verso Nazareth. La croce non sarà più vista come pagamento di un diritto perduto di essere ammessi alla visione di Dio. Il sangue sceso dalla croce apparirà lo stesso di quello che terrorizzò i miei occhi di bambino, il segno della discordia e del rifiuto, ma allo stesso tempo della vittoria sul rifiuto e sulla esclusione. Il rifiuto del modello di Nazareth di una convivenza umana pacifica, laboriosa e felice. I cristiani abbandoneranno una cultura che hanno seguito per secoli, dominata dal dualismo greco, materia e spirito visibile e invisibile. Dio ci ha dato il suo appuntamento nella carne, qui e ora. Una prova inconfutabile è nelle parole pronunziate dall’uomo Gesù e rivolte ad uomini in carne ed ossa: “Io sono la via, la verità e la vita . Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” ( Gv 14,6). In questi giorni il Papa si è indugiato a parlare di una laicità positiva e critica e certamente pensava a quei laici credenti e talvolta mistici che apparvero sulla scena politica alla fine dell’ultima guerra degli anni Quaranta. Una politica che nasceva da pensatori credenti e fra questi si staccavano particolarmente i francesi, che vedevano il momento di gestire la società da veri credenti, pensando alla politica come risposta ai bisogni reali del popolo. Il vero soggetto era la persona, i suoi bisogni, il lavoro, l’istruzione, la salute. Ora ci chiediamo smarriti qual è il destino della persona, mentre i luoghi come la scuola, l’ospedale, la fabbrica diventano ambienti di arricchimento di pochi. Personalmente penso di essere all’epilogo di un progetto sociale contro natura e quindi fatalmente destinato a sbriciolarsi come la casa costruita sulla sabbia (Mt 7). Forse alla generazione di domani potremo lasciare solo un muretto di pietre una sull’altra, che serviranno come fondamento di una casa futura ben più solida, perché ai giovani che si affidano alla nostra amicizia possiamo lasciare il progetto Nazareth come ispiratore di una semplice vita serena, perché non ricavata sulla sofferenza degli altri. E solo questa speranza a me e a molti dà la gioia di vivere.

 
   
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