GIUSTIZIA
E AMORE - di Arturo Paoli
All’epilogo di una lunga vita è facile sentire
la spinta a voltarsi indietro e rivedere episodi vissuti
in un lontano passato. Mi torna spesso alla memoria il tracciato
di vita di Carlo De Foucauld e lo rivedo al capezzale di
un vecchio solo, steso su una tavola, che muore senza conforti
di nessun tipo, ma che sveglia nel monaco venuto ad assisterlo
il desiderio di una autenticità che lo ha tormentato fino
a quel momento. Questo spettacolo orienterà la sua vita
che aveva deciso come sequela del Maestro unico il Signore
Gesù. Ho pensato sempre che c’è qualche esperienza particolare
di cui si serve lo Spirito per mettere la nostra vita su
una strada che ci porterà all’incontro della fonte della
vita. Il conflitto armato tra concittadini appartenenti
a due fazioni in lotta che lasciò un saldo di due morti
e un alto numero di feriti, è stato il filo rosso che ha
condotto fino a questo punto la mia esistenza. Puoi fare
qualcosa per la pace fra gli uomini? A otto anni di età
non ho sentito rivolgermi questa domanda; non ricordo nessuna
visione se non quella del sangue che riga la piazza nella
notte fredda di dicembre; ma sono sicuro che questa domanda
non mi ha mai lasciato. Oggi mi chiedo quale sviluppi ha
avuto durante la mia esistenza, a che risultato mi ha condotto
ora che sono all’epilogo. La prima conseguenza è stata quella
di non aver mai perso di vista la dimensione politica della
mia religiosità. Del Vangelo mi ha sempre attirato la centralità
del regno di Dio. Non è certo la salvezza dell’anima, anche
se si può sostenere che salvare l’anima sia un fatto importante.
Da bambino quando mia nonna mi portava alle prediche quaresimali
ho sentito sempre apparire tra minacce e previsioni terrorizzanti,
quasi come battuta conclusiva irrefutabile, il versetto
evangelico: “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà
il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt16,26)”.
Questa frase è stata per me uno di quei ricordi tristi che
ogni bambino si porta dietro e che deve rimuovere, anche
perché la frase mi veniva affidata da una persona anziana,
che pure amavo ma sentivo come controfigura della bionda
giovinezza di mia madre generalmente lieta. Certo Gesù voleva
scuotere i suoi uditori richiamandoli alla brevità della
vita e all’essenziale. Questo certamente era per Lui, come
per tutti gli inviati da Dio, il diritto, la giustizia,
la convivenza pacifica, in una parola il Regno di Dio. Il
progetto personale e individuale di salvare l’anima può
essere altra cosa dal fare la volontà del Padre? Il sangue
che avevo visto scorrere sul selciato di piazza San Michele
era sangue dell’uomo cristiano versato per la violenza di
un altro uomo cristiano, e questo sangue grida ogni giorno
l’urgenza della pace e la pace è un fatto politico. Questo
teoricamente è stato l’insegnamento che ci ha trasmesso
la Chiesa, ma non è stato coerentemente scelto come valore
primario. Quanti fedeli, figli e seguaci della Chiesa, hanno
impegnato la loro vita per quella eterna volontà del Padre
di dirigere l’esistenza alla ricerca della giustizia e della
pace? Eppure Paolo, il fondatore reale del Cristianesimo
come religione altra dall’ebraismo, proclama: “Vorrei infatti
io stesso essere separato da Cristo a vantaggio dei miei
fratelli consanguinei secondo la carne” (Rom. 9,3). Eppure
aveva scelto Gesù come guida perché Egli è sopra ogni cosa.
Molti santi e sante al seguito di Paolo hanno chiesto di
rinunziare alla salvezza dell’anima purché sia accolto Gesù,
il suo progetto che è il Regno di Dio. Si può salvare l’anima
non facendo la volontà di Dio? E la volontà di Dio è il
progetto Regno. Mi soffermo su questo tipo di difesa della
fede, quasi una teologia apologetica, perchè oggi siamo
al colmo della tragedia. Il mondo cristiano è travolto dall’idolatria
del Mercato. Può essere defi- nita veramente cristiana una
predica che si distacchi dal “canovaccio” che ci ha lasciato
per i secoli il Maestro unico riportato nel capitolo VI
del Vangelo di Matteo: “Nessuno può servire a due padroni…
non potete servire a Dio e a mammona - cercate prima il
Regno di Dio e la sua giustizia”. Che vuol dire la sua giustizia?
La sua giustizia è quella che è innervata nell’amore. Gli
avvenimenti attuali dimostrano che è stato spostato l’epicentro
del Cristianesimo. Il furioso processo di privatizzazione
allontana sempre di più il denaro dai bisogni dell’uomo:
la salute, l’istruzione, il lavoro, la casa incidendo profondamente
sull’unità familiare. Esso marcherà la fine di questo periodo
storico. Lo si può paragonare a una macchina in discesa
che per la rottura dei freni va a sbattere contro un muro
secondo l’immagine di Bauman. E allora ci accorgeremo che
l’indirizzo pastorale ci porterà verso Nazareth. La croce
non sarà più vista come pagamento di un diritto perduto
di essere ammessi alla visione di Dio. Il sangue sceso dalla
croce apparirà lo stesso di quello che terrorizzò i miei
occhi di bambino, il segno della discordia e del rifiuto,
ma allo stesso tempo della vittoria sul rifiuto e sulla
esclusione. Il rifiuto del modello di Nazareth di una convivenza
umana pacifica, laboriosa e felice. I cristiani abbandoneranno
una cultura che hanno seguito per secoli, dominata dal dualismo
greco, materia e spirito visibile e invisibile. Dio ci ha
dato il suo appuntamento nella carne, qui e ora. Una prova
inconfutabile è nelle parole pronunziate dall’uomo Gesù
e rivolte ad uomini in carne ed ossa: “Io sono la via, la
verità e la vita . Nessuno viene al Padre se non per mezzo
di me” ( Gv 14,6). In questi giorni il Papa si è indugiato
a parlare di una laicità positiva e critica e certamente
pensava a quei laici credenti e talvolta mistici che apparvero
sulla scena politica alla fine dell’ultima guerra degli
anni Quaranta. Una politica che nasceva da pensatori credenti
e fra questi si staccavano particolarmente i francesi, che
vedevano il momento di gestire la società da veri credenti,
pensando alla politica come risposta ai bisogni reali del
popolo. Il vero soggetto era la persona, i suoi bisogni,
il lavoro, l’istruzione, la salute. Ora ci chiediamo smarriti
qual è il destino della persona, mentre i luoghi come la
scuola, l’ospedale, la fabbrica diventano ambienti di arricchimento
di pochi. Personalmente penso di essere all’epilogo di un
progetto sociale contro natura e quindi fatalmente destinato
a sbriciolarsi come la casa costruita sulla sabbia (Mt 7).
Forse alla generazione di domani potremo lasciare solo un
muretto di pietre una sull’altra, che serviranno come fondamento
di una casa futura ben più solida, perché ai giovani che
si affidano alla nostra amicizia possiamo lasciare il progetto
Nazareth come ispiratore di una semplice vita serena, perché
non ricavata sulla sofferenza degli altri. E solo questa
speranza a me e a molti dà la gioia di vivere.