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OTTOBRE 2008

 

 
 

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INVITO ALL'AMICIZIA - di Arturo Paoli

Dalla chiusura delle giornate di Trevi porto con me il saluto di congedo: dobbiamo farci missionari di amicizia. Un saluto vibrante, lieto, ma forse troppo generico, penso oggi. Può cadere su quello che si fa da sempre. Ma l’intenzione da cui partiva questo saluto non era così ovvia: nasceva da una sofferenza che aveva guidato i miei interventi mattutini. Da allora porto il dubbio di non avere chiarito sufficientemente il contesto da cui nasceva questo invito a cercare l’amicizia, come una novità nella nostra vita. Sono tornato ad un libro letto qualche tempo fa e ho ricercato un passaggio che mi aveva colpito alla prima lettura. Il libro presentava ai laici il cammino spirituale percorso da Carlo de Foucauld. Vi avevo colto frettolosamente alcuni chiarimenti sulla spiritualità di Nazareth diretti ai cristiani che si preparavano ad entrare in questo cammino. Perché non definire questo invito usando il termine “terz’ordine” conosciuto tra i francescani? È una domanda a cui cercherò di rispondere con questa riflessione.
Trovo in questo libro una risposta al mio dubbio di non aver chiarito sufficientemente cosa intendo con l’impegno di farsi missionari di amicizia. Partendo dal cammino di fratello Carlo sulle orme di Gesù, il teologo scrive: se è imitazione di un asceta, di un anacoreta, di un uomo di Dio, di un uomo segregato, di un uomo profeta, non è ancora niente. Senza l’evidenza cristallina e permanente di questo fondamento nascosto e umile, ogni altra parola o segno della missione è destinato ad alleggerirsi irrimediabilmente del proprio valore, incamminandosi verso la deriva dell’autoreferenzialità ecclesiale o della confidenza riposta in parole più persuasive ed efficaci (1). A che si riferisce il teologo Pierangelo Sequeri? Ai trent’anni vissuti a Nazareth da Gesù, come figlio dell’operaio, fabbro o falegname che fosse? Operaio generico di un piccolo villaggio, impegnato a ricostruire la gamba spezzata di un tavolino, o il manico di una falce o la serratura di un armadio che non si apre per la troppa ruggine. O un bel letto che accoglierà l’amore di una giovane coppia. Questi trent’anni silenziosi hanno fatto fantasticare e scrivere molti fogli: sarà andato in India alla scuola di un saggio? La domanda che si fanno i suoi compaesani, dopo aver sentito il commento del giovane trentenne alle parole del libro di Isaia, risponde a questi dubbi: da dove gli viene tanta istruzione? Non è sempre stato qui al suo lavoro? La sola stranezza è che lasciava passare gli anni senza pensare a metter su famiglia. Il senso vero di Nazareth è stato scoperto da Carlo de Foucauld, non come tempo di preparazione ad altro, come una specie di noviziato, ma come la scelta del figlio di Dio, mandato dal Padre con la missione di far scendere l’amore sugli uomini. Scelta che fa di Nazareth il modello unico della relazione dell’uomo con Dio: stare bene insieme dentro casa, in accordo con i vicini di casa, procurarsi i beni necessari senza innescare la dinamica “padrone-schiavo” definita da Hegel legge necessaria, mantenere aperto il flusso d’amore che discende dall’unica fonte che non si dissecherà in eterno. Ecco il progetto amicizia. Troppo poco per chi crede eccessivamente nel proprio pensiero o per chi è travolto dalle voglie che reclamano appagamento.
Ma per Carlo de Foucauld le orme dei piedi di Gesù erano dirette verso Nazareth. Nella comunità ecclesiale di cui viene a far parte improvvisamente questo convertito che aveva cercato di soddisfare tutte le voglie, trova molte proposte per vivere in amicizia con questo Amico invisibile che lo ha staccato dalle gioie e dalle angosce. Incontra molte proposte ma, come scriverà più tardi, il mio cuore aveva tanti desideri sparsi ma quando ti ho visto si sono condensati in uno. A questo egli sarà fedele per tutta la sua vita: sono qui non per convertire in un solo colpo i tuareg, ma per cercare di comprenderli… sono certo che il buon Dio accoglierà in cielo quelli che furono buoni ed onesti senza che ci sia bisogno di essere cattolico romano. Questo monaco sacerdote non si è separato dalla chiesa cattolica romana ma ha aperto il cammino ad una grande riforma che è in armonia con la svolta del pensiero filosofico. Una riforma oggi non può darsi nella linea della verità, come quelle che portano il nome di Lutero, Calvino e altri minori ma può darsi solo nella linea dell’amore. Quello che sogno in segreto, senza confessarlo, neppure a me stesso… è qualcosa di molto semplice, di non molto numeroso, qualcosa come quelle piccole semplici comunità dei primi tempi della chiesa. Perché Carlo de Foucauld lo dice con tanta reticenza, quasi con paura? È una profezia? Sembra prevedere l’urto che potranno rappresentare contro un cristianesimo ricco, forte, sicuro di sé, rocca stabile contro cui è inutile lottare? Con molta gioia oggi ritrovo l’annotazione del teologo citato: nel luogo odierno in cui il discepolo coltiva la sua radicale confidenza con il Signore, l’essere umano è più che estraneo al cristianesimo nell’occidente, è prigioniero dei suoi fraintendimenti, delle sue evidenze. La chiesa deve dunque pazientemente recuperare il momento Nazareth dell’Incarnazione affinché la divina proporzione della missione del figlio riacquisti la sua interezza cristologica (pag 38). Per rendere reale,la nascita di queste piccole comunità che Carlo de Foucauld sognava, bisogna impegnarsi nell’amicizia come in una conquista seria ed essenziale, come la realizzazione più utile della nostra vita, perché solo così contribuiamo al vero risanamento della società e alla vera fecondità del Vangelo. I progetti politici ed economici presentati come fattori di progresso hanno ricoperto la terra di distruzione, di fame, delle peggiori sofferenze e tutte hanno le loro origini in terra cristiana. Non vale più la difesa: ma c’è anche tanto bene, ci sono anche tanti santi nati in questo occidente cristiano. Il Vangelo ci annunzia che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il figlio perché il mondo si salvi (Gv 3,41). Non le singole anime, non solo i credenti ma l’umanità, la storia, la natura, tutto entra nella parola mondo.
Bisogna annunziare sui tetti che Gesù è sceso sulla terra per amorizzare il mondo. È inutile pensare e mettere in pratica tante iniziative, e oggi non pare valido neppure ricorrere alla durezza di una ipotetica ascesi, ma piuttosto occorre una imitazione reale di Nazareth, che trova le condizioni del proprio rigore nella normalità del contesto in cui sono già date come umane, e non artificiosamente cercate e ricostruite come religiose. Si avvicinano i tempi in cui lo spreco spensierato terminerà per l’esaurimento di risorse essenziali, e lo smarrimento dell’umanità forse scoprirà come unico rimedio la solidarietà e l’amicizia. In questo tempo che si avvicina si chiarirà il senso di questo invito all’amicizia, Gesù apparirà veramente come il fratello universale che non ha chiesto agli uomini di cambiare condizioni di vita ma di saper vivere praticamente quell’amore che perdona e rinasce continuamente nelle semplici relazioni umane. Non penso che la preghiera non sia necessaria; vedo soprattutto l’importanza e la fecondità dell’Eucarestia, simbolo che rinnova continuamente l’amicizia con Gesù. Carlo de Foucauld pensava ad un piccolo focolare monastico. La profonda fusione fra il motivo contemplativo dello stare in compagnia di Gesù e il principio missionario della testimonianza ospitale della carità rende possibile l’umana confidenza con lo spirito religioso dell’evangelizzazione. E per tanto l’accoglienza del Vangelo nella fede.

1. Franco Tenna, Contemplazione e secolarità, Elledici 2008

 
   
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