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OTTOBRE 2008

 

 
 

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QUOTIDIANA OSCURITÀ LUMINOSA - di Adriana Valerio

Adriana, ti ricordi di quando ridevamo di niente?. Con tali parole una mia cugina morente mi ha accolto quando, molto tempo fa, sono andata a farle visita per l’ultima volta. Questa espressione “ridere di niente” in questi anni mi è risuonata dentro, perché l’ho sentita legata al ricordo di una perduta leggerezza della vita. Non recitava forse la canzone Signorinella pallida: “…dolce felicità fatta di niente, brindisi con bicchieri colmi d’acqua…” a sottolineare la nostalgia della giovinezza andata? A volte guardo i miei figli e vedo che anche loro “ridono di niente” e mi viene da chiedere: di cosa ridono? Osservo che il loro non è il riso costruito, che scaturisce, come per la barzelletta, dalla visione sarcastica o cinica del mondo, ma piuttosto nasce dalla leggerezza di chi sa aprirsi alla vita con stupore, di fronte alle novità e alle contraddizioni del reale. Una leggerezza da recuperare, perché lo sguardo di stupore sul mondo può essere la lente attraverso la quale vedere il nostro quotidiano e, allo stesso tempo, da affermare, non partendo dalla nostalgia o dalla morte, ma, piuttosto, dalla passione per la vita stessa. Le lenti per guardare la vita… Per spiegare cosa intendo dire, mi pare molto utile il racconto Gli occhiali tratto dal libro di Anna Maria Ortese intitolato Il mare non bagna Napoli. Una bambina vive in una condizione molto triste, in un quartiere di Napoli intriso di miseria – dal quale non si vede il mare, da cui il titolo del libro. Questa bambina è miope, non vede quasi niente e una zia, che ha un po’ di soldi, decide di farle fare un paio di occhiali. Insieme vanno al negozio a fare le lenti in via Roma, una bella strada piena di luci. La bambina è felice perché attraverso gli occhiali spera di vedere una realtà che non ha mai conosciuto. Tornata a casa, dopo qualche giorno riceve gli occhiali confezionati per lei, li inforca e comincia a vedere allora nitidamente l’angustia della casa, la sporcizia, la miseria che la circonda. Cosa fa? Prende gli occhiali e li getta via. Il quotidiano a volte può essere tanto doloroso da farci rifiutare le lenti attraverso cui poterlo decifrare e accettare. Il quotidiano, anche quando non è tragico come nella vita di questa bambina, può essere doloroso (come la solitudine della persona anziana, l’emarginazione del prete …); può essere pesante se pensiamo ai gesti ripetuti nella vita quotidiana di una madre lavoratrice: alzarsi, svegliare i figli, preparare la colazione, accompagnarli a scuola, prendere i mezzi pubblici, andare al lavoro e incontrare il collega che ti guarda male, tornare a casa, cucinare, trovare i ragazzi che hanno sempre fame e quello che hai preparato non basta mai o non è come piace a loro, mettere ordine, lavare, stirare, ri-cucinare per la sera... Se il quotidiano è fatto da questi gesti ingrati, ripetuti, noiosi, come trovare la chiave per vivere il quotidiano con passione?
Credo occorra cercare la luminosità sempre presente nell’oscurità di questo quotidiano. La filosofa Maria Zambrano, contrapponendosi insieme ad Hanna Arendt alla tradizione del pensiero occidentale fondato sulla morte, propone una filosofia basata sulla nascita alla vita e nell’opera Chiari di bosco invita a vedere la chiarezza nascosta nell’oscurità: nel bosco del quotidiano c’è una luce che compare e scompare, c’è un gioco di luci ed ombre dove le zone di luce sono sfuggenti, mobili, discontinue e, tuttavia, sempre presenti. Come cercare la luminosità all’interno di una condizione buia? Luigi Pirandello nella novella L’uomo dal fiore in bocca ci parla di un uomo che, consapevole di avere i giorni contati per un cancro, affida, a una persona incontrata per caso alla stazione ferroviaria, le sue amare considerazioni: “Caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato che ci rimane vivo dentro, il gusto della vita ci viene da là, dai ricordi che ci tengono legati Ma legati a che cosa? A queste sciocchezze qua… a queste noie… a queste stupide illusioni… a insulse occupazioni… Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noia… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto queste lacrime!”. In un gesto ripetuto, in un sentimento di amarezza… perfino in una lacrima… possiamo cogliere il sapore della vita. Ma anche Pirandello parte da una prospettiva di morte. Noi, al contrario, dobbiamo imparare a partire dalla vita: ad amare la vita e a coglierne la luce non perché attanagliati dalla paura della morte, ma perché accesi dalla passione della stessa vita. Se, infatti, il quotidiano può diventare il luogo della solitudine, del rimpianto, delle delusioni, della ricerca di un abbraccio perduto, esso può essere anche il luogo delle relazioni, il luogo dell’incontro, della festa… della possibilità – come dice la teologa Antonietta Potente – di “fare casa”. Che cosa significa “fare casa”? Significa non subire il quotidiano, ma esserne protagonista: sono io che, nei gesti della cura (nel preparare il cibo, nell’accudire, nel lavoro che quotidianamente svolgo), do valore al tempo presente che vivo, do senso alle cose che faccio, introducendo bagliori di vita nell’oscurità dell’esistenza, nell’apparente inutilità del gesto quotidiano. Certo non è un tempo “eccezionale”, perché “quotidiano” appunto, ma è il tempo nel quale posso tessere rapporti di comunione, di dialogo, di familiarità, di amore. Ed è il “mio” tempo, l’unico. D’altra parte lo stesso Gesù non aveva forse numerosi e frequenti gesti di quotidianità? Non “faceva casa” con chiunque incontrasse? Lo incontriamo nelle case a mangiare e bere con gli altri, nelle strade a condividere il pane, a offrire gesti di tenerezza, di accoglienza. Egli fa proprio l’invito del Qoelet: “Mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto” (Qoèlet 9,7). E i discepoli di Emmaus non lo hanno forse riconosciuto dai gesti del quotidiano? Ridere di niente, avere fiducia nella bontà della vita, vivere lo stupore di una vita che ci viene incontro, lottare tutti i giorni insieme finché la forza della vita non finirà. E come dice Paolo Vallesi nella canzone “La forza della vita”: “la forza della vita non si chiede mai cosa è l’eternità, ma lotta tutti i giorni insieme a noi, finché non finirà”.

 
   
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