QUOTIDIANA
OSCURITÀ LUMINOSA - di Adriana Valerio
Adriana, ti ricordi di quando ridevamo di
niente?. Con tali parole una mia cugina morente mi ha accolto
quando, molto tempo fa, sono andata a farle visita per l’ultima
volta. Questa espressione “ridere di niente” in questi anni
mi è risuonata dentro, perché l’ho sentita legata al ricordo
di una perduta leggerezza della vita. Non recitava forse
la canzone Signorinella pallida: “…dolce felicità fatta
di niente, brindisi con bicchieri colmi d’acqua…” a sottolineare
la nostalgia della giovinezza andata? A volte guardo i miei
figli e vedo che anche loro “ridono di niente” e mi viene
da chiedere: di cosa ridono? Osservo che il loro non è il
riso costruito, che scaturisce, come per la barzelletta,
dalla visione sarcastica o cinica del mondo, ma piuttosto
nasce dalla leggerezza di chi sa aprirsi alla vita con stupore,
di fronte alle novità e alle contraddizioni del reale. Una
leggerezza da recuperare, perché lo sguardo di stupore sul
mondo può essere la lente attraverso la quale vedere il
nostro quotidiano e, allo stesso tempo, da affermare, non
partendo dalla nostalgia o dalla morte, ma, piuttosto, dalla
passione per la vita stessa. Le lenti per guardare la vita…
Per spiegare cosa intendo dire, mi pare molto utile il racconto
Gli occhiali tratto dal libro di Anna Maria Ortese intitolato
Il mare non bagna Napoli. Una bambina vive in una condizione
molto triste, in un quartiere di Napoli intriso di miseria
– dal quale non si vede il mare, da cui il titolo del libro.
Questa bambina è miope, non vede quasi niente e una zia,
che ha un po’ di soldi, decide di farle fare un paio di
occhiali. Insieme vanno al negozio a fare le lenti in via
Roma, una bella strada piena di luci. La bambina è felice
perché attraverso gli occhiali spera di vedere una realtà
che non ha mai conosciuto. Tornata a casa, dopo qualche
giorno riceve gli occhiali confezionati per lei, li inforca
e comincia a vedere allora nitidamente l’angustia della
casa, la sporcizia, la miseria che la circonda. Cosa fa?
Prende gli occhiali e li getta via. Il quotidiano a volte
può essere tanto doloroso da farci rifiutare le lenti attraverso
cui poterlo decifrare e accettare. Il quotidiano, anche
quando non è tragico come nella vita di questa bambina,
può essere doloroso (come la solitudine della persona anziana,
l’emarginazione del prete …); può essere pesante se pensiamo
ai gesti ripetuti nella vita quotidiana di una madre lavoratrice:
alzarsi, svegliare i figli, preparare la colazione, accompagnarli
a scuola, prendere i mezzi pubblici, andare al lavoro e
incontrare il collega che ti guarda male, tornare a casa,
cucinare, trovare i ragazzi che hanno sempre fame e quello
che hai preparato non basta mai o non è come piace a loro,
mettere ordine, lavare, stirare, ri-cucinare per la sera...
Se il quotidiano è fatto da questi gesti ingrati, ripetuti,
noiosi, come trovare la chiave per vivere il quotidiano
con passione?
Credo occorra cercare la luminosità sempre presente nell’oscurità
di questo quotidiano. La filosofa Maria Zambrano, contrapponendosi
insieme ad Hanna Arendt alla tradizione del pensiero occidentale
fondato sulla morte, propone una filosofia basata sulla
nascita alla vita e nell’opera Chiari di bosco invita a
vedere la chiarezza nascosta nell’oscurità: nel bosco del
quotidiano c’è una luce che compare e scompare, c’è un gioco
di luci ed ombre dove le zone di luce sono sfuggenti, mobili,
discontinue e, tuttavia, sempre presenti. Come cercare la
luminosità all’interno di una condizione buia? Luigi Pirandello
nella novella L’uomo dal fiore in bocca ci parla di un uomo
che, consapevole di avere i giorni contati per un cancro,
affida, a una persona incontrata per caso alla stazione
ferroviaria, le sue amare considerazioni: “Caro signore,
non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo
tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita,
che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare,
perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così
sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare.
Il sapore è nel passato che ci rimane vivo dentro, il gusto
della vita ci viene da là, dai ricordi che ci tengono legati
Ma legati a che cosa? A queste sciocchezze qua… a queste
noie… a queste stupide illusioni… a insulse occupazioni…
Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che
ora qua è una noia… e arrivo finanche a dire, questa che
ora è per noi una sventura, una vera sventura, a distanza
di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà…
che gusto queste lacrime!”. In un gesto ripetuto, in un
sentimento di amarezza… perfino in una lacrima… possiamo
cogliere il sapore della vita. Ma anche Pirandello parte
da una prospettiva di morte. Noi, al contrario, dobbiamo
imparare a partire dalla vita: ad amare la vita e a coglierne
la luce non perché attanagliati dalla paura della morte,
ma perché accesi dalla passione della stessa vita. Se, infatti,
il quotidiano può diventare il luogo della solitudine, del
rimpianto, delle delusioni, della ricerca di un abbraccio
perduto, esso può essere anche il luogo delle relazioni,
il luogo dell’incontro, della festa… della possibilità –
come dice la teologa Antonietta Potente – di “fare casa”.
Che cosa significa “fare casa”? Significa non subire il
quotidiano, ma esserne protagonista: sono io che, nei gesti
della cura (nel preparare il cibo, nell’accudire, nel lavoro
che quotidianamente svolgo), do valore al tempo presente
che vivo, do senso alle cose che faccio, introducendo bagliori
di vita nell’oscurità dell’esistenza, nell’apparente inutilità
del gesto quotidiano. Certo non è un tempo “eccezionale”,
perché “quotidiano” appunto, ma è il tempo nel quale posso
tessere rapporti di comunione, di dialogo, di familiarità,
di amore. Ed è il “mio” tempo, l’unico. D’altra parte lo
stesso Gesù non aveva forse numerosi e frequenti gesti di
quotidianità? Non “faceva casa” con chiunque incontrasse?
Lo incontriamo nelle case a mangiare e bere con gli altri,
nelle strade a condividere il pane, a offrire gesti di tenerezza,
di accoglienza. Egli fa proprio l’invito del Qoelet: “Mangia
con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto”
(Qoèlet 9,7). E i discepoli di Emmaus non lo hanno forse
riconosciuto dai gesti del quotidiano? Ridere di niente,
avere fiducia nella bontà della vita, vivere lo stupore
di una vita che ci viene incontro, lottare tutti i giorni
insieme finché la forza della vita non finirà. E come dice
Paolo Vallesi nella canzone “La forza della vita”: “la forza
della vita non si chiede mai cosa è l’eternità, ma lotta
tutti i giorni insieme a noi, finché non finirà”.