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SETTEMBRE 2008

 

 
 

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IL CENTRO DELLA NOSTRA VITA - di Arturo Paoli

Il regno è il centro della predicazione e della vita di Gesù. Gesù è venuto a predicare il regno di Dio sulla terra, nel tempo. Le religioni invece hanno creato una serie di leggi esteriori come interpretazione umana di ciò che Dio aspetta dall’uomo. Il capitolo 23 di Matteo è la presa di posizione di Gesù di fronte al mondo religioso del suo tempo, che egli ripudia totalmente. “Guai a voi scribi, farisei, ipocriti che pagate la decima della menta o del cumino e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge, la giustizia, la misericordia e la fedeltà”. L’accusa fondamentale è quella di collocare sugli altri dei pesi insopportabili. La personalità di Gesù esce scolpita da questo capitolo come una persona che vuole nell’uomo chiarezza, lealtà, decisione. La scelta del regno deve essere assoluta. Non necessariamente una persona che sceglie il regno deve abbracciare la vita religiosa. Nella grande tradizione cristiana medievale le persone più vicine a Dio sono i politici perché hanno gli strumenti necessari per realizzare direttamente la giustizia, disponendo dei beni del popolo. Purtroppo tutti sappiamo che oggi succede esattamente il contrario. Questo è contro il pensiero di Dio.
La scelta dell’incarnazione non è una scelta individuale, perché Dio in Gesù sceglie l’umanità. Noi siamo l’incarnazione della tenerezza di Dio, siamo i portatori della sua tenerezza. Questa è la precisa responsabilità di noi cristiani. Per l’ebreo Gesù l’amore è la verità dell’uomo perché quando l’uomo si scosta dall’amore si scosta dalla sua verità. Questa consapevolezza è un raggio di sole in mezzo alla nuvolaglia che ci sovrasta. Oggi stiamo scoprendo che l’uomo è essenzialmente alterità e quindi per poter raggiungere la sua essenza vera deve morire al suo egoismo e diventare alterità. L’uomo vero è colui che trasferisce nell’altro che si presenta sempre nuovo, infinito, tutto il suo disegno di vita. Questa è la cosa più importante che ci ha detto Gesù e che noi stiamo scoprendo oggi. Gesù non ha scritto niente, non ha lasciato nessuna dottrina, nessun progetto di vita spirituale, ha lasciato semplicemente se stesso, la sua vita. Vorrei fare un semplice accenno all’Eucarestia che è il centro della nostra vita. Gesù nell’ultima cena era di fronte a un rito da compiere: celebrare la Pasqua era un rito abbastanza simile ai sacrifici degli antichi, dove si sacrificava un animale che rappresentasse l’uomo. Gesù ha ribaltato il significato del rito perché ha detto che non esiste più qualcosa che rappresenta l’uomo davanti a Dio. La comunicazione con il Padre è diretta ed è l’uomo, la carne umana, che racchiude in sé la vittima. La vittima è l’uomo, l’essere umano, il nostro corpo. Ma cosa vuol dire vittima? Diventare vittima vuol dire collocarci sull’onda dell’obbedienza al Padre, non vuol dire battersi il petto con le pietre come facevano gli antichi, ma assumere l’obbedienza a Dio fino alle estreme conseguenze alle quali è arrivato Gesù, che ha obbedito fino alla morte di croce. Il Padre non ha voluto né approvato la sua morte, quello che lo ha glorificato non è stata la morte ma l’obbedienza, l’assoluta disponibilità di Gesù, quella che Isaia descrive straordinariamente come l’agnello innocente che viene portato al patibolo. Farsi vittima vuol dire abbandonare tutti i progetti egoistici e adottare il grande progetto di Dio che è mettere la nostra vita a sua disposizione perché da una umanità di belve feroci, di persone che si straziano tra loro arriviamo a una umanità pacifica, amorosa, di persone che collaborano tra loro e si vogliono bene.
Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue. Incarnate nella vostra vita l’obbedienza al Padre, questo è il vero senso dell’Eucarestia. L’obbedienza si realizza nell’esercizio normale della nostra vita, nell’uso dei beni, specialmente nell’impegno politico. Noi abbiamo perduto il senso vero del cristiane- simo e dell’Eucarestia perché abbiamo trasformato questo discorso di Gesù in un discorso enigmatico, abbiamo passato tre o quattro secoli per cercare di definire che cosa è l’Eucarestia. Gesù voleva dirci che dobbiamo incarnare nell’umanità lui stesso, il suo spirito, la sua fame e sete di giustizia, il suo impegno nel realizzare un mondo diverso, una famiglia umana differente. Noi invece abbiamo fatto di Gesù un signore che doveva abitare in grandi palazzi. Lo abbiamo magnificato attraverso cattedrali, ori, brillanti! Ma lo abbiamo lasciato lassù alla destra del Padre, lontano da noi. Mentre lui ha detto: Prendete e mangiate perché questo è il segno della tenerezza di Dio che scende nella vostra carne vicino a voi. L’Eucarestia è una discesa permanente, Gesù ha inaugurato una relazione permanente con un Dio che discende nella carne umana, si umilia e si fa obbediente fino alla morte di croce.
La pagina più bella su Gesù l’ha scritta il filosofo ebreo Emmanuel Levinas. Gli chiesero di parlare di Gesù, lui come ebreo si è sentito in difficoltà, ma ha rappresentato Gesù con l’umiliazione della discesa per farsi prossimo all’uomo, che sono così può sanare il suo egoismo, diventare la persona vera che non si chiude in se stessa ma si apre sugli altri come espressione della tenerezza e dell’amore di Dio. Essere vittime non vuol dire soffrire, chiedere che il dolore cada sopra di noi, vuol dire pensare agli altri, dedicarsi al prossimo, accogliere tutte le forme di privazione di vita, nell’ordine fisico psichico e spirituale, per portarvi dentro tutta la tenerezza di Dio che è vita.

Il testo di questo articolo di fratel Arturo è tratto dal libro "Vivere tra violenza e tenerezza", Edizioni Messaggero Padova, 2002

 
   
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