IL
CENTRO DELLA NOSTRA VITA - di Arturo Paoli
Il regno è il centro della predicazione e
della vita di Gesù. Gesù è venuto a predicare il regno di
Dio sulla terra, nel tempo. Le religioni invece hanno creato
una serie di leggi esteriori come interpretazione umana
di ciò che Dio aspetta dall’uomo. Il capitolo 23 di Matteo
è la presa di posizione di Gesù di fronte al mondo religioso
del suo tempo, che egli ripudia totalmente. “Guai a voi
scribi, farisei, ipocriti che pagate la decima della menta
o del cumino e trasgredite le prescrizioni più gravi della
legge, la giustizia, la misericordia e la fedeltà”. L’accusa
fondamentale è quella di collocare sugli altri dei pesi
insopportabili. La personalità di Gesù esce scolpita da
questo capitolo come una persona che vuole nell’uomo chiarezza,
lealtà, decisione. La scelta del regno deve essere assoluta.
Non necessariamente una persona che sceglie il regno deve
abbracciare la vita religiosa. Nella grande tradizione cristiana
medievale le persone più vicine a Dio sono i politici perché
hanno gli strumenti necessari per realizzare direttamente
la giustizia, disponendo dei beni del popolo. Purtroppo
tutti sappiamo che oggi succede esattamente il contrario.
Questo è contro il pensiero di Dio.
La scelta dell’incarnazione non è una scelta individuale,
perché Dio in Gesù sceglie l’umanità. Noi siamo l’incarnazione
della tenerezza di Dio, siamo i portatori della sua tenerezza.
Questa è la precisa responsabilità di noi cristiani. Per
l’ebreo Gesù l’amore è la verità dell’uomo perché quando
l’uomo si scosta dall’amore si scosta dalla sua verità.
Questa consapevolezza è un raggio di sole in mezzo alla
nuvolaglia che ci sovrasta. Oggi stiamo scoprendo che l’uomo
è essenzialmente alterità e quindi per poter raggiungere
la sua essenza vera deve morire al suo egoismo e diventare
alterità. L’uomo vero è colui che trasferisce nell’altro
che si presenta sempre nuovo, infinito, tutto il suo disegno
di vita. Questa è la cosa più importante che ci ha detto
Gesù e che noi stiamo scoprendo oggi. Gesù non ha scritto
niente, non ha lasciato nessuna dottrina, nessun progetto
di vita spirituale, ha lasciato semplicemente se stesso,
la sua vita. Vorrei fare un semplice accenno all’Eucarestia
che è il centro della nostra vita. Gesù nell’ultima cena
era di fronte a un rito da compiere: celebrare la Pasqua
era un rito abbastanza simile ai sacrifici degli antichi,
dove si sacrificava un animale che rappresentasse l’uomo.
Gesù ha ribaltato il significato del rito perché ha detto
che non esiste più qualcosa che rappresenta l’uomo davanti
a Dio. La comunicazione con il Padre è diretta ed è l’uomo,
la carne umana, che racchiude in sé la vittima. La vittima
è l’uomo, l’essere umano, il nostro corpo. Ma cosa vuol
dire vittima? Diventare vittima vuol dire collocarci sull’onda
dell’obbedienza al Padre, non vuol dire battersi il petto
con le pietre come facevano gli antichi, ma assumere l’obbedienza
a Dio fino alle estreme conseguenze alle quali è arrivato
Gesù, che ha obbedito fino alla morte di croce. Il Padre
non ha voluto né approvato la sua morte, quello che lo ha
glorificato non è stata la morte ma l’obbedienza, l’assoluta
disponibilità di Gesù, quella che Isaia descrive straordinariamente
come l’agnello innocente che viene portato al patibolo.
Farsi vittima vuol dire abbandonare tutti i progetti egoistici
e adottare il grande progetto di Dio che è mettere la nostra
vita a sua disposizione perché da una umanità di belve feroci,
di persone che si straziano tra loro arriviamo a una umanità
pacifica, amorosa, di persone che collaborano tra loro e
si vogliono bene.
Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue. Incarnate nella
vostra vita l’obbedienza al Padre, questo è il vero senso
dell’Eucarestia. L’obbedienza si realizza nell’esercizio
normale della nostra vita, nell’uso dei beni, specialmente
nell’impegno politico. Noi abbiamo perduto il senso vero
del cristiane- simo e dell’Eucarestia perché abbiamo trasformato
questo discorso di Gesù in un discorso enigmatico, abbiamo
passato tre o quattro secoli per cercare di definire che
cosa è l’Eucarestia. Gesù voleva dirci che dobbiamo incarnare
nell’umanità lui stesso, il suo spirito, la sua fame e sete
di giustizia, il suo impegno nel realizzare un mondo diverso,
una famiglia umana differente. Noi invece abbiamo fatto
di Gesù un signore che doveva abitare in grandi palazzi.
Lo abbiamo magnificato attraverso cattedrali, ori, brillanti!
Ma lo abbiamo lasciato lassù alla destra del Padre, lontano
da noi. Mentre lui ha detto: Prendete e mangiate perché
questo è il segno della tenerezza di Dio che scende nella
vostra carne vicino a voi. L’Eucarestia è una discesa permanente,
Gesù ha inaugurato una relazione permanente con un Dio che
discende nella carne umana, si umilia e si fa obbediente
fino alla morte di croce.
La pagina più bella su Gesù l’ha scritta il filosofo ebreo
Emmanuel Levinas. Gli chiesero di parlare di Gesù, lui come
ebreo si è sentito in difficoltà, ma ha rappresentato Gesù
con l’umiliazione della discesa per farsi prossimo all’uomo,
che sono così può sanare il suo egoismo, diventare la persona
vera che non si chiude in se stessa ma si apre sugli altri
come espressione della tenerezza e dell’amore di Dio. Essere
vittime non vuol dire soffrire, chiedere che il dolore cada
sopra di noi, vuol dire pensare agli altri, dedicarsi al
prossimo, accogliere tutte le forme di privazione di vita,
nell’ordine fisico psichico e spirituale, per portarvi dentro
tutta la tenerezza di Dio che è vita.
Il testo di questo articolo di fratel Arturo
è tratto dal libro "Vivere tra violenza e tenerezza",
Edizioni Messaggero Padova, 2002