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APRILE 2009

 

 
 

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RITROVARE LA SAGGEZZA - di Arturo Paoli

Pasqua mi fa sognare la mia casa visitata dal profumo di lavanda in tutti i suoi angoli, le belle coperte stese sul letto, l’ondata di campane che sul mezzogiorno cadeva sui tetti e avvolgeva di festa tutta la città stretta nel cerchio delle sue mura cinquecentesche. La chiesa vuota per tutta la mattina: solo qualche anziano aveva il tempo di assistere al lungo salmeggiare che preparava il grande evento. Improvvisamente, al primo rintocco di campane, il tempio si affollava; i contadini che avevano tenuto aperto per la vendita sulla piazza al centro della città, con i sacchi pieni di fagioli, mais e altri raccolti, entravano nel tempio, si segnavano, piegavano le ginocchia e baciavano la terra. Noi ragazzi della parrocchia non mancavamo a questa cerimonia insolita: Cristo è risorto, alleluia. Ormai questa festa di primavera è stata poco a poco recuperata da una laicità che è avanzata per un processo storico preceduto dalla morte della filosofia che il filosofo Lévinas ha annunziato come il segno della modernità. Anche se a tutti gli esseri umani piace sognare e, quanto più invecchiamo, cerchiamo nel passato il contenuto dei nostri sogni, penso in maniera realista il perché di questo cambiamento, e di trovare nel presente motivi di speranza e di fiducia. Parto da una constatazione di Pietro Barcellona, che condivido: l’innovazione non è integrazione dei contenuti, ma produzione di nuove forme; per definizione non è deducibile dalle forme – regole date all’interno del sistema – ma chiama in causa un agente esterno, un’entità capace di produrre nuove forme e che per ciò stesso non può essere dedotta dal sistema. L’innovazione evoca una sfera della decisionalità nel tempo e del tempo che non è riconducibile al semplice gioco dell’autodifferenziazione del sistema1. Ho citato la morte della filosofia facendo il nome di Lévinas, cui si può anche attribuire la resurrezione della stessa. La morte della filosofia ha avviato un avanzare della tecnica a un ritmo che si può definire prepotente; questo avanzare è insieme causa ed effetto della fine di una filosofia svuotata di saggezza perché si è progressivamente allontanata dagli eventi nel tempo.
Per noi europei dovrebbe essere motivo di riflessione un avvenimento centrale iniziato nel XIX secolo ed evoluto nel secolo seguente fino al suo epilogo. Verso la metà del XIX secolo sorse nel mondo operaio il movimento socialista in cui era evidente un’ispirazione di saggezza. Si parlò, non senza argomenti, di un socialismo cristiano. Giorgio La Pira, un santo cristiano, mi ripeteva spesso che il manifesto di Londra del 1848 che terminava con il grido: proletari di tutto il mondo unitevi, nella sistemazione scientifica di Carlo Marx perse subito l’afflato di ispirazione cristiana e si trasformò in un sistema filosofico di radice hegeliana. Il soggetto operaio fu coinvolto in un razionalismo che peggiorò la sua condizione escludendolo da soggetto della storia perché l’aspetto dottrinale astratto si allontanò dai bisogni concreti, reali che aveva ispirato il movimento iniziale. Così le regole del lavoro passarono nelle mani della classe imprenditoriale ed è iniziato un movimento che ha portato poco a poco alla cancellazione di tutte le conquiste raggiunte con grande perdita di vite umane. A questo punto mi permetto una riflessione che potrebbe essere ripresa dopo il riposo pasquale.
Comincio con un’affermazione di cui assumo tutta la responsabilità. In tutto il percorso dell’evangelizzazione, che dall’invio dei dodici apostoli e dei settantadue discepoli mandati direttamente da Gesù non dovrebbe mai in nessun momento arrestarsi, si nota una deficienza permanente vivacemente annunziata da Gesù (Matteo 16, 2- 4) ipocriti, non conoscete i segni dei tempi e ripresa nel Concilio Vaticano II. Solo qualche testa calda poteva parlare di socialismo cristiano. Nel momento in cui il socialismo era vitale, aveva un manto di anticlericalismo che fu scambiato per anticristianesimo mentre, forse, era un richiamo alla Chiesa perché fosse realmente protettrice dei bisogni umani, come la richiamava eloquentemente il Vangelo. Ne approfittò la classe imprenditoriale per dissociare l’evangelizzazione dalla classe che faceva la storia, la Chiesa perse la classe lavoratrice e rimase nel gruppo dei ricercatori di verità lontane, sempre più lontani dai luoghi scelti da Gesù come Nazareth, la barca dei pescatori, la terra nella quale mani callose affondano il seme che sarà spiga. L’epoca moderna e postmoderna ha portato con sé la fine delle ideologie politiche e ha aperto il passo all’ideologia del mercato, offrendo all’evangelizzazione l’opportunità di essere rimessa sulla strada in cui l’aveva messa Gesù, che non è quella asfaltata su cui passano le macchine fuoriserie, dove sorgono i supermercati nei quali si trova il pane da gettare nei cassonetti e la soddisfazione di tutte le voglie che invadono i cuori specialmente giovanili. Sarebbe bastato che la Chiesa si facesse annunciatrice di un’affermazione centrale nel Vangelo e la ripensasse nel clima politico del tempo: non potete servire a Dio e a mammona. La fine delle ideologie politiche, salutata con grande entusiasmo da alcuni, ha aperto la fine di un’epoca che Barcellona definisce come l’arresto della storia. Lo Spirito Santo aveva suggerito ai vescovi dell’America Latina, non superdottori ma piuttosto pastori, il momento di ripescare il grido proletari del mondo unitevi, liberandolo dalle mani dei filosofi e riportandolo sul luogo scelto da Gesù. Ma sempre per la difficoltà ad accogliere i segni dei tempi, dove l’altezza e la purezza della teologia sembrano perdere la propria dignità, si proclamò che il grido era quello stesso che aveva portato alla condanna del partito comunista. E allora? Altra occasione perduta! Ma lo Spirito Santo, secondo il suo stile, lo toglierà al popolo infedele per affidarlo ad altri. E lascerà i gusci vuoti nelle mani di chi non ha saputo gustare il frutto.
Avvenimenti recenti nel mondo religioso e in quello laico dentro lo steccato politico ne sono una dimostrazione evidente. Credo di non poter insegnare nulla a intellettuali come Pietro Barcellona che sinceramente ammiro, ma potrei rinforzare la sua definizione del tempo come fine della storia: l’innovazione chiama un agente esterno, un’entità capace di produrre nuove forme e che per ciò stesso non può essere dedotta dal sistema. Mi permetto di fare un passo avanti aggiungendo queste parole di Zygmunt Bauman: forse una versione della teologia della liberazione2. Questa espressione assai vaga è stata per me una folgorazione. Credo che il Vangelo contenga quei valori che vengono dall’esterno per ridare vita alla storia. La citazione di Bauman è una risposta all’ipotesi lasciata in sospeso da Barcellona. Gesù ha affidato la sua eredità agli apostoli che talvolta hanno provocato in lui risposte sdegnate: non mi avete capito, specialmente quando si rifiutavano di accettare le sue allusioni ai contrasti con il mondo politico e religioso che si sarebbero uniti nel condannarlo a morte. Nella modernità ci sono stati altri soggetti esterni – Bar-cellona mi ha offerto questo aggettivo – disinteressati alla salvezza dell’anima che pure hanno scoperto Gesù come saggio. E la saggezza non è quella che salva l’uomo integrale? Lo salva nel tempo e nella storia. Chiamare Gesù il saggio vuol dire che si può cercare in lui una verità integrale, cioè storica, esistenziale, la verità che si fa segno dei tempi e che finora la Chiesa si è rifiutata di accogliere, nonostante abbia affermato frequentemente che Gesù ha salvato tutto l’uomo. E il tentativo di salvare tutto l’uomo non è la teologia della liberazione?
Allora il mio augurio festoso di Pasqua non è il canto gioioso delle campane pasquali atteso da me invano, perché le tante campane della città che amo non cantano più dai campanili in una città spopolata. Ma l’annunzio che Cristo è risorto è sempre vero perché la storia non finisce. Il soggetto storico è dono di Dio, Dio stesso sceso sulla terra per insegnarci che Dio è venuto perché non può rinunziare al suo progetto di amorizzare il mondo. Non ce lo ha insegnato come maestro ma come testimone. Il suo corpo disgregato sulla croce è il segno permanente di un richiamo all’integrazione nell’amore che è verità e giustizia: non ricordate più le cose passate, non pensate più le cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 49, 18). Il soggetto giovane deve affidarsi al consigliere adulto più che in passato perché l’aggressione del consumismo è apparentemente invincibile e a molti invisibile. Mai come oggi l’unica sfida a questa società sempre più povera di umano, perché sempre più ricca di offerte tanto da vomitare sulle bellezze più belle del creato, è il cammino della liberazione che passa per quella povertà che è il codice delle beatitudini. Il maestro Gesù mi dice che l’esistenza vera è quella che conta sulle riserve contenute nel progetto genetico di ogni persona. Gesù non pensa all’essere umano solitario come al capolavoro che emerge dallo scalpello e dal pennello degli artisti fiorentini, ma come soggetto fratello del modello unico che raggiunge la sua vera identità quando fa dell’amore accolto alla fonte l’energia essenziale che muove la sua esistenza verso l’altro. Il suo ideale è l’uomo che spegne le discordie, che porta la pace, che si piega sul fratello ferito, che cambia il suo programma e lo obbliga a investire il suo tempo nel risuscitare la vita che senza di lui si spegnerebbe.

1. Fine della storia e del mondo come sistema, Edizioni Dedalo, pag. 112

2. La decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, pag. 219

 

 
   
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