RITROVARE
LA SAGGEZZA - di Arturo Paoli
Pasqua mi fa sognare la mia casa visitata
dal profumo di lavanda in tutti i suoi angoli, le belle
coperte stese sul letto, l’ondata di campane che sul mezzogiorno
cadeva sui tetti e avvolgeva di festa tutta la città stretta
nel cerchio delle sue mura cinquecentesche. La chiesa vuota
per tutta la mattina: solo qualche anziano aveva il tempo
di assistere al lungo salmeggiare che preparava il grande
evento. Improvvisamente, al primo rintocco di campane, il
tempio si affollava; i contadini che avevano tenuto aperto
per la vendita sulla piazza al centro della città, con i
sacchi pieni di fagioli, mais e altri raccolti, entravano
nel tempio, si segnavano, piegavano le ginocchia e baciavano
la terra. Noi ragazzi della parrocchia non mancavamo a questa
cerimonia insolita: Cristo è risorto, alleluia. Ormai questa
festa di primavera è stata poco a poco recuperata da una
laicità che è avanzata per un processo storico preceduto
dalla morte della filosofia che il filosofo Lévinas ha annunziato
come il segno della modernità. Anche se a tutti gli esseri
umani piace sognare e, quanto più invecchiamo, cerchiamo
nel passato il contenuto dei nostri sogni, penso in maniera
realista il perché di questo cambiamento, e di trovare nel
presente motivi di speranza e di fiducia. Parto da una constatazione
di Pietro Barcellona, che condivido: l’innovazione non è
integrazione dei contenuti, ma produzione di nuove forme;
per definizione non è deducibile dalle forme – regole date
all’interno del sistema – ma chiama in causa un agente esterno,
un’entità capace di produrre nuove forme e che per ciò stesso
non può essere dedotta dal sistema. L’innovazione evoca
una sfera della decisionalità nel tempo e del tempo che
non è riconducibile al semplice gioco dell’autodifferenziazione
del sistema1. Ho citato la morte della filosofia facendo
il nome di Lévinas, cui si può anche attribuire la resurrezione
della stessa. La morte della filosofia ha avviato un avanzare
della tecnica a un ritmo che si può definire prepotente;
questo avanzare è insieme causa ed effetto della fine di
una filosofia svuotata di saggezza perché si è progressivamente
allontanata dagli eventi nel tempo.
Per noi europei dovrebbe essere motivo di riflessione un
avvenimento centrale iniziato nel XIX secolo ed evoluto
nel secolo seguente fino al suo epilogo. Verso la metà del
XIX secolo sorse nel mondo operaio il movimento socialista
in cui era evidente un’ispirazione di saggezza. Si parlò,
non senza argomenti, di un socialismo cristiano. Giorgio
La Pira, un santo cristiano, mi ripeteva spesso che il manifesto
di Londra del 1848 che terminava con il grido: proletari
di tutto il mondo unitevi, nella sistemazione scientifica
di Carlo Marx perse subito l’afflato di ispirazione cristiana
e si trasformò in un sistema filosofico di radice hegeliana.
Il soggetto operaio fu coinvolto in un razionalismo che
peggiorò la sua condizione escludendolo da soggetto della
storia perché l’aspetto dottrinale astratto si allontanò
dai bisogni concreti, reali che aveva ispirato il movimento
iniziale. Così le regole del lavoro passarono nelle mani
della classe imprenditoriale ed è iniziato un movimento
che ha portato poco a poco alla cancellazione di tutte le
conquiste raggiunte con grande perdita di vite umane. A
questo punto mi permetto una riflessione che potrebbe essere
ripresa dopo il riposo pasquale.
Comincio con un’affermazione di cui assumo tutta la responsabilità.
In tutto il percorso dell’evangelizzazione, che dall’invio
dei dodici apostoli e dei settantadue discepoli mandati
direttamente da Gesù non dovrebbe mai in nessun momento
arrestarsi, si nota una deficienza permanente vivacemente
annunziata da Gesù (Matteo 16, 2- 4) ipocriti, non conoscete
i segni dei tempi e ripresa nel Concilio Vaticano II. Solo
qualche testa calda poteva parlare di socialismo cristiano.
Nel momento in cui il socialismo era vitale, aveva un manto
di anticlericalismo che fu scambiato per anticristianesimo
mentre, forse, era un richiamo alla Chiesa perché fosse
realmente protettrice dei bisogni umani, come la richiamava
eloquentemente il Vangelo. Ne approfittò la classe imprenditoriale
per dissociare l’evangelizzazione dalla classe che faceva
la storia, la Chiesa perse la classe lavoratrice e rimase
nel gruppo dei ricercatori di verità lontane, sempre più
lontani dai luoghi scelti da Gesù come Nazareth, la barca
dei pescatori, la terra nella quale mani callose affondano
il seme che sarà spiga. L’epoca moderna e postmoderna ha
portato con sé la fine delle ideologie politiche e ha aperto
il passo all’ideologia del mercato, offrendo all’evangelizzazione
l’opportunità di essere rimessa sulla strada in cui l’aveva
messa Gesù, che non è quella asfaltata su cui passano le
macchine fuoriserie, dove sorgono i supermercati nei quali
si trova il pane da gettare nei cassonetti e la soddisfazione
di tutte le voglie che invadono i cuori specialmente giovanili.
Sarebbe bastato che la Chiesa si facesse annunciatrice di
un’affermazione centrale nel Vangelo e la ripensasse nel
clima politico del tempo: non potete servire a Dio e a mammona.
La fine delle ideologie politiche, salutata con grande entusiasmo
da alcuni, ha aperto la fine di un’epoca che Barcellona
definisce come l’arresto della storia. Lo Spirito Santo
aveva suggerito ai vescovi dell’America Latina, non superdottori
ma piuttosto pastori, il momento di ripescare il grido proletari
del mondo unitevi, liberandolo dalle mani dei filosofi e
riportandolo sul luogo scelto da Gesù. Ma sempre per la
difficoltà ad accogliere i segni dei tempi, dove l’altezza
e la purezza della teologia sembrano perdere la propria
dignità, si proclamò che il grido era quello stesso che
aveva portato alla condanna del partito comunista. E allora?
Altra occasione perduta! Ma lo Spirito Santo, secondo il
suo stile, lo toglierà al popolo infedele per affidarlo
ad altri. E lascerà i gusci vuoti nelle mani di chi non
ha saputo gustare il frutto.
Avvenimenti recenti nel mondo religioso e in quello laico
dentro lo steccato politico ne sono una dimostrazione evidente.
Credo di non poter insegnare nulla a intellettuali come
Pietro Barcellona che sinceramente ammiro, ma potrei rinforzare
la sua definizione del tempo come fine della storia: l’innovazione
chiama un agente esterno, un’entità capace di produrre nuove
forme e che per ciò stesso non può essere dedotta dal sistema.
Mi permetto di fare un passo avanti aggiungendo queste parole
di Zygmunt Bauman: forse una versione della teologia della
liberazione2. Questa espressione assai vaga è stata per
me una folgorazione. Credo che il Vangelo contenga quei
valori che vengono dall’esterno per ridare vita alla storia.
La citazione di Bauman è una risposta all’ipotesi lasciata
in sospeso da Barcellona. Gesù ha affidato la sua eredità
agli apostoli che talvolta hanno provocato in lui risposte
sdegnate: non mi avete capito, specialmente quando si rifiutavano
di accettare le sue allusioni ai contrasti con il mondo
politico e religioso che si sarebbero uniti nel condannarlo
a morte. Nella modernità ci sono stati altri soggetti esterni
– Bar-cellona mi ha offerto questo aggettivo – disinteressati
alla salvezza dell’anima che pure hanno scoperto Gesù come
saggio. E la saggezza non è quella che salva l’uomo integrale?
Lo salva nel tempo e nella storia. Chiamare Gesù il saggio
vuol dire che si può cercare in lui una verità integrale,
cioè storica, esistenziale, la verità che si fa segno dei
tempi e che finora la Chiesa si è rifiutata di accogliere,
nonostante abbia affermato frequentemente che Gesù ha salvato
tutto l’uomo. E il tentativo di salvare tutto l’uomo non
è la teologia della liberazione?
Allora il mio augurio festoso di Pasqua non è il canto gioioso
delle campane pasquali atteso da me invano, perché le tante
campane della città che amo non cantano più dai campanili
in una città spopolata. Ma l’annunzio che Cristo è risorto
è sempre vero perché la storia non finisce. Il soggetto
storico è dono di Dio, Dio stesso sceso sulla terra per
insegnarci che Dio è venuto perché non può rinunziare al
suo progetto di amorizzare il mondo. Non ce lo ha insegnato
come maestro ma come testimone. Il suo corpo disgregato
sulla croce è il segno permanente di un richiamo all’integrazione
nell’amore che è verità e giustizia: non ricordate più le
cose passate, non pensate più le cose antiche! Ecco, faccio
una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
(Is 49, 18). Il soggetto giovane deve affidarsi al consigliere
adulto più che in passato perché l’aggressione del consumismo
è apparentemente invincibile e a molti invisibile. Mai come
oggi l’unica sfida a questa società sempre più povera di
umano, perché sempre più ricca di offerte tanto da vomitare
sulle bellezze più belle del creato, è il cammino della
liberazione che passa per quella povertà che è il codice
delle beatitudini. Il maestro Gesù mi dice che l’esistenza
vera è quella che conta sulle riserve contenute nel progetto
genetico di ogni persona. Gesù non pensa all’essere umano
solitario come al capolavoro che emerge dallo scalpello
e dal pennello degli artisti fiorentini, ma come soggetto
fratello del modello unico che raggiunge la sua vera identità
quando fa dell’amore accolto alla fonte l’energia essenziale
che muove la sua esistenza verso l’altro. Il suo ideale
è l’uomo che spegne le discordie, che porta la pace, che
si piega sul fratello ferito, che cambia il suo programma
e lo obbliga a investire il suo tempo nel risuscitare la
vita che senza di lui si spegnerebbe.
1. Fine della storia e del mondo come sistema,
Edizioni Dedalo, pag. 112
2. La decadenza degli intellettuali,
Bollati Boringhieri, pag. 219