Cari
amici,
L'EDITORIALE
DI MARIO DE MAIO
"Più l’uomo diventerà uomo più sarà
assillato da un bisogno sempre più esplicito, più raffinato,
più ricco di adorare”. Questa espressione di Teilhard
de Chardin scritta nel 1957 nel libro "L’ambiente divino",
ci fa riflettere su quanto sia importante il modello di
spiritualità a cui facciamo riferimento. Naturalmente questo
è importante anche per tutte le forme di rito a cui possiamo
pensare. La ritualità può rispondere a un bisogno di esprimere
sentimenti ed emozioni che necessitano di gesti particolari
per essere contenuti. Se il modello di riferimento è quello
che spesso circola nei nostri ambienti, cioè un’immagine
di Dio che controlla, che prevede e che premia o punisce
ogni nostra azione, il rito diventa una necessità psicologica
che ci permette di riparare ciò che sentiamo infranto. La
ritualità, i gesti, le parole buone che ascoltiamo e recitiamo,
ci concedono di sentirci meno cattivi e in qualche modo
riconciliati con noi stessi, con Dio e con gli altri.
Se il modello di riferimento è quello della teologia dinamica,
e cioè che tutto il Bene ci è stato donato, ci avvolge e
permea la realtà che ci circonda, sia fisica che sociale,
allora il rito è lo spazio per prendere contatto con tutto
questo. Attraverso il rito concediamo a noi stessi l’opportunità
di avvicinarci alle realtà che ci superano e così inserirle
nel nostro vissuto quotidiano. La preghiera non diventa
quindi la pretesa di trasformare l’ordine delle cose e il
loro fluire, ma un’opportunità che ci permette di scorgere
dietro gli avvenimenti, anche quelli più drammatici, l’aspetto
nascosto di un bene che in quel momento può essere appannato,
violato, ma che è soggiacente ad ogni realtà.
Mi rendo conto che sono cose facili a dirsi, ma non è altrettanto
facile trasferire nelle nostre emozioni quotidiane la certezza
che è impossibile che Dio non abbia avviato processi di
bene. A noi spetta il compito di riconoscerli, accoglierli,
favorirli e portarli a compimento. Il rito e la preghera
così diventano una grande opportunità affinché, attraverso
i simboli, le parole, i canti, le modalità di relazione
con gli altri, ricerchiamo costantemente il senso e la giusta
dimensione del nostro vivere, nonostante le incongruenze,
le irrazionalità, le forme di male che attraversano ogni
giorno la nostra esistenza.
don Mario