L'OSPITE
SACRO - FAR RINASCERE L'AMORE E L'UMANO - di ARTURO PAOLI
Per non mandare degli auguri di Natale che
entrino nella banalità ormai imperante in queste feste,
ho chiesto allo Spirito Santo un messaggio che giunga ai
lettori come un’offerta di sollievo in questo tempo turbolento
e minaccioso per le varie crisi in corso. Mi sono destato
con i versi di Dante che mi hanno martellato nel cervello
fino al momento in cui mi sono messo a scrivere. È una terzina
del Canto XXXIII del Paradiso. Non si potrebbe descrivere
il Natale con parole così dolci e trasparenti: Nel ventre
tuo si riaccese l’amore – per lo cui caldo nell’eterna pace
– così è germinato questo fiore. Era la risposta dello Spirito
alla mia preghiera. Vorrei fermarmi sul ventre di Maria,
che accoglie la salvezza dell’uomo. È bello pensare a questa
salvezza non affidata al pensiero né allo Spirito, ma a
tutto il corpo, a tutto l’essere umano. È importante notare
questa unità in un tempo in cui l’uomo schizoide è diventato
un personaggio comune. Forse questa scoperta generale di
persone scisse nella loro essenza, diventerà tanto allarmante
per le sue conseguenze disastrose che ci porterà a cercare
dei cambi essenziali. Non cambierà mai il mondo se non cambia
il cuore umano, e questo cambiamento consiste soprattutto
nell’unificazione della persona. Mi piace particolarmente
il versetto di un canto che rappresenta l’incarnazione:
Tu (riferito al figlio di Dio) per salvare l’uomo non hai
avuto orrore di metterti nell’utero della Vergine (non horruisti
virginis uterum). Siccome questi cristiani volevano rappresentare
gli effetti totali di questa discesa di Dio nell’umanità,
non temevano di scendere a quelle allusioni che sembrano
sconvenienti e forse inopportune all’uomo abituato a dividere
il pensiero dal corpo e lo spirito dalla carne. Dunque l’amore
di cui parla Dante si fa carne, corpo dell’uomo, e questo
è il Natale: salvezza e trasformazione di tutto l’uomo.
Bisogna notarlo, tenerlo presente, perché quella morte dell’amore
si manifesta appunto nelle sorprese quotidiane di scoprire
persone responsabili di guidare l’umanità, scissi dalla
loro persona. E allora perché sorprenderci degli orrori
e delle fratture nel corpo sociale? È possibile un mondo
nuovo, se non attraverso una rinascita dell’uomo? Così bisognerebbe
capire il Natale. È doloroso che la lieta notizia della
venuta fra noi del Cristo, chiusa in questi versi così musicali,
sia addolorata dalla notizia di un calo notevole della sensibilità
umana, denunziata da nostri scrittori laici come Pietro
Barcellona, Giulietto Chiesa e altri.
Un raggio di sole in questa oscurità ci viene da un altro
ricercatore laico, che afferma l’urgenza di ricostruire,
nell’oscuro e nel profondo dell’essere umano, un luogo in
cui il mistero fosse un’ospite sacro (1). Non sarebbe questo
amore che si riaccende nel ventre verginale di Maria, l’amore
che fa fiorire questo fiore? Dante si riferisce all’assemblea
dei Santi, cioè a quella parte dell’umanità che ha accolto
il senso vero di quei termini che nella Chiesa sentiamo
ripetere continuamente, redenzione, salvezza dell’uomo,
santificazione… parole che restano astratte e sembrano affidate
a simboli che raramente calano nella realtà. In questo pensatore
laico mi pare si chiariscano, e definiscano una responsabilità
che la persona deve assumere per non essere quella tragica
maschera a cui risalgono tutte le deformazioni che si manifestano
nel mondo politico e anche religioso. La responsabilità
di preparare questo luogo all’ospite che ci libererebbe
dalle ipocrisie che sono così generalizzate nella nostra
società.
Come vorrei cantare in questo Natale, che si avverte pieno
di grida disperate che il consumismo cerca di ricoprire
con le chiassose offerte di prodotti, con l’illusione di
spengere definitivamente le angosce che si speravano lasciate
per sempre sul divano dello psicanalista. Inutilmente caro
Francesco hai messo sulla paglia di Greccio un bambino nudo,
per indicare l’ospite sacro che porta la pace e la gioia.
Caro Francesco, te l’hanno portato via e lo hanno vestito
da principe circondato da dame e cavalieri. Il vero è fuggito
fra quelli che muoiono di freddo e di fame. Questo ospite
sacro non è certo l’aquila che ho visto ferita in una strana
clinica dove si accolgono gli animali feriti, in un paese
di frontiera fra il Brasile e l’Argentina. Spesso mi torna
alla memoria, perché la rivedo in quella sua silenziosa
implorazione; forse chiedeva di essere uccisa per uscire
dalla vergogna di mettere in mostra la sua decadenza. Quando
ci penso mi viene in mente l’aquila come immagine dello
Spirito, che Paolo vede rattristato dalla dimenticanza e
dall’oltraggio. Ma pensiamo alla giovanile immagine che
Gesù dà a Nicodemo, lo Spirito è il vento che soffia dove
vuole e ne senti la voce ma non sai da dove viene e dove
va (Gv. 3,7). La raccomandazione che Paolo rivolge ai primi
cristiani di non rattristare lo Spirito (Ef. 4, 30), ci
fa desiderare di essere come una preda dell’aquila che vola
alto e lontano.
Nel mio augurio di Natale vi auguro che vi lasciate portare
da questo vento o se vi piace di più di essere preda dell’aquila.
Il passaggio del tempo che stiamo vivendo è particolarmente
drammatico e porta con sé un impegno molto difficile eppure
improrogabile. Risuscitare l’amore è la risposta alla constatazione
tragica ma indiscutibile che il prossimo è morto. Il passaggio
non può essere un passaggio evolutivo, ma è necessariamente
segnato da una rottura violenta. Le occasioni di fare della
nostra vita un dono per i fratelli saranno più frequenti
e potranno essere colte solo da quelli che hanno praticato
la preghiera. Quale preghiera? Quella che calma le angosce
oppure quella che supplica il Padre con insistenza di accogliere
l’offerta della vita che si mette totalmente a disposizione
del progetto “regno di Dio”? Francesco nei suoi dialoghi
con Cristo chiede di diventare strumento della pace e Paolo,
nella sua follia di illuminare l’offerta amorosa del Padre
sospesa alla croce di Cristo, confessa un desiderio assurdo:
vorrei essere io stesso anàtema, separato dai miei fratelli,
separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli (Rom. 9,1).
Così scrive ai cittadini romani invitandoli insistentemente
ad aprirsi al rinnovamento di vita proposto da Cristo. I
romani sono duri, corazzati da tante offerte religiose e
filosofiche che vengono esibite in questa capitale del mondo.
Ma parlando ai Galati, più ingenui, più semplici, che si
lasciano facilmente persuadere da astuti venditori di parole,
non sa come mostrare la tenerezza e usa altre parole assurde:
Figliolini miei, che io di nuovo partorisco in Cristo (Gal.
4,19), non ridete e non commentate queste parole con la
mente devastata da tante stranezze a cui porta la violenza
del sesso. L’augurio è cominciato da un ventre dove si accende
l’amore e termina in questa folle immagine di un uomo che
possa partorire ad una novità di vita che viene dal Signore
Gesù. Paolo è cosciente che non può mantenere il dialogo
nel tono di calma e di quasi sorridente ammonizione, vedendo
davanti a sé gli sguardi che oscillano fra l’ingenuità di
chi è stato convinto da altro maestro e la sorpresa di destare
tanto interesse dell’apostolo. Il loro maestro vorrebbe
convincerli che nessuno può amare tanto gratuitamente e
appassionatamente come Gesù, che incendia di questo amore
il suo ambasciatore. E allora Paolo non trova un’analogia
più convincente del ventre di una madre che attraverso una
felice sofferenza dona al mondo una nuova vita.
1. Luigi Zoja, Coltivare l’anima, Moretti
e Vitali, 1999