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DICEMBRE 2009

 

 
 

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L'OSPITE SACRO - FAR RINASCERE L'AMORE E L'UMANO - di ARTURO PAOLI

Per non mandare degli auguri di Natale che entrino nella banalità ormai imperante in queste feste, ho chiesto allo Spirito Santo un messaggio che giunga ai lettori come un’offerta di sollievo in questo tempo turbolento e minaccioso per le varie crisi in corso. Mi sono destato con i versi di Dante che mi hanno martellato nel cervello fino al momento in cui mi sono messo a scrivere. È una terzina del Canto XXXIII del Paradiso. Non si potrebbe descrivere il Natale con parole così dolci e trasparenti: Nel ventre tuo si riaccese l’amore – per lo cui caldo nell’eterna pace – così è germinato questo fiore. Era la risposta dello Spirito alla mia preghiera. Vorrei fermarmi sul ventre di Maria, che accoglie la salvezza dell’uomo. È bello pensare a questa salvezza non affidata al pensiero né allo Spirito, ma a tutto il corpo, a tutto l’essere umano. È importante notare questa unità in un tempo in cui l’uomo schizoide è diventato un personaggio comune. Forse questa scoperta generale di persone scisse nella loro essenza, diventerà tanto allarmante per le sue conseguenze disastrose che ci porterà a cercare dei cambi essenziali. Non cambierà mai il mondo se non cambia il cuore umano, e questo cambiamento consiste soprattutto nell’unificazione della persona. Mi piace particolarmente il versetto di un canto che rappresenta l’incarnazione: Tu (riferito al figlio di Dio) per salvare l’uomo non hai avuto orrore di metterti nell’utero della Vergine (non horruisti virginis uterum). Siccome questi cristiani volevano rappresentare gli effetti totali di questa discesa di Dio nell’umanità, non temevano di scendere a quelle allusioni che sembrano sconvenienti e forse inopportune all’uomo abituato a dividere il pensiero dal corpo e lo spirito dalla carne. Dunque l’amore di cui parla Dante si fa carne, corpo dell’uomo, e questo è il Natale: salvezza e trasformazione di tutto l’uomo. Bisogna notarlo, tenerlo presente, perché quella morte dell’amore si manifesta appunto nelle sorprese quotidiane di scoprire persone responsabili di guidare l’umanità, scissi dalla loro persona. E allora perché sorprenderci degli orrori e delle fratture nel corpo sociale? È possibile un mondo nuovo, se non attraverso una rinascita dell’uomo? Così bisognerebbe capire il Natale. È doloroso che la lieta notizia della venuta fra noi del Cristo, chiusa in questi versi così musicali, sia addolorata dalla notizia di un calo notevole della sensibilità umana, denunziata da nostri scrittori laici come Pietro Barcellona, Giulietto Chiesa e altri.
Un raggio di sole in questa oscurità ci viene da un altro ricercatore laico, che afferma l’urgenza di ricostruire, nell’oscuro e nel profondo dell’essere umano, un luogo in cui il mistero fosse un’ospite sacro (1). Non sarebbe questo amore che si riaccende nel ventre verginale di Maria, l’amore che fa fiorire questo fiore? Dante si riferisce all’assemblea dei Santi, cioè a quella parte dell’umanità che ha accolto il senso vero di quei termini che nella Chiesa sentiamo ripetere continuamente, redenzione, salvezza dell’uomo, santificazione… parole che restano astratte e sembrano affidate a simboli che raramente calano nella realtà. In questo pensatore laico mi pare si chiariscano, e definiscano una responsabilità che la persona deve assumere per non essere quella tragica maschera a cui risalgono tutte le deformazioni che si manifestano nel mondo politico e anche religioso. La responsabilità di preparare questo luogo all’ospite che ci libererebbe dalle ipocrisie che sono così generalizzate nella nostra società.
Come vorrei cantare in questo Natale, che si avverte pieno di grida disperate che il consumismo cerca di ricoprire con le chiassose offerte di prodotti, con l’illusione di spengere definitivamente le angosce che si speravano lasciate per sempre sul divano dello psicanalista. Inutilmente caro Francesco hai messo sulla paglia di Greccio un bambino nudo, per indicare l’ospite sacro che porta la pace e la gioia. Caro Francesco, te l’hanno portato via e lo hanno vestito da principe circondato da dame e cavalieri. Il vero è fuggito fra quelli che muoiono di freddo e di fame. Questo ospite sacro non è certo l’aquila che ho visto ferita in una strana clinica dove si accolgono gli animali feriti, in un paese di frontiera fra il Brasile e l’Argentina. Spesso mi torna alla memoria, perché la rivedo in quella sua silenziosa implorazione; forse chiedeva di essere uccisa per uscire dalla vergogna di mettere in mostra la sua decadenza. Quando ci penso mi viene in mente l’aquila come immagine dello Spirito, che Paolo vede rattristato dalla dimenticanza e dall’oltraggio. Ma pensiamo alla giovanile immagine che Gesù dà a Nicodemo, lo Spirito è il vento che soffia dove vuole e ne senti la voce ma non sai da dove viene e dove va (Gv. 3,7). La raccomandazione che Paolo rivolge ai primi cristiani di non rattristare lo Spirito (Ef. 4, 30), ci fa desiderare di essere come una preda dell’aquila che vola alto e lontano.
Nel mio augurio di Natale vi auguro che vi lasciate portare da questo vento o se vi piace di più di essere preda dell’aquila. Il passaggio del tempo che stiamo vivendo è particolarmente drammatico e porta con sé un impegno molto difficile eppure improrogabile. Risuscitare l’amore è la risposta alla constatazione tragica ma indiscutibile che il prossimo è morto. Il passaggio non può essere un passaggio evolutivo, ma è necessariamente segnato da una rottura violenta. Le occasioni di fare della nostra vita un dono per i fratelli saranno più frequenti e potranno essere colte solo da quelli che hanno praticato la preghiera. Quale preghiera? Quella che calma le angosce oppure quella che supplica il Padre con insistenza di accogliere l’offerta della vita che si mette totalmente a disposizione del progetto “regno di Dio”? Francesco nei suoi dialoghi con Cristo chiede di diventare strumento della pace e Paolo, nella sua follia di illuminare l’offerta amorosa del Padre sospesa alla croce di Cristo, confessa un desiderio assurdo: vorrei essere io stesso anàtema, separato dai miei fratelli, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli (Rom. 9,1). Così scrive ai cittadini romani invitandoli insistentemente ad aprirsi al rinnovamento di vita proposto da Cristo. I romani sono duri, corazzati da tante offerte religiose e filosofiche che vengono esibite in questa capitale del mondo. Ma parlando ai Galati, più ingenui, più semplici, che si lasciano facilmente persuadere da astuti venditori di parole, non sa come mostrare la tenerezza e usa altre parole assurde: Figliolini miei, che io di nuovo partorisco in Cristo (Gal. 4,19), non ridete e non commentate queste parole con la mente devastata da tante stranezze a cui porta la violenza del sesso. L’augurio è cominciato da un ventre dove si accende l’amore e termina in questa folle immagine di un uomo che possa partorire ad una novità di vita che viene dal Signore Gesù. Paolo è cosciente che non può mantenere il dialogo nel tono di calma e di quasi sorridente ammonizione, vedendo davanti a sé gli sguardi che oscillano fra l’ingenuità di chi è stato convinto da altro maestro e la sorpresa di destare tanto interesse dell’apostolo. Il loro maestro vorrebbe convincerli che nessuno può amare tanto gratuitamente e appassionatamente come Gesù, che incendia di questo amore il suo ambasciatore. E allora Paolo non trova un’analogia più convincente del ventre di una madre che attraverso una felice sofferenza dona al mondo una nuova vita.

1. Luigi Zoja, Coltivare l’anima, Moretti e Vitali, 1999

 
   
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