L'INTIMO
IN ESILIO - di Arturo Paoli
Le parole di Dio vengono dall’eternità,
è compito dell’uomo incarnarle nel tempo: devono
essere vissute dalle generazioni di ogni tempo. L’interpretazione
della parola di Dio è affidata alla Chiesa ma, come
dice Paolo, la profezia, ovvero l’intelligenza di
questa parola nel tempo, è un carisma che lo Spirito
Santo dà a chi vuole. La vita spirituale nel nostro
tempo ci porta la grande novità della scoperta dell’anima.
Che cos’è l’anima? Un libro scritto da
due filosofi francesi del nostro tempo (1) definisce l’anima
come l’intimo, ed è la stessa definizione che
ci trasmette Agostino che, parlando del dialogo di Dio con
l’uomo, traccia queste parole, intimior intimo meo,
cioè la parte più profonda della mia intimità.
L’intimo, questa parte misteriosa dell’uomo
che dovrebbe essere il timoniere della sua vita, oggi è
in esilio. E questa è la ragione per la quale i giovani
di oggi non la possono scoprire nella religione: nella Chiesa
trovano le pratiche, i riti, la celebrazione dei sacramenti,
le prediche; ma è come se diventassero tutto a un
tratto sordi varcando la soglia del tempio: la Chiesa cerca
di trasmettere questo messaggio eterno ma non esiste questo
intimo, l’orecchio capace di riceverlo e di assimilarlo.
Non mancano soggetti che cercano di far giungere questa
parola e cercano tutte le forme di diffusione; ma non sembra
che abbiano successo.
Dall’insegnamento che ho ricevuto fino dalla lontana
infanzia, mi sono fatto l’idea dell’anima come
di un organo simile al fegato o al cervello: salva la tua
anima, non vale possedere il mondo se perdi la tua anima,
sono il messaggio che ha portato una risonanza permanente
in me. L’anima deve essere continuamente lavata perché
prima o poi arriverà la morte e dovrà presentarsi
candida all’appuntamento. Il cristianesimo in occidente
è stato fondato sulla dualità tra corpo e
anima, con il risultato di estraniare la vita spirituale,
e quindi la parte più importante ed essenziale, l’eterno
della nostra esistenza, dalla realtà degli eventi,
delle decisioni, dal contenuto del fare affidato ad ogni
esistenza. Così credo che questa sia la ragione per
cui spesso si nota un contrasto profondo fra l’essere
e l’agire del soggetto credente. Una persona implicata
in progetti che sono all’origine di effetti mortali,
può praticare la religione cristiana e addirittura
essere additata come modello.
Oggi sembra che l’evoluzione del pensiero sia avviata
verso un’altra visione. Una mistica, a cui ho attinto
molto della mia spiritualità, Teresa d’Avila,
parla di differenti dimore raggiunte dall’uomo spirituale
per arrivare all’intimità con Dio. La santa
spagnola vede la spiritualità come un edificio: edificarci
sul Cristo, che è la base di questo edificio. Il
beato Carlo de Foucauld parla di Cristo come modello unico
e mi induce a pensare il cammino spirituale come a un’opera
che deve portare ad una trasformazione dell’esistenza.
Nelle parole di Paolo questo è rivestirsi di Cristo:
non sono più io che vivo ma è Cristo che vive
in me. Queste parole risuonano spesso nel mondo religioso;
ma pochi ne assumono il vero senso. Dopo quello che è
stato detto sopra si potrebbe definire l’arrivo di
un cammino spirituale come il ritorno in Patria dell’intimo
esiliato. Non arieggia questa definizione nella parabola
del figliol prodigo raccontata nell’evangelo di Luca?
I giovani della generazione attuale sono spesso vittime
della droga o di un’esistenza che, vuota di senso,
sbocca facilmente nel suicidio. La causa è sempre
da attribuirsi a questo intimo in esilio, cioè all’assenza
di quest’energia che spinge a superare i limiti dell’umano.
Il giovane rappresentato nel vangelo di Luca è colui
che, spinto dal bisogno naturale di rompere la dipendenza
dai suoi genitori, parte dalla sua casa, non spinto dalla
necessità che strappava i nostri emigranti dalla
loro terra, ma dall’attrazione delle voglie alimentate
dal consumismo. Le offerte che si presentano non sono più
risposte al suo bisogno dei beni necessari per vivere dignitosamente,
ma ricerca di soddisfare le voglie create a getto continuo
dall’organizzazione capitalista. Le voglie travolgono
completamente il soggetto che non è più capace
di distinguerle e controllarle. Riescono a cancellare e
distruggere i bisogni veri, e sono rese effettive da una
superproduzione che rende assolutamente desiderabile ciò
che si dimostra subito superfluo. La terra dell’esilio
di questo io vero è affollata da tutti gli oggetti
che vengono gettati sul mercato senza interruzione.
Come fare per riportare dall’esilio questo intimo
capace del dialogo con l’essere invisibile? Che cosa
Gesù aspetta da ciascuno di noi? Gesù aspetta
che diventiamo suoi collaboratori, persone che partecipano
come soggetti a questo progetto di amorizzazione, aspetta
dal credente il coraggio di spingersi verso la contemplazione
di un grande amore che ci avvolge senza che noi lo avvertiamo.
Eppure il bisogno vero dell’uomo è quello di
sentirsi amato, senza raggiungere questa certezza non siamo
capaci di amare e di provare la gioia dell’esistenza.
L’esigenza vera, profonda, il bisogno assolutamente
irrinunciabile di ogni essere umano è solo questo,
e una volta raggiunto non c’è più luogo
per l’angoscia, per il senso del nulla e per la tirannia
delle voglie.
Chi non si è mai sentito amato, con l’aiuto
di un’analisi scopre la colpa del padre, della madre,
delle sue origini, ma la vera causa dell’inquietudine
è il vuoto di accoglienza dell’offerta di amore,
che è una conseguenza assoluta della vita nella fede.
Spesso sentiamo una specie di soddisfazione amara gettando
la responsabilità sugli altri; sarebbe come constatare
che uno non ha l’uso della parola perché gli
mancano gli organi della parola; la vera causa è
l’assenza di questo intimo che dobbiamo raggiungere
e riportare dall’esilio alla casa da cui è
partito. Quando Nicodemo, deluso, si presenta a Gesù
per chiedergli quale novità ha portato al mondo religioso
nel suo tempo, il Maestro risponde con una sola parola:
rinascere. L’intimo è il solo che ci mette
in contatto con la fonte della gioia, liberandoci dalla
quotidiana fatica di cercare delle sostituzioni che colmino
il vuoto angoscioso che ci tormenta. La fede non è
più obbedienza a regole, ad iniziative pensate dai
responsabili del Tempio, ma diventa dialogo con Dio, ascolto.
L’ascolto richiede il silenzio e l’accoglienza.
Concludo con alcune espressioni della Lettera ai Romani,
che è un canto di libertà e di gioia: “non
regni più il peccato nel nostro corpo mortale, sì
da sottomettervi ai suoi desideri, non offrite le vostre
membra come strumento di ingiustizia al peccato, ma offrite
voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre
membra come strumento di giustizia per Dio” (2). Quando
riusciremo a trovare il cammino e il senso dell’esistenza,
che è solo quello di mettere dinamiche d’amore
nel tempo e nella storia, potremo dire di essere discepoli
di Dio e di essere rinati.
(1) Exilés l’intime, Editions
Denoel, Paris 2008
(2) Rom 6,19.
Il testo di questo articolo è tratto
dalle meditazioni tenute da fratel Arturo al convegno invernale
2009. Sono disponibili i cd audio con le registrazioni complete.