Home page :: Associazione Oreundici   Incontri
  Formazione
  Solidarieta'
filetto_rosso
   
 
GENNAIO 2009

 

 
 

Torna alla home page Busta Stampante
   
   
● Per ricevere i Quaderni
Scrivi alla redazione
  L'archivio dei Quaderni
  TORNA AL SOMMARIO

 

NASCERE TRA GLI ALTRI - di Arturo Paoli

Sono al 2 dicembre, l’Avvento è appena cominciato e mi sono proposto di viverlo alla luce delle parole che Gesù rivolge a Nicodemo: rinascere dall’alto. La risposta di Nicodemo mi interroga personalmente. Dichiaro subito che la sua domanda non mi sorprende. L’anziano, quasi per un fenomeno naturale, non ricorda gli avvenimenti presenti e ritorna spesso al passato lontano: come posso rinascere? dovrei rientrare nel ventre di mia madre?
Devo confessare che i miei ritorni al passato sono accompagnati da un sottofondo musicale come il ritorno da un lungo viaggio in compagnia dell’Angelo di Tobia. Può sembrare presuntuosa la mia convinzione, ma citando l’amico filosofo Roberto Mancini: “quelle parole che sentiamo come rivolte a noi, piene di senso, sono parole per nascere”.
La mia vera nascita avvenne, come ho spesso ricordato, all’età di otto anni, quando vidi la piazza dei nostri giochi e delle piccole contese fra coetanei, arrossata dal sangue di gente armata; l’immagine di quella notte l’ho sempre portata con me. E oggi posso pregare perché non avendo la sublime purezza dei tuoi santi, Tu mi hai dato, Signore, una simpatia irresistibile per tutto ciò che si agita nella materia oscura, perché riconosco in me senza rimedio ben più che un figlio del cielo, un figlio della Terra, delle speranze e delle miserie di mia madre. E in forza del sacerdozio che mi hai conferito, su tutto ciò che nella carne dell’uomo si prepara a nascere e ad apparire sotto il cielo, invocherò il fuoco (per riprendere alcune espressioni di Theilard de Chardin). Credo che questa esperienza che ha chiuso il tempo della mia infanzia è quella che idealmente mi ha separato dalla famiglia e mi ha collocato dentro la storia degli uomini… Attingo ancora a questa verità vissuta, nelle parole che ho trovato molto più tardi: questa mescolanza preoccupante di prossimità e distanza, tutti noi, o Signore, la sperimentiamo fin dalla nascita, quando la nascita diventa consapevole attraverso un evento per lo più doloroso. “Una spada trapasserà la tua anima affinché vengano svelati i pensieri di molti cuori”. Così profetizza un sacerdote alla giovane donna nel momento in cui la carne del figlio che porta stretto alla sua carne riscalda il suo cuore (Lc. 2,35). Penso che quando la nostra esistenza è marcata da un evento che sveglia la coscienza di essere venuti al mondo fra gli altri, si possa parlare di questa rinascita simbolica. Non credo che Maria avesse presente in ogni momento della sua vita quotidiana a Nazareth il ricordo di una concezione verginale. Penso che sia stato per Lei come un sogno. Forse nel passato, quando il professore di filosofia ci spiegava la storia come lo svolgimento nel tempo di un Essere assoluto che non dovevamo chiamare Dio ma Spirito universale, e ci diceva di guardarlo a distanza come una stella nel cielo, la mia attenzione si fissava su quell’idea che lavorava dentro di me e mi manteneva fuori della realtà quotidiana in cammino verso un orizzonte lontano. Trovo oggi nel libro di Mancini (1) un’espressione che forse non capirei se non ritornassi ad eventi del mio passato: mi riferisco a una vera e propria dilatazione vitale della categoria della metafisica, in modo che il discorso un tempo basato sull’autosufficienza dei nessi logici, diviene molto più attento al carattere di evento della verità. Quale evento particolare e personale è accaduto in me? La filosofia hegeliana che ho studiato negli anni della mia formazione, metteva al posto di Dio un Assoluto che chiamava Stato, Razza, oggi Mercato. Sono i diversi nomi e le diverse maschere dell’idolo, sotto il cui dominio sono avvenute le tragiche vicende vissute in Europa e nel mondo. Senza sostare lungo la traiettoria della mia vita, di cui ho avuto occasione di parlare spesso, sono sboccato a scoprire un evento naturale, la teologia della liberazione. Nel tempo delle agitazioni giovanili scrissi, quasi dominato da una febbre, il Dialogo della liberazione e sono stato felice di trovare nel libro di Gustavo Gutierrez quelle idee espresse in concetti razionali, le stesse che erano uscite da me come espressioni di emozioni profonde e come svelamento di una verità che era maturata con lentezza. La filosofia di Maria Zambano – scrive Mancini – dimostra che al di là dell’ateismo e al di là del pensiero religioso sacrale esiste un territorio esplorabile relativo alla verità di Dio nell’umanità. Per me meglio di ogni altro lo ha espresso il gesuita Theilard de Chardin, che ha offerto una lettura dell’incarnazione come di amorizzare il mondo. Per me oggi sarebbe impossibile pensare Gesù fuori da questo progetto. Nell’ultimo tratto della mia esistenza rivedo lo svolgimento della mia vita a cominciare dall’evento che mi ha tolto dal mondo familiare e mi ha collocato tra gli altri, come un filo rosso che non si è mai interrotto. Oggi sentiamo necessario e urgente amorizzare il mondo. Vorrei lasciare un messaggio di gioia e di speranza nel momento in cui l’occidente cristiano sta tramontando perché vedo albeggiare all’orizzonte un tempo nuovo: vedo che muore l’uomo religioso e rinasce l’uomo spirituale. Un segno per me illuminante è l’improvvisa discesa nel numero delle vocazioni sacerdotali, un fenomeno secondo me non affrontato né capito come messaggio dello Spirito Santo. Questo fatto è un segno chiaro del fatto che, a causa della nostra tradizione greca, pensiamo le verità staccandole dagli eventi del tempo reale. L’incarnazione spesso non ci appare nella realtà come nella visione “theilardiana”, e per questo certi avvenimenti ci scoraggiano e ci turbano profondamente. Ignoriamo quelle parole che sentiamo rivolte proprio a noi come colme di senso per rinascere. L’incarnazione del logos nel nostro tempo e nel nostro spazio non è un fatto chiuso nella persona di Gesù; ma è la manifestazione di un movimento complesso della storia umana che va necessariamente verso la identificazione degli uomini e delle cose nell’unico essere che è il Cristo Gesù. Un tempo nuovo sta nascendo sotto l’insegna gli altri sono i tuoi salvatori, e per questo occorrono sacerdoti nuovi: la religione è una educazione all’amore e al dono di sé. L’invito all’amore è nelle ultime parole del Cristo avviato verso la croce e nella prima beatitudine del discorso della montagna. La povertà si può interpretare come un passaggio dal vedere gli altri come schiavi da aggregare al progetto di un io egoista e accentratore, a fratelli protagonisti del progetto di un io che si fa dono di sé. Le parole uscite dalla bocca dell’Uomo che è venuto ad umanizzare l’amore, prendete e mangiatemi, appaiono oggi come un invito al dono di sé. Un invito a guardarci e ad accorgerci che la causa delle nostre angosce e di molte sofferenze inutili è proprio quella di portare un peso insopportabile da cui possiamo e dobbiamo scioglierci. E questo è possibile solo attraverso gli altri. Sul Tabor i tre apostoli hanno avuto la visione di un Essere di luce, leggero e trasparente come la luce, e sicuramente hanno sentito per un momento che cosa potevano diventare e hanno raggiunto il punto più alto della possibilità di gioia che l’uomo contiene dentro di sé, che è la sua verità. E non trovarono che questa preghiera: “Signore, restiamo qui”. Questo è il mio sogno: che da un vivere consumista, che ci allontana fatalmente dall’essere veri, possiamo arrivare alla nascita dell’uomo venuto fra noi per dare la vita per gli altri.

1. Esistere nascendo, Città Aperta

 

 

 

 
   
banner_inferiore