NASCERE
TRA GLI ALTRI - di Arturo Paoli
Sono al 2 dicembre, l’Avvento è appena cominciato
e mi sono proposto di viverlo alla luce delle parole che
Gesù rivolge a Nicodemo: rinascere dall’alto. La risposta
di Nicodemo mi interroga personalmente. Dichiaro subito
che la sua domanda non mi sorprende. L’anziano, quasi per
un fenomeno naturale, non ricorda gli avvenimenti presenti
e ritorna spesso al passato lontano: come posso rinascere?
dovrei rientrare nel ventre di mia madre?
Devo confessare che i miei ritorni al passato sono accompagnati
da un sottofondo musicale come il ritorno da un lungo viaggio
in compagnia dell’Angelo di Tobia. Può sembrare presuntuosa
la mia convinzione, ma citando l’amico filosofo Roberto
Mancini: “quelle parole che sentiamo come rivolte a noi,
piene di senso, sono parole per nascere”.
La mia vera nascita avvenne, come ho spesso ricordato, all’età
di otto anni, quando vidi la piazza dei nostri giochi e
delle piccole contese fra coetanei, arrossata dal sangue
di gente armata; l’immagine di quella notte l’ho sempre
portata con me. E oggi posso pregare perché non avendo la
sublime purezza dei tuoi santi, Tu mi hai dato, Signore,
una simpatia irresistibile per tutto ciò che si agita nella
materia oscura, perché riconosco in me senza rimedio ben
più che un figlio del cielo, un figlio della Terra, delle
speranze e delle miserie di mia madre. E in forza del sacerdozio
che mi hai conferito, su tutto ciò che nella carne dell’uomo
si prepara a nascere e ad apparire sotto il cielo, invocherò
il fuoco (per riprendere alcune espressioni di Theilard
de Chardin). Credo che questa esperienza che ha chiuso il
tempo della mia infanzia è quella che idealmente mi ha separato
dalla famiglia e mi ha collocato dentro la storia degli
uomini… Attingo ancora a questa verità vissuta, nelle parole
che ho trovato molto più tardi: questa mescolanza preoccupante
di prossimità e distanza, tutti noi, o Signore, la sperimentiamo
fin dalla nascita, quando la nascita diventa consapevole
attraverso un evento per lo più doloroso. “Una spada trapasserà
la tua anima affinché vengano svelati i pensieri di molti
cuori”. Così profetizza un sacerdote alla giovane donna
nel momento in cui la carne del figlio che porta stretto
alla sua carne riscalda il suo cuore (Lc. 2,35). Penso che
quando la nostra esistenza è marcata da un evento che sveglia
la coscienza di essere venuti al mondo fra gli altri, si
possa parlare di questa rinascita simbolica. Non credo che
Maria avesse presente in ogni momento della sua vita quotidiana
a Nazareth il ricordo di una concezione verginale. Penso
che sia stato per Lei come un sogno. Forse nel passato,
quando il professore di filosofia ci spiegava la storia
come lo svolgimento nel tempo di un Essere assoluto che
non dovevamo chiamare Dio ma Spirito universale, e ci diceva
di guardarlo a distanza come una stella nel cielo, la mia
attenzione si fissava su quell’idea che lavorava dentro
di me e mi manteneva fuori della realtà quotidiana in cammino
verso un orizzonte lontano. Trovo oggi nel libro di Mancini
(1) un’espressione che forse non capirei se non ritornassi
ad eventi del mio passato: mi riferisco a una vera e propria
dilatazione vitale della categoria della metafisica, in
modo che il discorso un tempo basato sull’autosufficienza
dei nessi logici, diviene molto più attento al carattere
di evento della verità. Quale evento particolare e personale
è accaduto in me? La filosofia hegeliana che ho studiato
negli anni della mia formazione, metteva al posto di Dio
un Assoluto che chiamava Stato, Razza, oggi Mercato. Sono
i diversi nomi e le diverse maschere dell’idolo, sotto il
cui dominio sono avvenute le tragiche vicende vissute in
Europa e nel mondo. Senza sostare lungo la traiettoria della
mia vita, di cui ho avuto occasione di parlare spesso, sono
sboccato a scoprire un evento naturale, la teologia della
liberazione. Nel tempo delle agitazioni giovanili scrissi,
quasi dominato da una febbre, il Dialogo della liberazione
e sono stato felice di trovare nel libro di Gustavo Gutierrez
quelle idee espresse in concetti razionali, le stesse che
erano uscite da me come espressioni di emozioni profonde
e come svelamento di una verità che era maturata con lentezza.
La filosofia di Maria Zambano – scrive Mancini – dimostra
che al di là dell’ateismo e al di là del pensiero religioso
sacrale esiste un territorio esplorabile relativo alla verità
di Dio nell’umanità. Per me meglio di ogni altro lo ha espresso
il gesuita Theilard de Chardin, che ha offerto una lettura
dell’incarnazione come di amorizzare il mondo. Per me oggi
sarebbe impossibile pensare Gesù fuori da questo progetto.
Nell’ultimo tratto della mia esistenza rivedo lo svolgimento
della mia vita a cominciare dall’evento che mi ha tolto
dal mondo familiare e mi ha collocato tra gli altri, come
un filo rosso che non si è mai interrotto. Oggi sentiamo
necessario e urgente amorizzare il mondo. Vorrei lasciare
un messaggio di gioia e di speranza nel momento in cui l’occidente
cristiano sta tramontando perché vedo albeggiare all’orizzonte
un tempo nuovo: vedo che muore l’uomo religioso e rinasce
l’uomo spirituale. Un segno per me illuminante è l’improvvisa
discesa nel numero delle vocazioni sacerdotali, un fenomeno
secondo me non affrontato né capito come messaggio dello
Spirito Santo. Questo fatto è un segno chiaro del fatto
che, a causa della nostra tradizione greca, pensiamo le
verità staccandole dagli eventi del tempo reale. L’incarnazione
spesso non ci appare nella realtà come nella visione “theilardiana”,
e per questo certi avvenimenti ci scoraggiano e ci turbano
profondamente. Ignoriamo quelle parole che sentiamo rivolte
proprio a noi come colme di senso per rinascere. L’incarnazione
del logos nel nostro tempo e nel nostro spazio non è un
fatto chiuso nella persona di Gesù; ma è la manifestazione
di un movimento complesso della storia umana che va necessariamente
verso la identificazione degli uomini e delle cose nell’unico
essere che è il Cristo Gesù. Un tempo nuovo sta nascendo
sotto l’insegna gli altri sono i tuoi salvatori, e per questo
occorrono sacerdoti nuovi: la religione è una educazione
all’amore e al dono di sé. L’invito all’amore è nelle ultime
parole del Cristo avviato verso la croce e nella prima beatitudine
del discorso della montagna. La povertà si può interpretare
come un passaggio dal vedere gli altri come schiavi da aggregare
al progetto di un io egoista e accentratore, a fratelli
protagonisti del progetto di un io che si fa dono di sé.
Le parole uscite dalla bocca dell’Uomo che è venuto ad umanizzare
l’amore, prendete e mangiatemi, appaiono oggi come un invito
al dono di sé. Un invito a guardarci e ad accorgerci che
la causa delle nostre angosce e di molte sofferenze inutili
è proprio quella di portare un peso insopportabile da cui
possiamo e dobbiamo scioglierci. E questo è possibile solo
attraverso gli altri. Sul Tabor i tre apostoli hanno avuto
la visione di un Essere di luce, leggero e trasparente come
la luce, e sicuramente hanno sentito per un momento che
cosa potevano diventare e hanno raggiunto il punto più alto
della possibilità di gioia che l’uomo contiene dentro di
sé, che è la sua verità. E non trovarono che questa preghiera:
“Signore, restiamo qui”. Questo è il mio sogno: che da un
vivere consumista, che ci allontana fatalmente dall’essere
veri, possiamo arrivare alla nascita dell’uomo venuto fra
noi per dare la vita per gli altri.
1. Esistere nascendo, Città Aperta