IL
TEMPO DELLA SPERANZA. UNA FORZA VIVA CHE MUOVE VERSO L'UTOPIA
- di ARTURO PAOLI
L’accingermi a scrivere sul tempo mi rimanda
ai versetti del libro biblico Qoélet che enumera una serie
di azioni compiute dall’uomo per riempire il tempo: un tempo
per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire
e un tempo per costruire; un tempo per tacere e uno per
parlare (1). Ci sono solo due movimenti nell’uomo che appaiono
sottratti al tempo: il pensare e l’amare, che ci sembrano
più adatti a riflettere sull’eternità.
Penso al tempo come all’aria, al sole, alla notte, a qualcosa
che è simultaneamente mio e di altri. Essendo un essere
vivente definito persona, con una caratteristica che mi
distingue dagli altri esseri viventi, per il fatto di essere
capace di accogliere idee e sentimenti, forme di pensiero
e forme di amore, di odio, di perdono, di vendetta, sentimenti
che sono della persona e nella persona cangianti, passeggeri,
mettiamo nel tempo delle vibrazioni che lo rendono positivo,
lieto o triste. Riflettendo ci sembrano come rapite dal
tempo: penso al verso del poeta Carducci, allusivo al vento,
che rapisce degli uomini il sospir.
Ho colto dei giudizi sulla tecnica pervasiva che entra furtivamente
nella nostra intimità e mi unisco alle proteste cercando
di sottrarmi il più possibile a questa invasione, poi rifletto
sulla nostra vita quotidiana, lo spazio della veglia e quello
del sonno, e vedo che necessariamente affidiamo i nostri
pensieri e le nostre passioni al tempo. Non è esatto parlare
di affidamento, è più esatto riconoscere che questi pensieri
e questi sentimenti ci vengono rapiti per entrare in un
circolo. Ci lagnamo di tempi tristi e di pensieri tristi,
dell’odio che porta a volere e a realizzare la morte dell’altro
o a offese e ingiurie che equivalgono alla morte; ma questo
odio non viene da noi? i creatori di questi fatti non siamo
noi e solo noi? Il tempo è come un vuoto aperto in cui noi
versiamo il nostro fare e il nostro pensare, e per riprendere
il poeta che si è presentato alla mia immaginazione, le
nostre risse che ardono nel cuore umano. Pensare alle nostre
esistenze in questo coinvolgimento può parere un’astrazione
piuttosto drammatica e addirittura nociva alla nostra salute
mentale, ma possiamo pensarle come ispirate al Sommo Bene
e pensarci come collaboratori di questo Sommo Bene.
Allora concludiamo con la possibilità di diffondere rapidamente
quanto possiamo creare nella linea della bellezza, armonia,
amore e comprendiamo la responsabilità di essere buoni.
Forse questa proposta giunge carica di un sapore insipido.
Anche Gesù pensa che l’aggettivo buono possa contenere un
sapore equivoco e dice al giovane che lo interroga, uno
solo è buono (Mt 19,17). Nessun essere umano può raggiungere
il grado del Sommo Bene.
Direi che dobbiamo vivere con la responsabilità di immettere
nel tempo azioni, sentimenti, pensieri che siano positivi,
ed è possibile solo con la consapevolezza del nostro essere
immersi nel tempo.
Ritorno ad un pensatore laico, Aldo Schiavone, citato in
un altro mio scritto (2) in cui ho trovato la speranza di
un nuovo umanesimo. Oggi è chiaro per chi riflette un momento
che siamo arrivati al limite massimo della contaminazione
del tempo. In un breve soggiorno romano mi sono trovato
a vivere una limitazione nella circolazione delle auto perché
si era superato il limite consentito della contaminazione
atmosferica. Schiavone propone un nuovo umanesimo come risposta
ad un altro tipo di contaminazione che ha superato il limite:
attraverso la scienza e la tecnica l’infinito, come assenza
totale di confini alla possibilità del fare, come caduta
di ogni determinazione obbligata da una barriera esterna
a noi, sta entrando stabilmente nel mondo degli uomini…questa
assoluta indeterminatezza dà le vertigini solo a pensarla,
ma vi dovremmo fare l’abitudine. Sarà già da domani il nostro
futuro (pg. 98-99). Il tempo ha raggiunto il limite massimo
di contaminazione. Quale è la decisione messa in pratica
a Roma? Limitare la circolazione per abbassare il tasso
di contaminazione! La prima proposta che viene in mente
per opporsi alla contaminazione del tempo prodotto dalla
pervasività della tecnica è l’otium contemplativum.
L’autore citato parla della indeterminatezza cui ci troviamo
davanti nella proposta del convivere con l’infinito. Penso
che, senza averne l’intenzione, Schiavone alluda all’entrata
nella storia dell’epoca dello Spirito Santo. Una intuizione
mistica che può entrare nel tempo. Abituarsi a questa convivenza
esige un adattamento che sarà molto difficile alla nostra
generazione abituata a circondarsi di oggetti palpabili
che diano sicurezza, anche se una sicurezza molto fragile.
Lo Spirito è vera libertà. Dove è lo Spirito del Signore,
lì è la libertà, ha annunziato Paolo al mondo.
Penso a Bauman che ha immaginato la società attuale imbarcata
su un aereo che cerca disperatamente un atterraggio senza
trovarlo. La vita dello Spirito comincia da un lancio nel
vuoto, e forse è questo presentimento che dà i brividi;
ma la mia guida ha scelto come motto jamais avoir peur (Ch.
De Foucauld), perché Egli manderà i suoi angeli ed è questa
una bella immagine per assicurarci del suo immancabile soccorso.
La fissazione sul denaro riempie il nostro tempo di paure
e di angosce. Al credente è affidato il compito di riempire
il tempo di speranza. Vedo molto importante e positivo che
unlaico concluda la sua opera con la parola che ci rimette
in piedi a testa alta. C’è un punto del cammino (è la conclusione
del libro) in cui la cognizione finalmente acquisita della
struttura storica del proprio destino incrocia la possibilità
non vana ma razionale della speranza (pg.99). Non è certamente
di noi credenti il monopolio della speranza. Per la generazione
presente, occupata senza vuoti intermedi dal gettito continuo
di oggetti prodotti da tecniche sempre nuove o rinnovatesi,
non sarà facile cominciare ad accogliere quelle che chiamiamo
virtù, che sono prodotti dell’anima che non si proiettano
su oggetti concreti. Dobbiamo pensare e credere che la storia
si muove e segna dei veri progressi grazie all’energia di
esseri umani che hanno sognato ideali di rinnovamento, pagandoli
con molti anni di carcere e talvolta con il martirio. Ho
recentemente assistito alla morte di un amico a me molto
caro, che per quindici anni ha alternato la sua esistenza
fra il letto e la sedia a rotelle. Da una vita piena e affollata
di attività è piombato improvvisamente nell’immobilità per
una terapia chirurgica errata. Evidentemente è stato duro
per lui accettare questa vita; dopo qualche mese ha scoperto
la speranza come una forza viva, che muove il tempo verso
l’utopia. Dal bisogno di consolazione è passato ad essere
un consolatore, da persona infelice è passato ad essere
un creatore di gioia.
Ha scoperto che mai come in questo ozio forzato ha potuto
immettere nel tempo delle forze positive che potevano influire
sul progresso positivo dell’umanità. E non è questo il contenuto
vero della speranza?
Non una sola volta Gesù ha esortato i discepoli a non aver
paura di fronte alle minacce del tempo meteorologico. Nel
Vangelo le tempeste sul lago sono l’occasione offerta al
maestro di avvertire coloro che Egli invierà al mondo che
dovranno superare delle difficoltà apparentemente invalicabili;
ma solo in questi spazi si può scoprire la speranza. L’opposto
della paura è proprio e soltanto la speranza, che non può
confondersi con una paziente attesa di tempi migliori; ma
è quella che mantiene l’uomo in piedi con gli occhi fissi
su promesse fondate sulle parole pronunziate un giorno a
tutta l’umanità che si succede nel tempo: non abbiate paura,
Io sarò con voi fino alla fine dei tempi.
note
1. Qoèlet, cap. 3.
2. Aldo Schiavone, Storia e destino, ed. Einaudi, 2007