Home page :: Associazione Oreundici   Incontri
  Formazione
  Solidarieta'
filetto_rosso
   
 
LUGLIO/AGOSTO 2009

 

 
 

Torna alla home page Busta Stampante
 

   
   
● Per ricevere i Quaderni
Scrivi alla redazione
  L'archivio dei Quaderni
  TORNA AL SOMMARIO

 

IL TEMPO DELLA SPERANZA. UNA FORZA VIVA CHE MUOVE VERSO L'UTOPIA - di ARTURO PAOLI

L’accingermi a scrivere sul tempo mi rimanda ai versetti del libro biblico Qoélet che enumera una serie di azioni compiute dall’uomo per riempire il tempo: un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per tacere e uno per parlare (1). Ci sono solo due movimenti nell’uomo che appaiono sottratti al tempo: il pensare e l’amare, che ci sembrano più adatti a riflettere sull’eternità.
Penso al tempo come all’aria, al sole, alla notte, a qualcosa che è simultaneamente mio e di altri. Essendo un essere vivente definito persona, con una caratteristica che mi distingue dagli altri esseri viventi, per il fatto di essere capace di accogliere idee e sentimenti, forme di pensiero e forme di amore, di odio, di perdono, di vendetta, sentimenti che sono della persona e nella persona cangianti, passeggeri, mettiamo nel tempo delle vibrazioni che lo rendono positivo, lieto o triste. Riflettendo ci sembrano come rapite dal tempo: penso al verso del poeta Carducci, allusivo al vento, che rapisce degli uomini il sospir.
Ho colto dei giudizi sulla tecnica pervasiva che entra furtivamente nella nostra intimità e mi unisco alle proteste cercando di sottrarmi il più possibile a questa invasione, poi rifletto sulla nostra vita quotidiana, lo spazio della veglia e quello del sonno, e vedo che necessariamente affidiamo i nostri pensieri e le nostre passioni al tempo. Non è esatto parlare di affidamento, è più esatto riconoscere che questi pensieri e questi sentimenti ci vengono rapiti per entrare in un circolo. Ci lagnamo di tempi tristi e di pensieri tristi, dell’odio che porta a volere e a realizzare la morte dell’altro o a offese e ingiurie che equivalgono alla morte; ma questo odio non viene da noi? i creatori di questi fatti non siamo noi e solo noi? Il tempo è come un vuoto aperto in cui noi versiamo il nostro fare e il nostro pensare, e per riprendere il poeta che si è presentato alla mia immaginazione, le nostre risse che ardono nel cuore umano. Pensare alle nostre esistenze in questo coinvolgimento può parere un’astrazione piuttosto drammatica e addirittura nociva alla nostra salute mentale, ma possiamo pensarle come ispirate al Sommo Bene e pensarci come collaboratori di questo Sommo Bene.
Allora concludiamo con la possibilità di diffondere rapidamente quanto possiamo creare nella linea della bellezza, armonia, amore e comprendiamo la responsabilità di essere buoni.
Forse questa proposta giunge carica di un sapore insipido. Anche Gesù pensa che l’aggettivo buono possa contenere un sapore equivoco e dice al giovane che lo interroga, uno solo è buono (Mt 19,17). Nessun essere umano può raggiungere il grado del Sommo Bene.
Direi che dobbiamo vivere con la responsabilità di immettere nel tempo azioni, sentimenti, pensieri che siano positivi, ed è possibile solo con la consapevolezza del nostro essere immersi nel tempo.
Ritorno ad un pensatore laico, Aldo Schiavone, citato in un altro mio scritto (2) in cui ho trovato la speranza di un nuovo umanesimo. Oggi è chiaro per chi riflette un momento che siamo arrivati al limite massimo della contaminazione del tempo. In un breve soggiorno romano mi sono trovato a vivere una limitazione nella circolazione delle auto perché si era superato il limite consentito della contaminazione atmosferica. Schiavone propone un nuovo umanesimo come risposta ad un altro tipo di contaminazione che ha superato il limite: attraverso la scienza e la tecnica l’infinito, come assenza totale di confini alla possibilità del fare, come caduta di ogni determinazione obbligata da una barriera esterna a noi, sta entrando stabilmente nel mondo degli uomini…questa assoluta indeterminatezza dà le vertigini solo a pensarla, ma vi dovremmo fare l’abitudine. Sarà già da domani il nostro futuro (pg. 98-99). Il tempo ha raggiunto il limite massimo di contaminazione. Quale è la decisione messa in pratica a Roma? Limitare la circolazione per abbassare il tasso di contaminazione! La prima proposta che viene in mente per opporsi alla contaminazione del tempo prodotto dalla pervasività della tecnica è l’otium contemplativum.
L’autore citato parla della indeterminatezza cui ci troviamo davanti nella proposta del convivere con l’infinito. Penso che, senza averne l’intenzione, Schiavone alluda all’entrata nella storia dell’epoca dello Spirito Santo. Una intuizione mistica che può entrare nel tempo. Abituarsi a questa convivenza esige un adattamento che sarà molto difficile alla nostra generazione abituata a circondarsi di oggetti palpabili che diano sicurezza, anche se una sicurezza molto fragile. Lo Spirito è vera libertà. Dove è lo Spirito del Signore, lì è la libertà, ha annunziato Paolo al mondo.
Penso a Bauman che ha immaginato la società attuale imbarcata su un aereo che cerca disperatamente un atterraggio senza trovarlo. La vita dello Spirito comincia da un lancio nel vuoto, e forse è questo presentimento che dà i brividi; ma la mia guida ha scelto come motto jamais avoir peur (Ch. De Foucauld), perché Egli manderà i suoi angeli ed è questa una bella immagine per assicurarci del suo immancabile soccorso.
La fissazione sul denaro riempie il nostro tempo di paure e di angosce. Al credente è affidato il compito di riempire il tempo di speranza. Vedo molto importante e positivo che unlaico concluda la sua opera con la parola che ci rimette in piedi a testa alta. C’è un punto del cammino (è la conclusione del libro) in cui la cognizione finalmente acquisita della struttura storica del proprio destino incrocia la possibilità non vana ma razionale della speranza (pg.99). Non è certamente di noi credenti il monopolio della speranza. Per la generazione presente, occupata senza vuoti intermedi dal gettito continuo di oggetti prodotti da tecniche sempre nuove o rinnovatesi, non sarà facile cominciare ad accogliere quelle che chiamiamo virtù, che sono prodotti dell’anima che non si proiettano su oggetti concreti. Dobbiamo pensare e credere che la storia si muove e segna dei veri progressi grazie all’energia di esseri umani che hanno sognato ideali di rinnovamento, pagandoli con molti anni di carcere e talvolta con il martirio. Ho recentemente assistito alla morte di un amico a me molto caro, che per quindici anni ha alternato la sua esistenza fra il letto e la sedia a rotelle. Da una vita piena e affollata di attività è piombato improvvisamente nell’immobilità per una terapia chirurgica errata. Evidentemente è stato duro per lui accettare questa vita; dopo qualche mese ha scoperto la speranza come una forza viva, che muove il tempo verso l’utopia. Dal bisogno di consolazione è passato ad essere un consolatore, da persona infelice è passato ad essere un creatore di gioia.
Ha scoperto che mai come in questo ozio forzato ha potuto immettere nel tempo delle forze positive che potevano influire sul progresso positivo dell’umanità. E non è questo il contenuto vero della speranza?
Non una sola volta Gesù ha esortato i discepoli a non aver paura di fronte alle minacce del tempo meteorologico. Nel Vangelo le tempeste sul lago sono l’occasione offerta al maestro di avvertire coloro che Egli invierà al mondo che dovranno superare delle difficoltà apparentemente invalicabili; ma solo in questi spazi si può scoprire la speranza. L’opposto della paura è proprio e soltanto la speranza, che non può confondersi con una paziente attesa di tempi migliori; ma è quella che mantiene l’uomo in piedi con gli occhi fissi su promesse fondate sulle parole pronunziate un giorno a tutta l’umanità che si succede nel tempo: non abbiate paura, Io sarò con voi fino alla fine dei tempi.

note
1. Qoèlet, cap. 3.
2. Aldo Schiavone, Storia e destino, ed. Einaudi, 2007

 
   
banner_inferiore