L'ASSENZA DEL PADRE - di ARTURO PAOLI
Quando nei miei incontri ritorno alla parabola
del figlio che parte da casa (Lc15) è inevitabile che qualche
uditore mi rivolga la domanda: ma la madre dov’è? Me la
sono sbrigata spesso portando l’argomento del ruolo della
donna nelle società patriarcali, ancora meno rilevante quando
si trattava di viaggi di allontanamento perché per principio
la madre avrebbe protestato vivacemente per cancellare il
proposito del figlio. L’opinione della madre è risaputa:
figlio non partire. Nella parabola in questione il Padre
non dice una parola sulla richiesta del figlio di dividere
l’eredità, forse in cuor suo l’aveva già deciso. Il figlio
chiede e allora il Padre divise le sue sostanze fra i due
figli (Lc15,12). La partenza è del ragazzo prediletto dalla
madre? Era una decisione attesa da tempo? Dq quel momento
comincia una nuova storia anche per il Padre. Gesù a dodici
anni si comporta in modo simile. Non è che i genitori abbiano
perso di vista il dodicenne. È lui che si nasconde e li
lascia partire, li lascia pensare che sia nel gruppo dei
coetanei. Lo cercano affannosamente e lo trovano dopo tre
giorni. La risposta messa in bocca al ragazzo è poco convincente.
Gesù è vicino a quella pubertà che Freud definisce distacco
dalla famiglia. Disobbedienza? No, indipendenza. E nonostante
i teologi devoti di Maria, specialmente in passato, si siano
preoccupati di dimostrare che le trasgressioni sono impensabili
in Gesù uomo perfetto, le trasgressioni si ripetono, alle
nozze dei parenti e anche più tardi quando, ai primi scontri,
i farisei avvertono la madre del pericolo che incorre il
figlio e lei accorre a difenderlo e la risposta di Gesù
è: chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? (Mt 12,46-47).
Oggi una ricerca più profonda della psiche umana ci porta
ad ammirare come queste relazioni siano sane e normali.
Gesù dipende da una Autorità che egli solo vede.
Questa introduzione a una riflessione sulla relazione tra
padri e figli vuole mostrare che essa è per sua natura conflittiva,
perché porta a un distacco che non è l’opposto dell’amore
ma che deve maturare in un amore diverso, più adulto. Non
mi fermo sulla constatazione, ormai troppe volte lamentata,
di quanto sia oggi in crisi la relazione padre – figlio;
lo prova il disorientamento generale della gioventù dovuto
principalmente ad una mancanza di amore all’origine. La
deficienza dell’amore paterno e soprattutto i casi così
frequenti di relazioni patologiche dei figli con la madre,
causati in gran parte dall’assenza paterna, aprono un vuoto
che potrebbe essere riempito dagli educatori, e sarebbe
il luogo adatto per la Chiesa che in molti casi dà ai suoi
inviati la qualifica di padri. Potrebbe essere il momento
e l’occasione per la Chiesa di ripensare il suo mandato
di garante della verità che tante volte, forse troppe, è
lontano dall’amore, tradendo la definizione così bene espressa
nel Nuovo Testamento: fare la verità nell’amore (Ef 4,15).
La lingua greca usa una parola assai rara e molto pittoresca:
aletheuntes, quasi che la verità si potesse disperdere in
tutta la vastità dell’azione. Alcuni recenti avvenimenti,
che Enzo Bianchi ha definito giorni cattivi riferendosi
alla morte di Eluana, hanno messo in evidenza un vuoto di
amore negli interventi di alcuni membri della gerarchia,
certamente presi dal delirio di difendere la verità. Il
che ci fa pensare che questo incarico della verità sia diventato
così ingombrante, allontanandosi dal precetto di fare la
verità nell’amore, che davvero ha accresciuto la convinzione
che i giovani siano senza padre. Converrà riflettere molto
su quello che è accaduto in questi giorni cattivi perché
possiamo trarre da questi un invito alla Chiesa di ripensare
che cosa veramente l’umanità e specialmente la gioventù
attende da Gesù. È diffusa fra noi cattolici l’idea che
la ragione che ha motivato il figlio di Dio a scendere fra
noi sia quella di liberarsi dal peccato. Questo ha ingenerato
l’opinione che Lui abbia aperto il cielo per ciascuno di
noi con il suo sacrificio. Bisogna cominciare ad annunziare
che Lui è venuto a liberare l’amore. Noi siamo erroneamente
convinti che l’amore nasca in noi, venga da noi, sia mio,
del mio amico, della donna che amo, mentre questo spesso
è distruttivo ed è portatore più di morte che di vita. Non
è forse morte quella di una coppia che si separa, non è
morte l’assenza del padre che non assume la responsabilità
dei figli o sono soltanto episodi ineluttabili della vita?
Io credo che Gesù non sia stato capito e ci siamo fermati
troppo allo studio della sua essenza di uomo Dio e del senso
della sua morte in croce, come se lui non avesse chiarito
che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unigenito
perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Mi sono proposto
di non indugiare sulle esperienze drammatiche che ho occasione
di fare giornalmente, che mi sembrano causate da una rinunzia
generale alla paternità. Le coppie unite di fatto o in preparazione
al matrimonio non parlano quasi mai di figli futuri. Sono
convinto che questa distruzione programmatica dei semi della
vita crei nei due una necrosi progressiva nella loro riserva
di amore che influisce sull’entusiasmo e sull’aspettativa
di mantenere il continuo rinnovamento della vita nel tempo.
Il sesso è diventato un fatto banale, è così scontato che
uno possa possedere l’altro o l’altra che tutte le coppie
preferiscono la provvisorietà del concubinato allo spaventoso
impegno per sempre. Spunta ancora il sole sulla terra? La
domanda del poeta pare attuale. Mi rifugio in questa zona
di luce che il Cristo ha calato sulla terra per noi e per
sempre. Oggi ci interroga proprio questo mondo dove sembra
scomparso l’amore. Maria Zambrano osserva che mentre la
vita si riempie di strumenti tecnici, di meraviglie meccaniche,
di utensili di ogni sorta, l’anima e il cuore rimangono
vuoti e le ore liberate dall’oppressione del lavoro scorrono
ancor più oppresse perché sottomesse alla terribile vacuità
di un tempo morto. La quiete è impossibile1. La spagnola
scrive intorno agli anni Trenta del secolo passato, quando
la tecnica non era ancora entrata come metodo di lavoro
nel nostro tempo. Ho pensato spesso al nostro stato religioso
di celibi che Gesù ha definito eunuchi per il regno dei
cieli e certamente non è un titolo onorifico. Di fatto quando
ho pronunziato i primi voti di rinunzia alla donna e ai
figli ho quasi sentito il peso di uno stato così anomalo.
Poi quando mi sono venuti incontro i giovani che portavano
i segni dell’assenza di paternità ho sentito questa rinunzia
come un’offerta che se non avessi vissuto come vuoto ma
piuttosto come ricchezza o superiorità non avrei avuto nulla
da dare. Gesù mi ha aperto fino in fondo il senso della
parabola del samaritano. Il samaritano è l’uomo escluso
dalla paternità di Dio, e se non avesse sofferto fino in
fondo questa assenza, non avrebbe certamente soccorso lo
sconosciuto trovato per la strada nudo e crivellato di ferite,
vittima di un assalto. Il sacerdote e il levita mostrano
di avere il padre, di esserne consapevoli. Lo sentono come
un privilegio, come una ricchezza, come una sazietà e quindi
allungano il passo forse con il pretesto di non rendersi
impuri toccando il sangue del malcapitato. Il samaritano
ha sofferto il vuoto del senza padre, dell’escluso e forse
i suoi vicini israeliti glielo hanno fatto sentire fino
in fondo. Oggi i muri che si alzano fra due razze e vivono
in una sola terra non fanno che rinnovare il rifiuto. Il
samaritano sente che questa è l’occasione di riempire il
vuoto, intuisce che l’assenza di amore, la sofferenza di
non essere accolti stranamente si risana quando si accoglie,
cioè è una passività che si riempie solo con l’altro che
viene accolto. E quale occasione poteva essere migliore
per il samaritano di quella che gli viene offerta da quest’uomo
che gli grida con il suo silenzio: se tu non mi aiuti sarò
escluso per sempre nella morte. L’escluso accoglie il grido,
i due sazi passano oltre. Questo ci dice il nostro fratello
maggiore Gesù. Spero che i responsabili della vita della
Chiesa ripensino alla santa indignazione di Gesù contro
chi si rifiuta di capire il messaggio che viene dai segni
dei tempi (capitolo 16 di Matteo). Pare chiaro che il celibato
obbligatorio per tutti i sacerdoti poteva avere un senso
in una cultura ispirata al pensiero greco dualistico e spiritualistico,
e non mi dilungo di più. Oggi non c’è chi non veda la necessità
di far fronte a un cedimento nell’amore; ma non sarebbe
questo una sfida per i giovani ancora disposti a dare un
senso alla vita che li fa rassomigliare al samaritano? So
che non vedrebbero il sacerdozio come un’aristocrazia della
Chiesa ma come un servizio talvolta doloroso da mettere
a rischio la stessa vita. I segni dei tempi svelano chiaramente
che la missione fondamentale del sacerdote non è quella
di essere un maestro né un modello ma quel padre che Gesù
ha mostrato straziato dal dolore e dall’attesa del figlio
lontano. Lo scorge nella lontananza, gli va incontro, lo
stringe a sé e cancella il triste passato. Nel padre gli
angosciosi sentimenti dell’assenza si acquietano ed egli
ritrova la pace.
1. Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello
Cortina 1996