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MAGGIO 2009

 

 
 

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L'ASSENZA DEL PADRE - di ARTURO PAOLI

Quando nei miei incontri ritorno alla parabola del figlio che parte da casa (Lc15) è inevitabile che qualche uditore mi rivolga la domanda: ma la madre dov’è? Me la sono sbrigata spesso portando l’argomento del ruolo della donna nelle società patriarcali, ancora meno rilevante quando si trattava di viaggi di allontanamento perché per principio la madre avrebbe protestato vivacemente per cancellare il proposito del figlio. L’opinione della madre è risaputa: figlio non partire. Nella parabola in questione il Padre non dice una parola sulla richiesta del figlio di dividere l’eredità, forse in cuor suo l’aveva già deciso. Il figlio chiede e allora il Padre divise le sue sostanze fra i due figli (Lc15,12). La partenza è del ragazzo prediletto dalla madre? Era una decisione attesa da tempo? Dq quel momento comincia una nuova storia anche per il Padre. Gesù a dodici anni si comporta in modo simile. Non è che i genitori abbiano perso di vista il dodicenne. È lui che si nasconde e li lascia partire, li lascia pensare che sia nel gruppo dei coetanei. Lo cercano affannosamente e lo trovano dopo tre giorni. La risposta messa in bocca al ragazzo è poco convincente. Gesù è vicino a quella pubertà che Freud definisce distacco dalla famiglia. Disobbedienza? No, indipendenza. E nonostante i teologi devoti di Maria, specialmente in passato, si siano preoccupati di dimostrare che le trasgressioni sono impensabili in Gesù uomo perfetto, le trasgressioni si ripetono, alle nozze dei parenti e anche più tardi quando, ai primi scontri, i farisei avvertono la madre del pericolo che incorre il figlio e lei accorre a difenderlo e la risposta di Gesù è: chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? (Mt 12,46-47). Oggi una ricerca più profonda della psiche umana ci porta ad ammirare come queste relazioni siano sane e normali. Gesù dipende da una Autorità che egli solo vede.
Questa introduzione a una riflessione sulla relazione tra padri e figli vuole mostrare che essa è per sua natura conflittiva, perché porta a un distacco che non è l’opposto dell’amore ma che deve maturare in un amore diverso, più adulto. Non mi fermo sulla constatazione, ormai troppe volte lamentata, di quanto sia oggi in crisi la relazione padre – figlio; lo prova il disorientamento generale della gioventù dovuto principalmente ad una mancanza di amore all’origine. La deficienza dell’amore paterno e soprattutto i casi così frequenti di relazioni patologiche dei figli con la madre, causati in gran parte dall’assenza paterna, aprono un vuoto che potrebbe essere riempito dagli educatori, e sarebbe il luogo adatto per la Chiesa che in molti casi dà ai suoi inviati la qualifica di padri. Potrebbe essere il momento e l’occasione per la Chiesa di ripensare il suo mandato di garante della verità che tante volte, forse troppe, è lontano dall’amore, tradendo la definizione così bene espressa nel Nuovo Testamento: fare la verità nell’amore (Ef 4,15). La lingua greca usa una parola assai rara e molto pittoresca: aletheuntes, quasi che la verità si potesse disperdere in tutta la vastità dell’azione. Alcuni recenti avvenimenti, che Enzo Bianchi ha definito giorni cattivi riferendosi alla morte di Eluana, hanno messo in evidenza un vuoto di amore negli interventi di alcuni membri della gerarchia, certamente presi dal delirio di difendere la verità. Il che ci fa pensare che questo incarico della verità sia diventato così ingombrante, allontanandosi dal precetto di fare la verità nell’amore, che davvero ha accresciuto la convinzione che i giovani siano senza padre. Converrà riflettere molto su quello che è accaduto in questi giorni cattivi perché possiamo trarre da questi un invito alla Chiesa di ripensare che cosa veramente l’umanità e specialmente la gioventù attende da Gesù. È diffusa fra noi cattolici l’idea che la ragione che ha motivato il figlio di Dio a scendere fra noi sia quella di liberarsi dal peccato. Questo ha ingenerato l’opinione che Lui abbia aperto il cielo per ciascuno di noi con il suo sacrificio. Bisogna cominciare ad annunziare che Lui è venuto a liberare l’amore. Noi siamo erroneamente convinti che l’amore nasca in noi, venga da noi, sia mio, del mio amico, della donna che amo, mentre questo spesso è distruttivo ed è portatore più di morte che di vita. Non è forse morte quella di una coppia che si separa, non è morte l’assenza del padre che non assume la responsabilità dei figli o sono soltanto episodi ineluttabili della vita? Io credo che Gesù non sia stato capito e ci siamo fermati troppo allo studio della sua essenza di uomo Dio e del senso della sua morte in croce, come se lui non avesse chiarito che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unigenito perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Mi sono proposto di non indugiare sulle esperienze drammatiche che ho occasione di fare giornalmente, che mi sembrano causate da una rinunzia generale alla paternità. Le coppie unite di fatto o in preparazione al matrimonio non parlano quasi mai di figli futuri. Sono convinto che questa distruzione programmatica dei semi della vita crei nei due una necrosi progressiva nella loro riserva di amore che influisce sull’entusiasmo e sull’aspettativa di mantenere il continuo rinnovamento della vita nel tempo. Il sesso è diventato un fatto banale, è così scontato che uno possa possedere l’altro o l’altra che tutte le coppie preferiscono la provvisorietà del concubinato allo spaventoso impegno per sempre. Spunta ancora il sole sulla terra? La domanda del poeta pare attuale. Mi rifugio in questa zona di luce che il Cristo ha calato sulla terra per noi e per sempre. Oggi ci interroga proprio questo mondo dove sembra scomparso l’amore. Maria Zambrano osserva che mentre la vita si riempie di strumenti tecnici, di meraviglie meccaniche, di utensili di ogni sorta, l’anima e il cuore rimangono vuoti e le ore liberate dall’oppressione del lavoro scorrono ancor più oppresse perché sottomesse alla terribile vacuità di un tempo morto. La quiete è impossibile1. La spagnola scrive intorno agli anni Trenta del secolo passato, quando la tecnica non era ancora entrata come metodo di lavoro nel nostro tempo. Ho pensato spesso al nostro stato religioso di celibi che Gesù ha definito eunuchi per il regno dei cieli e certamente non è un titolo onorifico. Di fatto quando ho pronunziato i primi voti di rinunzia alla donna e ai figli ho quasi sentito il peso di uno stato così anomalo. Poi quando mi sono venuti incontro i giovani che portavano i segni dell’assenza di paternità ho sentito questa rinunzia come un’offerta che se non avessi vissuto come vuoto ma piuttosto come ricchezza o superiorità non avrei avuto nulla da dare. Gesù mi ha aperto fino in fondo il senso della parabola del samaritano. Il samaritano è l’uomo escluso dalla paternità di Dio, e se non avesse sofferto fino in fondo questa assenza, non avrebbe certamente soccorso lo sconosciuto trovato per la strada nudo e crivellato di ferite, vittima di un assalto. Il sacerdote e il levita mostrano di avere il padre, di esserne consapevoli. Lo sentono come un privilegio, come una ricchezza, come una sazietà e quindi allungano il passo forse con il pretesto di non rendersi impuri toccando il sangue del malcapitato. Il samaritano ha sofferto il vuoto del senza padre, dell’escluso e forse i suoi vicini israeliti glielo hanno fatto sentire fino in fondo. Oggi i muri che si alzano fra due razze e vivono in una sola terra non fanno che rinnovare il rifiuto. Il samaritano sente che questa è l’occasione di riempire il vuoto, intuisce che l’assenza di amore, la sofferenza di non essere accolti stranamente si risana quando si accoglie, cioè è una passività che si riempie solo con l’altro che viene accolto. E quale occasione poteva essere migliore per il samaritano di quella che gli viene offerta da quest’uomo che gli grida con il suo silenzio: se tu non mi aiuti sarò escluso per sempre nella morte. L’escluso accoglie il grido, i due sazi passano oltre. Questo ci dice il nostro fratello maggiore Gesù. Spero che i responsabili della vita della Chiesa ripensino alla santa indignazione di Gesù contro chi si rifiuta di capire il messaggio che viene dai segni dei tempi (capitolo 16 di Matteo). Pare chiaro che il celibato obbligatorio per tutti i sacerdoti poteva avere un senso in una cultura ispirata al pensiero greco dualistico e spiritualistico, e non mi dilungo di più. Oggi non c’è chi non veda la necessità di far fronte a un cedimento nell’amore; ma non sarebbe questo una sfida per i giovani ancora disposti a dare un senso alla vita che li fa rassomigliare al samaritano? So che non vedrebbero il sacerdozio come un’aristocrazia della Chiesa ma come un servizio talvolta doloroso da mettere a rischio la stessa vita. I segni dei tempi svelano chiaramente che la missione fondamentale del sacerdote non è quella di essere un maestro né un modello ma quel padre che Gesù ha mostrato straziato dal dolore e dall’attesa del figlio lontano. Lo scorge nella lontananza, gli va incontro, lo stringe a sé e cancella il triste passato. Nel padre gli angosciosi sentimenti dell’assenza si acquietano ed egli ritrova la pace.

1. Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina 1996

 

 
   
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