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MAGGIO 2009

 

 
 

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OREUNDICI SOLIDARIETA'

LA PAZIENZA NEL FORMARE
- crescere con i ragazzi e gli operatori

La costruzione di un villaggio di amici è la sfida più difficile e appassionante del progetto Madre Terra. Siamo stati creati come “esseri di comunione” dice dom Pedro Casaldaliga, e per questo vale la pena spendere la vita. La vita quotidiana fatta di lavoro e relazioni costituisce il grande setaccio che a mano a mano va definendo il gruppo di adulti e ragazzi che partecipano al progetto. Per Julio, Cristiano, Eloir il ritmo del lavoro, la puntualità e la costanza sono banco di prova del loro interesse e coinvolgimento. Altri, a volte, sono attratti da obiettivi più immediati e da guadagni più facili, come di recente è successo a Rosinaldo, che si è licenziato pensando di trovare facilmente un altro lavoro ma dopo un po’ di tempo è ritornato dicendo: “Vorrei tornare, perché ciò che trovo a Madre terra non l’ho trovato altrove. Mi piace Madre terra e vorrei stare qui”. Difficile dare risposte in situazioni come questa, anche quando vi sono regole stabilite insieme, come la decisione di reinserire le persone che hanno lasciato il progetto soltanto dopo un anno per evitare che vi sia un continuo “entrare e uscire”. Difficile valutare realmente le motivazioni dei ragazzi nei singoli casi, il loro cambiamento, la loro maturazione. Difficile coniugare nella realtà il messaggio di “sperare contro ogni speranza” dando sempre una nuova opportunità, e la ricerca del “vero bene” della persona, di ciò che realmente la aiuta a crescere e non diventa invece la perpetuazione di meccanismi senza via di uscita. Certo fratel Arturo ci ha insegnato a “stare con gli ultimi”, a scegliere chi non ce la fa per scoprire un senso nuovo e diverso alla vita che viviamo. Nel caso di Rosinaldo, ma come lui potrebbe essere chiunque altro, non abbiamo ancora una risposta, don Mario ha chiesto agli operatori brasiliani di valutare la situazione e proporre una soluzione. Per altri ragazzi, ad esempio Paulo, Junior, Anderson il progetto è stato una base di preparazione per affrontare altre realtà di lavoro: l’uno è ora magazziniere, l’altro è entrato nell’aeronautica, l’altro ancora fa il cameriere. Per loro Madre terra continua ad essere uno spazio aperto dove incontrare degli amici, trovare delle persone di riferimento con cui parlare e confrontarsi sui problemi che incontrano nel lavoro e nella vita. La dimensione formativa del progetto rappresenta un banco di prova impegnativo anche, e forse soprattutto, per gli operatori adulti. A loro spetta il compito di confrontarsi con i giovani in una relazione autorevole ma non autoritaria, assicurando loro un punto di riferimento non solo professionale ma anche umano. Altrettanto complesso è riuscire a collaborare tra loro mettendo insieme le capacità, senza rivendicare gerarchie di ruoli, e imparare a condividere sia gli errori commessi che i risultati ottenuti. Ore undici cerca di offrire un sostegno formativo concreto attraverso i soggiorni in Brasile, la comunicazione costante via internet, le discussioni in merito all’andamento dei lavori, alla gestione delle relazioni e ai progetti futuri. Molto importanti sono anche le relazioni personali di amicizia che si stanno sviluppando. La presenza di Alessandro Teruzzi, da febbraio ad aprile, è stata un’esperienza significativa, prima di tutto per lui, ma certamente anche per i ragazzi brasiliani e per noi. Alessandro si è speso soprattutto nella relazione con i ragazzi. In una delle ultime lettere scrive: “In queste settimane abbiamo cominciato a leggere qualche pezzo dal giornale o da internet e commentarlo. Molte volte sembra che il sentimento prevalente sia il disinteresse. Altre ti chiedi se stanno capendo e sei propenso a rispondere no. Ma si sa in partenza che non è un lavoro facile, e soprattutto non è un lavoro rapido. Ci vuole costanza e fede. Fiducia nelle persone, nelle loro capacità. Nel loro desiderio più o meno sopito di vita e di cambiamento”.

(maggio 2009)

 

 
   
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