GESU' E IL DENARO
- di Arturo Paoli
Nessun oggetto può vantare
tanti vocaboli che lo definiscono come il denaro: cattivo
padrone, buon servitore, vile desiderato; in un paese sudamericano
prende il nome di un uccello che non si lascia mai acchiappare
quetzal; tralascio le qualifiche dialettali più o
meno graziose, tutte quante dimostrano la sua importanza
nella nostra vita. Cominciamo da un bozzetto disegnato da
un profondo osservatore della vita vissuta, attribuito al
Gesù uomo nel tempo di Nazareth. Il quadro sorridente
è quello riportato nel capitolo 15 di Luca. Si parla
di una vedova che ha dieci dramme, la più piccola
delle monete. Quando i greci alludevano ad un poveraccio
che non aveva un soldo in tasca usavano questo vocabolo:
dracma. La donna ne perde una, accende la lucerna e spazza
attentamente finché non la ritrova. Ritrovatala chiama
le amiche e le vicine dicendo: rallegratevi con me perché
ho ritrovato la dracma che avevo perduto. Fra le casette
di Nazareth arriva la notizia, come se si fosse vinto alla
lotteria. Il poeta Giovanni Pascoli diceva infatti che il
poco è tanto a chi non ha che il poco. Questo poco
merita veramente una festa. E chiunque, un uomo tra tanti
milioni che abbia importanza sociale o che sia nessuno,
per il Creatore ha importanza come se fosse un figlio unico.
Quanto avrà riflettuto il giovane figlio del falegname
in questi trent’anni di vita fra gente di nessuna
importanza dove gli avvenimenti quotidiani vengono partecipati
da tutti. Ma allora che cosa pensare del denaro: è
sempre fonte di gioia? È così importante che
uno spicciolo smarrito meriti la perdita di tante ore di
ricerca? Quanta gioia ha dato questa moneta alla nostra
vicina? commentava il quindicenne Gesù seduto a tavola
fra Maria e Giuseppe.
Ora sono passati diversi anni e Nazareth non è molto
lontana nello spazio; ma Gesù è entrato in
un tempo assai lontano da quello. Ora “sta occupandosi
delle cose del Padre” (Lc 2,49). È nel tempio,
è seduto di fronte al tesoro, alza gli occhi e osserva
come la folla getti monete nel tesoro. Tanti ricchi gettano
molto con ostentazione; ma venuta una povera vedova vi getta
due spiccioli cioè un quattrino. Allora Gesù
chiama i suoi discepoli e dice loro: in verità vi
dico questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti
gli altri. Perché tutti hanno gettato del loro superfluo
mentre, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello
che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12, 41-43).
Ecco un altro senso nascosto nel simbolo denaro: fiducia
totale nel Padre, totalmente assente nel ricco. Si tocca
uno dei punti chiave della nostra fede. Alzo gli occhi dal
Vangelo per offrire una riflessione sulla quale si ferma
spesso il mio pensiero. La fede è talmente verità
incorniciata nella filosofia dell’essere, che per
molti basta recitare il Credo per sentirsi a posto, anche
se non si capiscono a fondo le parole o addirittura si arriva
ad affermare: credo quia absurdum, credo perché fuori
dell’ordinario. Alla fonte ci appare che la fede è
indebolita o rinvigorita dalle scelte quotidiane. In questo
episodio la fiducia in Dio – Provvidenza – della
vedova si fortifica si e illumina in questo umile gesto,
mentre nei ricchi resta quella che è o addirittura
si degrada nell’ostentazione, per essere apprezzati
e lodati dagli amici che sono nella fila dei contribuenti.
La relazione col denaro appare nella pagina piena di poesia
del capitolo 6 di Matteo, che è di una densità
tale da riuscire difficile scioglierla in tutti i suoi motivi.
Il motivo dominante è la fede maturata nell’abbandono,
dove si coglie lo spirito dell’infanzia frutto dell’abbandono
nelle braccia del Padre. Gesù non libera l’uomo
dal suo contesto normale di vita: non vuole che contiamo
sui miracoli, anzi riprova quelli che li chiedono continuamente.
Malsano, è proprio di una generazione perversa (Mt
17,17). Il denaro è necessario per la vita e ciascuno
deve produrlo mediante il lavoro; ma non deve generare preoccupazione,
angoscia, non deve essere ostacolo alla contemplazione della
bellezza creata da Dio. Le parole di Matteo colgono lo sguardo
sorridente di Gesù che si ferma lungamente sui colori
dei fiori e delle erbe del campo, sul trillare gioioso dei
passeri che intrecciano voli nell’aria. Sciogliersi
dalla preoccupazione del denaro è il solo metodo
per liberare nella persona la capacità contemplativa.
Solo così si raggiunge quella gioia profonda che
vibra nel Cantico delle creature di Francesco. Mai come
nell’attualità l’uomo cerca tanto la
bellezza, ma difficilmente la può raggiungere in
questa società consumista e capitalista perché
l’atteggiamento contemplativo è frutto della
povertà. Il turista passa da uno spettacolo all’altro
catturando la bellezza così come si mettono in gabbia
i volatili tagliando loro la libertà. Francesco d’Assisi
resterà per sempre il modello unico che scopre, attraverso
la povertà, la bellezza e la gioia completa che trasmette
all’uomo. Le preoccupazioni che sono ostacolo alla
fede sono legate al denaro: non affannatevi dunque dicendo:
che cosa mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo?
La fede deve divenire gioiosa fiducia, che non viene interrotta
dalla sofferenza solo se siamo liberati da questa paura
del domani, quella che stimola ad accumulare ricchezze dove
tignole e ruggine consumano. È vero che tignole e
ruggine non entrano nelle casseforti bancarie ma, sfrattate
di lì, alloggiano nei nostri cuori. Gesù ha
provato come nessun altro la gioia di scoprire il volto
del Padre dietro il vetro oscuro della natura perché
povero, e Francesco è il modello della perfetta letizia
raggiunta dalla povertà. La cosiddetta vita religiosa
dovrebbe avere come impegno primario quella di rispondere
alla tristezza prodotta dalla ideologia del mercato con
la gioia evangelica che è la sola assolutamente vera
e permanente. La defezione da questo impegno primario non
può essere sostituita dalla difesa di presunti assoluti
in cui vediamo impegnata la gerarchia cattolica con un accanimento
certamente sgradito e ripudiato dal Maestro mite ed umile
di cuore.
Un altro sguardo di Gesù sul denaro si coglie nell’incontro
con i farisei ed erodiani. I farisei e gli erodiani pongono
a Gesù una domanda insidiosa: è lecito o no
dare il tributo a Cesare? La risposta di Gesù è
molto chiara: l’immagine del Cesare sulla moneta è
il segno della dipendenza da un potere straniero. Gesù
è fra due fuochi: se dichiara giusto pagare il tributo
a Cesare appare contrario alla libertà; se dichiara
di non pagarlo appare un sovversivo. Gesù rovescia
il senso della domanda su quelli che lo interrogano. Sulla
moneta appare l’immagine del Cesare dunque rendete
a lui quello che è suo. La risposta di Gesù
ha dato origine ad una interpretazione curiosa: al potere
politico dare il nostro corpo cioè i servizi e l’obbedienza,
a Dio l’anima. È chiaro che Gesù non
poteva pensare così ma la sua intenzione era quella
di dire che non si deve accettare nessuna dominazione straniera
perché questo popolo è il popolo scelto da
Dio. Nella preghiera si lancia questa affermazione: tu sei
il mio Dio e io sono il tuo popolo, e solo tuo. Questa frase
ispira a Paolo la certezza che dove è Cristo lì
è la libertà. L’insegna libero mercato
è la beffa più beffarda che si possa pensare:
non c’è peggiore schiavitù di quella
del denaro.
Chiudo questa mia meditazione che mi ha coinvolto molto
perché si tratta del simbolo più importante
della nostra condizione umana, con l’immagine dell’uomo
di sempre, quello che in Austria è stato messo in
scena con il titolo Jederrman. L’uomo di sempre è
una figura solenne e insieme umoristica nella quale si rivelano
tracce di grandezza e di meschinità. L’uomo
viene scolpito nel capitolo 12 di Luca come immagine dell’esortazione
di Gesù: guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia
perché anche se uno è nell’abbondanza
la sua vita non dipende dai suoi beni (Lc 12). L’uomo
è solo e consola la solitudine con i beni che crescono
a vista intorno a lui: restai ferito nel trovare un bambino
di due anni solo, quasi sepolto sotto un mucchio di balocchi.
La giovane coppia mi interrogava senza parole: chi diventerà
un giorno questo bambino abbandonato in una solitudine consolata
solo da cose? È probabile che adulto sarà
come quello della parabola che si rallegra guardando la
sua sicurezza affidata ai beni che lo circondano: anima
mia, hai a disposizione molti beni per molti anni; mangia,
riposati e datti alla gioia; ma questa notte stessa ti sarà
tolta la vita e allora di chi saranno i tuoi beni?