VERITA'
E AMORE - di Arturo Paoli
Mi si chiede di chiarire il confine fra le
due componenti della parte spirituale dell’uomo, la verità
e l’amore. La richiesta non è teorica perché sentiamo che
molte crisi del mondo moderno hanno la causa nella separazione
di queste due componenti essenziali della nostra vita. Nelle
lettere paoline si trova spesso l’accenno a queste due linee
portanti dell’uomo. Trovo nella Lettera agli Efesini (Ef
15) l’esortazione a fare la verità nell’amore. È un intreccio
di grande valore perché qui la verità sembra separata dal
suo contesto, che è quello razionale del pensiero, e appare
come un prodotto dell’azione. La verità si crea nell’agire
ispirato e guidato dall’amore. Credo di scoprire la crisi
del mondo moderno nella scissione fra la verità e l’amore.
La cosiddetta verità sembra impazzita, costruisce sistemi
apparentemente affascinanti che danno vita a progetti che
contengono in sé la radice dei conflitti fra gli uomini
e sono quindi completamente nemici dell’amore. Trovo, nella
stampa quotidiana, controversie nelle quali è difficile
arrivare ad una conclusione chiara proprio perché la verità
vaga senza appoggi concreti e l’amore è stato strappato
dalla sua dimora abituale che è la relazione umana, raggiungendo
come conseguenza quella che è stata definita “la morte del
prossimo”.
Per semplificare voglio partire da una visione panoramica
che trovo nel libro di un pensatore religioso anche se non
cristiano: Nel mondo attuale esistono varie categorie di
uomini. Anzitutto gli uomini di Dio, la cui abnegazione
è completa, il cui lavoro è il bene del prossimo, anche
a costo della vita, e questi sono i più sublimi fra gli
uomini. Un centinaio di essi può essere una inesauribile
speranza per qualunque paese, sfortunatamente sono troppo
pochi. Poi vengono i buoni che fanno il bene agli altri
perché non ne vengano danneggiati. E infine una terza categoria:
quelli che per giovare a se stessi fanno il male agli altri.
Un poeta sanscrito ha aggiunto una quarta classe innominabile:
coloro i quali fanno il male al prossimo per il puro gusto
di fare il male (1). Non dobbiamo certamente vergognarci
di prendere per modello Gesù, il quale è indubbiamente l’uomo
inviato da Dio, che ha saputo fondere la verità nell’amore.
In un altro libro, di un autore molto noto in Francia e
scarsamente fra noi, leggo un dialogo tra due (2). Si parte
da un uomo che non dice: “ho la verità” ma “io sono la verità”.
A noi può sembrare più grande questa affermazione, più presuntuosa…
in realtà è di un’umiltà sconcertante, è patrimonio di qualcuno
che legge la propria vita come qualcosa di vero per l’altro.
E di fatto la forza di Gesù, la sua potenza, la sua verità
non sta nei milioni, nei miliardi di uomini che si sono
rifatti a lui, quanto nell’autenticità del suo rapporto
con ogni singolo uomo. E’ l’unico sovrano che ha avuto a
che fare uno a uno con i suoi sudditi, che li ha chiamati
per nome, che ha rivolto loro lo sguardo come una nutrice
(3). Secondo quella che appare oggi la grande crisi dell’occidente,
che fa pensare al suo tramonto, sembra potersi identificare
con la separazione della verità dall’amore e quindi dall’unico
modello Gesù, che pure abbiamo seguitato a definire come
il centro della nostra religione quasi totalitaria. La separazione
primaria è quella causata dalla cosiddetta morte di Dio,
che ha prodotto un ateismo diffuso ritenuto necessario per
l’assoluta libertà del pensiero. Sono nati così dei sistemi
che contengono necessariamente i semi di guerre e di conflitti
di cui noi occidentali siamo stati i soggetti e le vittime.
Per associare a questa rottura dalla dipendenza persone
di pratica religiosa abbiamo allontanato in tutti i modi
Gesù dal suo progetto storico. Abbiamo dato a Gesù degli
attributi che apparentemente lo esaltano, lo glorificano,
ma lo allontanano dalla nostra realtà storica e soprattutto
dal vero bisogno umano raccolto nel suo primo e massimo
comando: “amatevi come io vi ho amato”. Un gesuita francese,
Theilard de Chardin, partendo da nozioni scientifiche che
hanno scoperto il movimento della materia e delle cose verso
l’unità, è arrivato a scoprire il vero progetto di Gesù
definendolo in un’espressione apparentemente semplice, ma
che io chiamerei veramente rivoluzionaria: “amorizzare il
mondo”.
Allora, tornando alla descrizione citata sopra dell’umanità,
che circola oggi per gli spazi della terra e anche del cielo,
gli uomini veramente utili e positivi sono quelli che mettono
nel mondo dinamiche di amore e di resistenza al male che
è soprattutto la disgregazione, sono quelli che in un modo
o nell’altro danno la vita per gli altri spinti dall’amore,
quelli che vengono chiamati in un libro non cristiano Uomini
di Dio. Purtroppo i dibattiti di oggi sembrano avere la
finalità di armonizzare le posizioni tra i vari convenuti
piuttosto che portare al semplice dovere di vivere la verità
nell’amore. Ho colto in persone che si potrebbero definire
ammiratrici di Gesù, anche se escludono il suo attributo
di figlio di Dio e la sua stessa natura, una frase che non
saprei a chi attribuire: l’importanza che Gesù ha per l’umanità
nel tempo è stata danneggiata da coloro che hanno negato
la sua appartenenza alla natura divina (Dio da Dio), ma
anche e forse assai di più da coloro che non hanno tenuto
in conto praticamente la sua natura umana e quindi lo hanno
escluso da interventi concreti ed efficaci sulla convivenza
pacifica degli uomini. Esaltandolo negli splendori delle
liturgie, attaccandosi a lui come mediatore di pace fra
un Dio che ci ha esclusi dal diritto di chiamarci figli,
hanno allontanato Gesù dal suo vero progetto. Oggi mi sembra
più utile di tutti gli studi teologici che riempiono le
biblioteche, la semplice definizione del gesuita scienziato:
amorizer le monde. In questa frase si raccoglie il potere
divino e allo stesso tempo la necessaria collaborazione
dell’uomo, la cui condizione di vita essenziale è quella
di usare le mediazioni politiche e di altro tipo per praticare
l’ordine di Gesù. E quindi le discussioni sull’essere di
questo Uomo che cammina è un mezzo per non assumere la gravissima
responsabilità di lottare fino a dare la vita per raggiungere
il bene assolutamente necessario della convivenza pacifica.
1. Swâmi Vivekananda, Yoga pratici, Ubaldini
Editore – Roma
2. Chistian Bobin, L’uomo che cammina, Ed.
Qiqajon
3. Op. cit