PREGARE
E' DESIDERIO DI DIO - di Arturo Paoli
Parlare di preghiera oggi, sembra tornare
a un’abitudine primitiva, arcaica, sostituita da mezzi terapeutici
più efficaci o da impiego più piacevole del tempo. Al posto
della preghiera si preferiscono pratiche yoga, ginnastiche
di tipo orientale, perché la tecnica allontana sempre di
più la persona dalla sua dimensione metafisica. Allo stesso
tempo attraversano l’aria grida di allarme, accusando il
danno che si produce non dando importanza alla vera dimensione
umana. Mi tornano spesso alla mente le parole di Agostino
a proposito di questa più importante dimensione: Ci hai
creati per Te o Dio, e il nostro cuore è inquieto finché
non raggiunge Te. Il piccolo ma profondo libro dello psicanalista
Luigi Zoja “La morte del prossimo” e soprattutto gli eventi
mettono in evidenza il rapido calo della sensibilità affettiva
dell’uomo. L’aridità del cuore tanto temuta dai maestri
di spirito come la malattia umana più terribile oggi appare
come un’epidemia che si diffonde rapidamente. La preghiera
doveva essere una supplica corale per scongiurare gli effetti
molto temuti di questa malattia. Il fatto che il popolo
cristiano in meno di un secolo abbia potuto scatenare due
guerre chiamate con un certo vanto “mondiali” dimostra chiaramente
che la malattia dell’indurimento del cuore non è solo nell’immaginario
dei moralisti. Che sapore può avere la vita se si spegne
la vita del cuore, cioè l’esigenza di amare e di essere
amati? La preghiera non può essere pensata come un metodo
da scegliere ma come espressione vera di un bisogno reale,
e non può non risentire degli eventi del tempo. Ed è proprio
questo che rende difficile educare i giovani alla preghiera.
Tutte le proposte che invitano a sedute di “spiritualità”,
programmi di silenzio, respirazione controllata e atti simili
hanno indubbiamente degli aspetti benefici, liberando la
psiche da pesi e da voglie, ma di fatto non arrivano a soddisfare
il vero bisogno perché non possono raggiungere quella che
il Vangelo definisce la verità tutta intera (Gv. 16,13).
Possono addomesticare gli assalti delle pulsioni e abituare
il soggetto a vivere a livello della ragione alleata con
la psiche. Spesso assistiamo in persone rispettate e anche
invidiate per la loro posizione sociale, come una rottura
di un equilibrio instabile che le fa precipitare al livello
primario delle pulsioni. La verità della preghiera va oltre
le pratiche che si fermano a livello della psiche, perché
si dirige a un Interlocutore invisibile. Quella che può
definirsi preghiera è dialogo, desiderio di Dio. Le regole,
le consuetudini, i metodi sono delle gabbie entro le quali
intristisce l’aquila. Il Vangelo ci parla di Gesù che: al
mattino si alzò quando ancora era buio, e uscito di casa,
si ritirò in un luogo deserto e là pregava (Mc 1,35 e Lc
40,42). Altri passi del Nuovo Testamento ci illuminano sulla
preghiera del Modello Unico: Nei giorni della sua vita terrena,
Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime
a colui che poteva liberarlo da morte (Eb 5,8). È un po’
difficile pensare che Gesù preso da tanta angoscia pensasse
in quel momento a controllare la sua respirazione. È il
racconto drammatico della preghiera di Gesù che ci rimanda
alla lunga ultima notte che precede la cattura. I tre evangelisti
ci rappresentano un Gesù prostrato con il volto che tocca
la terra supplicando il Padre: la sua resistenza umana si
rifiuta di accettare l’evento che si prepara. Le ore passate
nell’orto del Getsemani ci sembrano ancora più drammatiche
di quelle vissute dall’uomo che pende dalla croce, perché
è l’ultima agonia e termina con un’affermazione vittoriosa:
Tutto è stato compiuto e può annunziare al compagno di martirio
che prima del tramonto del sole, si troveranno immersi nella
luce senza tramonto. Nella preghiera del giardino il cielo
è chiuso, c’è la consapevolezza del fallimento e solo quando
il Messia sem bra aver perso ogni speranza in questo cielo
ostinatamente chiuso, filtra un raggio di sole, il ricordo
lontano di un ECCOMI, la mia vita è stata guidata da questo
piccolo raggio di luce: la tua volontà Padre. Questa è la
preghiera, il ricordo festoso di un Padre che ci ha promesso
di non lasciarci orfani e che manifesta la sua fedeltà nella
primavera che esulta sulla terra attraverso una vita che
continua a saltare dalle zolle, a salutare il sole. La preghiera
oggi può essere solo grido di invocazione che inorridisce
davanti all’epidemia del nostro tempo che pare implacabile
nel devastare il cuore dei giovani che non sanno chi amare.
Proprio ieri di questo mattino in cui traccio queste righe
ho raccolto il tuo lungo pianto, giovane amico. Ti ho solo
detto che il mio cuore danzava accanto al tuo perché sentivo
la sconfitta della morte e il rinascere del tuo cuore. La
preghiera di Gesù ha sempre come causa la sua convivenza
con i fratelli. Egli ha fatto sue le sofferenze degli uomini,
i loro peccati, i loro conflitti e tutta l’estrema povertà
e fragilità dell’uomo. È tutto questo che fa vibrare il
suo ricorso al Padre. Egli non prega quasi per procura,
Egli è il lebbroso, il povero, il peccatore, il disperato,
il vinto dalla vita che pieno di speranza grida, piange,
tende le sue mani al Padre che ha promesso di amarci eternamente.
La nostra preghiera diventa così un’amicizia con Lui, un
mettere a disposizione il nostro cuore sciupato, talvolta
devastato, ma è tutto, non abbiamo altro da dargli. Eppure
Lui ha bisogno di questa nostra preghiera per continuare
a mettere nel mondo la presenza dell’amore che infallibilmente
lo porterà alla salvezza.
Arturo Paoli