LE
STANZE DI TERESA - di Antonia Tronti
Io non trovo assolutamente nulla che sia paragonabile
all’eccelsa bellezza e alla vasta capacità di un’anima.
E in realtà le nostre intelligenze, per acute che siano,
stentano davvero ad afferrarla, così come non possono arrivare
a comprendere Dio, visto che egli stesso afferma di averci
creati a sua immagine e somiglianza ("dal Castello
interiore" - ntoa n°1). Istruire qualcun altro nella
pratica dell’orazione è opera ardua e delicata. Teresa d’Avila
lo sapeva bene. Non basta averne una profonda esperienza
personale. Né basta aver letto libri sull’argomento o essersi
confrontati con padri “spirituali” e “teologi”. Le parole
sembrano sempre mancare e tutto ciò che si riesce a dire
appare inadeguato, difficile, al limite del comprensibile.
Chi ha già avuto esperienze simili a quelle che si tenta
di descrivere, le riconosce e comprende. Ma chi ancora a
quell’esperienza non è giunto, trova terribilmente oscura
la descrizione di chi tenta di dire. Teresa, nello scrivere
quel sublime e penetrante testo che è Il castello interiore,
comprende questa difficoltà e sceglie di aiutare se stessa
che scrive e coloro che la leggono e leggeranno (le sue
consorelle del Carmelo in primis e le lettrici e i lettori
futuri) con un’immagine. Un po’ perché le sembra che l’immagine
renda meglio l’idea delle descrizioni astratte, un po’ perché,
ripete più volte, lei è donna e in quanto donna (del ‘500!)
non particolarmente “letterata” e invece piena di “immaginativa”,
dunque più incline ad usare paragoni e accostamenti con
il mondo della realtà quotidiana. Immaginate che la vostra
anima sia un castello, dice, un castello monolitico, ovvero
unitario, così come il nostro essere è unitario, ma costituito
da molte stanze, ovvero sfaccettato, complesso, variegato,
ricco di spazi all’interno dei quali non dobbiamo temere
di muoverci. La porta per entrare in questo castello è la
preghiera ed il percorso che veniamo invitati a compiere
è un percorso che si inabissa sempre più verso l’interno,
in direzione della stanza centrale, là dove abita la Luce,
il Sole radioso, il Principio fontale, la Sorgente, il Re,
lo Sposo – tutte espressioni con cui Teresa indica il Divino.
Le tappe sono sette. Non sette stanze poste una dietro l’altra,
ma sette livelli, ognuno dei quali costituito, a sua volta,
da molteplici stanze. Prime stanze, seconde stanze, terze
stanze, quarte stanze, quinte stanze, seste stanze e settime
stanze.
La preghiera è lo strumento fondamentale, la chiave di accesso.
Sì, perché pur essendo questo castello combaciante con noi
stessi, ci può accadere di vivere tutta una vita fuori dalle
mura dell’edificio, ovvero fuori da noi stessi, senza mai
entrare. Il primo movimento da compiere è un movimento di
conversione, ovvero smettere di girare intorno alle mura,
smettere di vivere alla periferia del nostro essere, e,
come il figliol prodigo della parabola evangelica, rientrare
in noi stessi. Imboccare finalmente la porta del nostro
io ed attraversarla, per cambiare posizione e vivere la
nostra vita a partire dall’interno di noi, anziché dall’esterno.
Una volta entrati, nelle prime stanze inizia un processo
di autoconoscenza che ci riporta alla nostra relazione essenziale
con Dio. Siamo ancora molto vicini al paesaggio esterno
dell’anima, e dunque mille distrazioni e desideri ci assalgono,
cercando di distoglierci dal cammino, eppure sentiamo la
forza di un misterioso richiamo, a cui ancora non sappiamo
pienamente corrispondere. Scopriamo un elemento che, dice
Teresa, dovremmo coltivare: la sete. Il desiderio di penetrare
più all’interno e di lasciarci attrarre. Una sete che fonda
la perseveranza. E che permette ad un altro elemento basilare
di svilupparsi in noi: l’umiltà. Sì, perché la sete fa scoprire
mendicanti2, umili, non autosufficienti. La preghiera è
cammino di relazione. Non ripiegamento su se stessi, ma
apertura ad un Altro. Un Altro che vive, luminoso e irradiante,
al centro dell’essere. Un Altro che, perché si riveli la
verità di ciò che siamo, deve crescere, in proporzione alla
diminuzione del nostro io. L’itinerario passa attraverso
diversi gradi e tipi di preghiera, che possiamo raggruppare
sotto le definizioni classiche di orazione di raccoglimento,
orazione di quiete e orazione di unione. Nell’orazione di
raccoglimento, sempre più le porte dei sensi si chiudono,
per lasciare fuori le sollecitazioni esterne al Tu della
preghiera. È un processo lungo, faticoso e accidentato.
È quello che sperimentiamo tutti quando cerchiamo di concentrarci
sulle parole di un Salmo o di una preghiera, sul volto di
Gesù evocato da un’icona, su una scena evangelica, su alcune
affermazioni di Gesù, o semplicemente sul silenzio. Da una
parte c’è il desiderio di raccogliersi e di farsi assorbire
dalle parole o dall’immagine prescelti, dall’altra ci sono
le distrazioni, le sollecitazioni provenienti dall’esterno
che continuano a portarci “fuori dal campo della preghiera”.
Cercare di rimanere in questo campo è la fatica dell’orazione
di raccoglimento. L’impegno è restare vigili, per pazientemente
e continuamente riportare l’attenzione là dove abbiamo scelto
di porla, distogliendola da ciò che arriva a distrarla.
Questa fase può dominare la nostra preghiera per un periodo
o per una vita intera. Ma se la si supera, si entra in una
fase ulteriore, che è rappresentata dall’orazione di quiete.
Qui la fatica per rimanere ancorati al Tu della preghiera
diminuisce, perché è sempre più Lui ad operare in noi. Si
ha l’impressione di non essere più noi a voler pronunciare
la preghiera, ma che la preghiera salga spontaneamente al
nostro cuore e alle nostre labbra. Così, non siamo più noi
a cercare di tenere lo sguardo fisso sul volto dell’icona,
ma è il volto a guardare noi. Passaggio fondamentale, che
ci estrae dall’illusione di essere noi gli artefici della
preghiera. Come un terreno che riceve l’acqua non attraverso
un complicato sistema meccanico di condutture, ma da una
sorgente che sgorga al suo interno. Non costruiamo o “facciamo”
la preghiera. La riceviamo. Con una conseguenza mirabile:
che il nostro essere si dilata. Proprio come l’acqua che
si sparge sul terreno a partire dalla sorgente che ne è
al centro. In questo gradino della preghiera, i sensi sono
ormai addormentati, mentre le varie potenze dell’anima (volontà,
intelletto, memoria e immaginazione) vanno addormentandosi.
Nell’orazione di unione arriviamo a sperimentare una vera
e propria sospensione della mente sensoriale e intellettiva.
In questo livello, l’anima è come un bruco che si ritrova
avvolto nel suo bozzolo, per Teresa identificabile con Cristo
stesso. E’ così che si apre una nuova fase: raccolto nel
bozzolo, il bruco muore e nasciamo ad una nuova identità:
emergiamo dal raccoglimento e dalla quiete purificati, con
le sembianze di una leggera e leggiadra farfallina bianca.
Ma questo non è ancora il punto d’arrivo. L’unione ha diversi
gradi e livelli. Le stanze più interne del castello sono
le stanze nuziali, là dove Gesù ci si presenta col volto
dello Sposo. Egli accende in noi il desiderio dell’unione
fin dal primo sguardo, ma solo gradualmente arriva ad unirsi
a noi. Solo dopo un periodo di promesse e di visite ripetute,
ovvero dopo un fidanzamento che ha lo scopo di aumentare
in noi sempre più il desiderio di Lui. Le settime stanze
sono le stanze dove abita e dove a noi si unisce, con un’unione
talmente intensa da farci morire definitivamente a noi stessi,
al nostro “io-senza-di-lui”. Fino a farci affermare, con
San Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
Non ci sono più. C’è solo Lui. L’incarnazione di Cristo
in noi. Da quel punto in poi, siamo pura trasparenza a Gesù,
che a sua volta è pura trasparenza al Padre. Come Lui dice
le parole del Padre e compie le opere del Padre, così noi
diciamo le parole di Gesù e compiamo le sue opere. Lui le
dice e le compie in noi. Opere: questo l’esito, ovvero amore
per la salvezza del mondo. In noi diventa stabile l’amore
di Dio che ha tanto amato il mondo.
1. Teresa d’Avila, Castello interiore, OCD,
Roma 1995
2. A. Potente, G. Gomez, Caterina e Teresa. Passione e sapienza
nella mistica delle donne, Icone, Roma 2006