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L’ORIGINE DELL’AMORE - di Arturo Paoli

C’è un allarme nell’aria: è in calo l’amore. È l’allarme peggiore della nostra epoca definita dei tempi tristi. I primi che dovrebbero cogliere l’allarme dovrebbero essere i discepoli del Maestro che è apparso sulla terra con il progetto di amorizzare il mondo. Una delle prove più convincenti di questo lutto è che alle sfide poste dalla solidarietà, che è una forma di amore, come la futura scarsità dell’acqua, si risponde con progetti contro l’amore come la privatizzazione di quello che Dio (o la natura, come direbbe Spinoza) ha elargito per tutti. Gli ideologi e gli esecutori di queste privatizzazioni non hanno coscienza del danno che producono innanzitutto ai loro figli e discendenti, che vengono al mondo portando questo virus, il peggiore che sia stato conosciuto nel tempo. Una di queste mattine nel dialogo con lo Spirito di Gesù, ho cercato soprattutto di trovare pace dallo sconvolgimento che ha creato in me la notizia: “la morte del prossimo. Non abbiamo nessuno d’amare”. Cercando consolazione nell’amico Gesù, si è presentato alla mia mente il dialogo con la samaritana, sorpresa che il nemico tradizionale chiedesse a lei da bere, cosa insolita. Questa donna non lo conosce, vede dalle fattezze o forse dall’accento che è un giudeo, come una donna fiorentina penserebbe subito: questo è un napoletano. Con questa donna apre subito un dialogo, forse il più importante di quanti ne abbia fatti nei tre anni della sua vita terrena. Mi viene spontanea una domanda: come potrei parlare con Te se il prossimo è morto? Se è vero che tu sei come dice Agostino intimior intimo meo, nessuno è più prossimo di te mio Signore. E in questo spazio di silenzio io ti trovo. A questa donna hai confidato che è giunto il momento in cui i veri adoratori non adoreranno il Padre né a Gerusalemme né sul monte di Samaria, ma nel loro corpo. Che cosa è adorare? È forse questo amore che riempie tutto il mio vuoto e non mi permette di trovare parole? Forse a Roma, dove si crede che tu ti sia trasferito, non si dice quello che tu dici alla samaritana, che la tua scelta non è il tempio ma quel luogo oscuro e profondo dove il discepolo è chiamato a scavarti il rifugio. Ora che sono anziano mi piace sempre di più venirti a trovare in questo luogo. Ma poi alla luce del giorno rientro nello spazio abitato da altri, molti altri che non sanno dove trovarti. E mi chiedono: come ti ho trovato? Ti ho cercato nel tempio dove ti hanno costruito abitazioni scintillanti di oro e sono diventato uno scriba doctus. Poi come sai ho smarrito la tua presenza nel deserto. E ho atteso dolorosamente il tuo ritorno. Scendevo molte volte in quel luogo oscuro e profondo, ma Tu lo avevi abbandonato. Poi mi sei venuto misteriosamente incontro e Ti ho scoperto di nuovo. E mi hai inviato con i poveri, quelli che hanno poco tempo per andare al tempio e Tu mi hai detto di gridare il Vangelo con la vita. Ora mi hanno affidato un titolo per parlare di Te: “amare e lasciarsi amare”. Ripenso a te, donna di Samaria, non accontentata dai cinque mariti o forse, se Gesù ne ha scoperto uno nuovo, allora sono sei. Il Maestro conosce la tua storia: sei mariti che ti hanno posseduta senza amarti, nessuno dei sei ti ha lasciato tempo di raccontare la tua sete di amore, quella sete tormentosa che ti esce come un gemito: Signore dammi di quest’acqua. È quel gemito che Gesù accoglie dalla Maria di Magdala, dalla donna di tutti che entra furtiva nella sala del banchetto dove ti ha invitato Simone. Da giovane sono rimasto impressionato da questo episodio e forse di lì è cominciato a svolgersi questo filo rosso fino alle favelas dell’America Latina, dove ho scoperto in tante donne la Samaritana, la donna preda dell’uomo senza amore, e le occasioni per aiutarle a scoprire l’amore senza l’uso del sesso. Non si può dire asessuato perché l’amore che calma la sete della donna non può dirsi abbandonato dal sesso. Ma questo tipo di amore era per lei nuovo; sentivo che per lei era come togliere una pietra e scoprire l’amore. Questo tipo di amore è sconosciuto a chi non conosce altra esperienza se non quella del sesso e non può capire l’amore, credendo che sia solo questo piacere fuggente, mentre è l’assenza dell’amore. E talvolta ho sentito in certi scrittori che si guadagnano la fama, o credono di guadagnarsela sbrigliando la fantasia nel raccontare quel colloquio trasformante che Marta sorprende cogliendo la sorella seduta per terra ai piedi del Maestro: Maria non trova parole per rispondere ai rimproveri della sorella. È tutta occupata dalle parole liberanti che entrano in lei come un’energia fatta di luce e le ridonano la verginità quasi infantile di sentirsi amata: l’unica risposta è il silenzio. E ora che la luce entra dalla finestra della mia camera mi invade il dolore di non sapere come raccontare ai giovani questa esperienza che forse non vivranno mai. La terra è veramente un esilio. E forse per usare le parole che Gesù pronunzia con certezza: né nel vostro bosco sul monte, né nel vostro tempio di Gerusalemme, si consuma questo misterioso evento, che scopre Francesco nel giardino della perfetta letizia. Ho trovato una versione laica di questa presentazione del progetto che Gesù espone alla samaritana: voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento ed è questo in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità, perché il Padre cerca tali adoratori (Gv. 4,23-24). Nella proposta del pensatore laico (1), questo consiglio di Gesù viene presentato nel passaggio: la psicoanalisi doveva essere inventata per restituire questo spazio all’oscurità e alla profondità di cui l’uomo moderno non vorrebbe portare il fardello, ma che dà scacco ad ogni intenzione e continua a inseguirlo, per costruire un luogo in cui il mistero fosse un ospite sacro e non il nemico da uccidere (op. cit. pagina 174). Non credo di forzare il senso di queste parole dicendo che è questo ciò che Gesù vuol dire ai suoi seguaci affermando che è giunta l’ora di adorare il Padre in Spirito e Verità. Un articolo di Giancarlo Zizola apparso su “Repubblica” il 2 dicembre scorso, commenta la visita a chiesette abbandonate che manifestano lo squallore della lontananza dei fedeli, e mi ha portato a riflettere: sarà che il tempio diventa inutile quando vi si trovano cerimonie incomprensibili e riti non compresi, e mi riferisco soprattutto al più vero che è l’Eucaristia? Gesù ci ha ammoniti che il tempio reale è l’uomo che deve assumere la sua vita, prolungare la sua esistenza, collaborare al suo progetto di amorizzare il mondo. Credo che bisognerebbe affrontare questa crisi che inquieta la gerarchia della Chiesa, sotto questo aspetto. I pochi fedeli specialmente giovani, hanno bisogno di scoprire la rinascita che Gesù presenta alla samaritana e che Zaccheo vuol conoscere nel dialogo con Gesù. È arrivato il tempo in cui i credenti possono essere solo dei testimoni. E non è il metodo che insiste su forme pedagogiche che si rinnovano nel tempo per trasmettere la fede dottrinale. Bisogna gridare il Vangelo che solo può suscitare il desiderio di questa amicizia che Gesù offre all’uomo, la sola che possa saziare quella sete sempre più inquietante lasciata dall’assalto violento di tutte le offerte che questo tempo presenta. Queste offerte tentano invano un’imitazione di quello che Gesù ha offerto all’umanità e che è impossibile sostituire con le imitazioni che tradiscono i veri e più profondi bisogni dell’uomo. Usando il sesso senza amore non si incontrerà mai l’amore: l’amore è il dono di sé per più vita: il sesso senza amore è rapina. Questo voleva dire Gesù nel misterioso e spesso male interpretato passo del Vangelo (Mt 19,12). L’evangelista usa termini che spogliano il discepolo della sua dignità quando dice “eunuco per il regno di Dio” sunt qui seipsos castraverunt. Per andare in paradiso? No! Per il Regno, per riparare uno dei maggiori scempi dell’uomo. Che non è solo l’impoverimento progressivo della donna, il lento disseccamento della sua capacità di amare, ma tutte le devastazioni prodotte dal mammismo di cui sono testimone quotidiano, che sono tali da giustificare la denunzia che l’amore è morto. Caro Padre di Roma, fai bene a tener duro sul celibato? Sono perplesso. Se uno lo accoglie come disonore direi che fai bene, come è un disonore la croce che Cristo ha esaltato. Perché il celibato può redimere l’amore e addirittura resuscitarlo dove è morto e questa energia della resurrezione è come il trionfo della croce. Non ce lo ha detto chiaramente Gesù? Eunuchi per il progetto Regno che è amorizzare il mondo. Gesù lascia questo avvolto nel mistero: chi può capire, capisca. E questo si svela a chi, sull’esempio di Gesù, porta amore dove il sesso non più al servizio della vita ha solo portato morte.

1. Luigi Zoja Coltivare l’anima Ed. Moretti e Vitali, Bergamo

Arturo Paoli

 

 
   
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