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GIUGNO 2010

 

 
 

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LA CRISI DEGLI AFFETTI - di Arturo Paoli

La redazione di questa rivista mi chiede di scrivere qualcosa sui bambini. Spesso mi trovo su queste pagine riprodotto con un bambino: anche se trovo teoricamente simpatico questo avvicinamento fra aurora e tramonto, devo dire che se mi fosse chiesto il parere, rifiuterei questa apparizione per me troppo frequente. Poi rifletto che forse è un piacere dei papà e delle mamme trovare il bel bambino così precocemente celebre. Supponendo questo piacere non ho mai posto dei divieti. Ma prendo l’occasione per dichiarare che non amo le foto. Nella mia quasi secolare esistenza non ho mai posseduto un apparecchio fotografico ed è stato per me istintivo il rifiuto di qualunque strumento prodotto dalla tecnica. Ho avuto un paio di macchine da scrivere senza mai riuscire a comporre una pagina in dattilografia senza molte correzioni. Questo mi permette di giungere ad un amico o amica cui scrivo a mano con la lentezza di uno che deve sforzarsi di essere intelligibile, e questa lentezza mi permette di carezzare il volto delle persone lontane cui mi dirigo.
Tornando ai bambini penso a Gesù e, per contrasto, a questo tristissimo fatto della pedofilia così energicamente condannato nel vangelo: è meglio legarsi una pietra e gettarsi in mare che scandalizzare un bambino (Lc 17 e Mt 18). Il giurista Barcellona ci parla a lungo della condizione dei bambini oggi che non sono accettati dalla nostra società. E ci sono tanti modi di nuocere gravemente ai bambini. Il solo fatto di farli sentire non amati e accolti per un errore di calcolo è pregiudicare il loro futuro. Barcellona dichiara che è un delitto lasciare lungo tempo i bambini di fronte a un video gioco. Da molte parti ci viene annunziato che il nostro tempo soffre di una gravissima crisi affettiva. Fra l’erotismo passionale e l’indifferenza verso l’altro, c’è quella che definirei affettività, che ha accompagnato la mia vita e rende lieto il tramonto liberandolo dalla paura della morte. Non ho assolutamente l’intenzione di presentare la mia vita come modello: tutti noi siamo in gran parte il risultato di eventi e di offerte che ci vengono incontro. Teilhard de Chardin che è stato un mio maestro, pur non avendolo conosciuto personalmente, ci parla di forze che ci fanno crescere positivamente e di altre che ci portano indietro. Queste forze si trovano negli incontri con persone e con avvenimenti che restano impressi e ci accompagnano per tutta la vita influendo sulle nostre scelte.
Le nostre mura lucchesi e i baluardi che si aprono su ampi prati dove potevamo inventare dei giuochi e raccontarci le varie vicende che accadevano e che si trasmettevano nelle nostre famiglie, avevano una grande importanza sulla nostra formazione. La formazione della personalità del cittadino, cioè di quello che non è chiuso sugli eventi del proprio io, avveniva quasi spontaneamente. Era normale parlare delle feste religiose, degli eventi sportivi, dei carnevali e anche degli eventi negativi come le guerre e i conflitti. Penso alle conversazioni familiari che facevano crescere in noi inconsapevolmente quei sentimenti che costituiscono la nostra affettuosità. Se ripenso al mio lontanissimo passato vorrei dire che cosa ha trasmesso in me la famiglia: il sentire come interesse primo, come ragione fondamentale lo stare insieme della coppia trovando un’armonia che non era sempre spontanea e credo che al centro degli incontri di coppia stava il futuro dei figli. Da adolescente mi giunse un libro di un autore non molto celebre forse fuori della Toscana, Renato Fucini. Non ho mai dimenticato il contenuto di uno di questi racconti. Renato lascia la sua casa per gli studi universitari e, trovandosi solo in questa città sconosciuta, viene attratto da un gioco d’azzardo: in questo gioco perde il piccolo capitale che gli era stato affidato per le sue spese. Il padre è un modesto medico di condotta. Il giovane universitario con le tasche vuote pensa che non ha altra scelta che quella di riprendere la via del ritorno e confessare l’accaduto. Sa di trovare sola la mamma e che a lei sola può confidare il delitto. Il padre rincasa tardi e lui lascia alla mamma l’incarico di confidare il brutto affare. Al mattino si alza presto per affrontare il padre. Il padre risponde freddamente al saluto, poi è tutto intento ai suoi preparativi fra i quali quello di allestire il cavallo che lo porterà al suo lavoro. Alla partenza indossa il mantello invernale, consegna al figlio la somma e severamente fissandolo negli occhi lo lascia con queste parole: prima di usare i denari ricordati con quanta fatica tuo padre li guadagna. Oggi un racconto simile non interesserebbe nessuno dei giovani perché tutta la società è diventata così anonima, l’enorme quantità di prodotti in offerta nei supermercati in un certo senso travolgono il valore della moneta per cui questo episodio umile potrebbe apparire quasi ridicolo. Invece lo penso come una prova di quell’affetto profondo che i nostri genitori avevano verso di noi e con quanta preoccupazione hanno seguito la nostra formazione e ci hanno inviato all’incontro con un mondo ostile. Questo è l’affetto profondo che ha dato a noi la possibilità di progettare una vita per gli altri ed è stato il fondamento per alcuni come me di prendere la decisione di vivere per gli altri. E penso che questa sia la base per accogliere i bambini e i meno bambini con quello sguardo di amore e di sollecitudine con cui Gesù li ha guardati. I genitori potevano essere più o meno dei religiosi praticanti ma in generale erano presenti in loro quei sentimenti essenziali e quella serietà di vita che li portavano a trasmettere la responsabilità del vivere. E credo che molti della mia generazione hanno ricevuto dalla famiglia la responsabilità verso i bambini. Vorrei concludere citando i bei versi del Pascoli che rappresentano bene questo amore fatto di tremore e di attesa, di gioia e di sofferenza. Il poeta parla di una lampada che veglia sul sonno di una giovane coppia: quella velata - che al fianco ti addita - la donna più bianca del bianco lenzuolo - che in grembo assopita matura il tuo seme.
Rispondendo all’invito di collaborare a un numero della rivista dedicato ai bambini, mi sono venuti in mente dei pensieri piuttosto tristi perché spesso mi trovo confrontato con tante forme di non amore che attendono l’ingresso dei bambini in questo mondo. E crescendo vivranno molti eventi che non aiutano certamente lo sviluppo armonioso della loro persona. E quindi saranno disorientati nell’accogliere eventi di crescita e si lasceranno invadere da circostanze ed eventi che piuttosto creano nella persona un atteggiamento prevalentemente aggressivo, di rifiuto o di compensazione nella ricerca di un’esistenza felice o almeno tollerabile. Il delitto di pedofilia ha oggi un’aggravante perché spesso ci incontriamo con bambini che soffrono di questa carenza di affetto che viene dalla famiglia di origine. La rinunzia a una paternità carnale oggi viene ampiamente colmata per non dire giustificata dalle offerte che incontriamo quotidianamente. E forse è questa carenza affettiva così generalizzata che, trovando persone impreparate, diventa la causa vera di questo gravissimo danno inferto ai bambini o agli adolescenti. Il male non può essere rimosso se non attraverso una laboriosa ricerca sulle cause e una apertura alle proposte che possono affrontarlo e trasformarlo in occasione di ricerca sui valori positivi.
La convinzione socratica che le carenze umane possono essere attribuite solo all’ignoranza non è del tutto certa. Io credo che bisogna respingere assolutamente l’idea che staremo meglio vivendo vicini con freddezza e indifferenza piuttosto che cercando comunicazioni cordiali e affettive. Gli antichi ci hanno lasciato un avviso un po’ strano ma sicuro: respingi pure la natura con la forca, essa ti assalirà con più furore. Quando si prevede che l’uomo futuro sarà più vicino alla macchina che ad un essere pieno di sensibilità dobbiamo rifiutarci di crederlo possibile. Dobbiamo ripensare spesso al grande testo paolino del capitolo 13 della prima lettera ai Corinti: l’amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Bisogna che il cristiano assimili queste certezze, che permetta loro di tormentarci per ricercare tutto ciò che può favorire la crescita di questo amore. Paolo suggella questo inno con una certezza di fede che deve accompagnarci in questo tempo: l’amore non avrà mai fine e questa certezza deve essere alimentata dalla nostra ricerca inquieta di vivere tutte le occasioni concrete che possano creare vera amicizia. Ripensando alla dolcissima immagine del Cristo che accarezza i bambini, e alza gli occhi severamente su quelli che non sanno amarli, possiamo trovare l’ispirazione a un cambiamento radicale nella formazione di coloro che devono oggi essere preparati a ricreare, a sviluppare e a mantenere presente nel tempo quel tipo di affettività che può salvare il mondo da quella che è stata chiamata la morte del prossimo.

 
   
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