LA
CRISI DEGLI AFFETTI - di Arturo Paoli
La redazione di questa rivista mi chiede di
scrivere qualcosa sui bambini. Spesso mi trovo su queste
pagine riprodotto con un bambino: anche se trovo teoricamente
simpatico questo avvicinamento fra aurora e tramonto, devo
dire che se mi fosse chiesto il parere, rifiuterei questa
apparizione per me troppo frequente. Poi rifletto che forse
è un piacere dei papà e delle mamme trovare il bel bambino
così precocemente celebre. Supponendo questo piacere non
ho mai posto dei divieti. Ma prendo l’occasione per dichiarare
che non amo le foto. Nella mia quasi secolare esistenza
non ho mai posseduto un apparecchio fotografico ed è stato
per me istintivo il rifiuto di qualunque strumento prodotto
dalla tecnica. Ho avuto un paio di macchine da scrivere
senza mai riuscire a comporre una pagina in dattilografia
senza molte correzioni. Questo mi permette di giungere ad
un amico o amica cui scrivo a mano con la lentezza di uno
che deve sforzarsi di essere intelligibile, e questa lentezza
mi permette di carezzare il volto delle persone lontane
cui mi dirigo.
Tornando ai bambini penso a Gesù e, per contrasto, a questo
tristissimo fatto della pedofilia così energicamente condannato
nel vangelo: è meglio legarsi una pietra e gettarsi in mare
che scandalizzare un bambino (Lc 17 e Mt 18). Il giurista
Barcellona ci parla a lungo della condizione dei bambini
oggi che non sono accettati dalla nostra società. E ci sono
tanti modi di nuocere gravemente ai bambini. Il solo fatto
di farli sentire non amati e accolti per un errore di calcolo
è pregiudicare il loro futuro. Barcellona dichiara che è
un delitto lasciare lungo tempo i bambini di fronte a un
video gioco. Da molte parti ci viene annunziato che il nostro
tempo soffre di una gravissima crisi affettiva. Fra l’erotismo
passionale e l’indifferenza verso l’altro, c’è quella che
definirei affettività, che ha accompagnato la mia vita e
rende lieto il tramonto liberandolo dalla paura della morte.
Non ho assolutamente l’intenzione di presentare la mia vita
come modello: tutti noi siamo in gran parte il risultato
di eventi e di offerte che ci vengono incontro. Teilhard
de Chardin che è stato un mio maestro, pur non avendolo
conosciuto personalmente, ci parla di forze che ci fanno
crescere positivamente e di altre che ci portano indietro.
Queste forze si trovano negli incontri con persone e con
avvenimenti che restano impressi e ci accompagnano per tutta
la vita influendo sulle nostre scelte.
Le nostre mura lucchesi e i baluardi che si aprono su ampi
prati dove potevamo inventare dei giuochi e raccontarci
le varie vicende che accadevano e che si trasmettevano nelle
nostre famiglie, avevano una grande importanza sulla nostra
formazione. La formazione della personalità del cittadino,
cioè di quello che non è chiuso sugli eventi del proprio
io, avveniva quasi spontaneamente. Era normale parlare delle
feste religiose, degli eventi sportivi, dei carnevali e
anche degli eventi negativi come le guerre e i conflitti.
Penso alle conversazioni familiari che facevano crescere
in noi inconsapevolmente quei sentimenti che costituiscono
la nostra affettuosità. Se ripenso al mio lontanissimo passato
vorrei dire che cosa ha trasmesso in me la famiglia: il
sentire come interesse primo, come ragione fondamentale
lo stare insieme della coppia trovando un’armonia che non
era sempre spontanea e credo che al centro degli incontri
di coppia stava il futuro dei figli. Da adolescente mi giunse
un libro di un autore non molto celebre forse fuori della
Toscana, Renato Fucini. Non ho mai dimenticato il contenuto
di uno di questi racconti. Renato lascia la sua casa per
gli studi universitari e, trovandosi solo in questa città
sconosciuta, viene attratto da un gioco d’azzardo: in questo
gioco perde il piccolo capitale che gli era stato affidato
per le sue spese. Il padre è un modesto medico di condotta.
Il giovane universitario con le tasche vuote pensa che non
ha altra scelta che quella di riprendere la via del ritorno
e confessare l’accaduto. Sa di trovare sola la mamma e che
a lei sola può confidare il delitto. Il padre rincasa tardi
e lui lascia alla mamma l’incarico di confidare il brutto
affare. Al mattino si alza presto per affrontare il padre.
Il padre risponde freddamente al saluto, poi è tutto intento
ai suoi preparativi fra i quali quello di allestire il cavallo
che lo porterà al suo lavoro. Alla partenza indossa il mantello
invernale, consegna al figlio la somma e severamente fissandolo
negli occhi lo lascia con queste parole: prima di usare
i denari ricordati con quanta fatica tuo padre li guadagna.
Oggi un racconto simile non interesserebbe nessuno dei giovani
perché tutta la società è diventata così anonima, l’enorme
quantità di prodotti in offerta nei supermercati in un certo
senso travolgono il valore della moneta per cui questo episodio
umile potrebbe apparire quasi ridicolo. Invece lo penso
come una prova di quell’affetto profondo che i nostri genitori
avevano verso di noi e con quanta preoccupazione hanno seguito
la nostra formazione e ci hanno inviato all’incontro con
un mondo ostile. Questo è l’affetto profondo che ha dato
a noi la possibilità di progettare una vita per gli altri
ed è stato il fondamento per alcuni come me di prendere
la decisione di vivere per gli altri. E penso che questa
sia la base per accogliere i bambini e i meno bambini con
quello sguardo di amore e di sollecitudine con cui Gesù
li ha guardati. I genitori potevano essere più o meno dei
religiosi praticanti ma in generale erano presenti in loro
quei sentimenti essenziali e quella serietà di vita che
li portavano a trasmettere la responsabilità del vivere.
E credo che molti della mia generazione hanno ricevuto dalla
famiglia la responsabilità verso i bambini. Vorrei concludere
citando i bei versi del Pascoli che rappresentano bene questo
amore fatto di tremore e di attesa, di gioia e di sofferenza.
Il poeta parla di una lampada che veglia sul sonno di una
giovane coppia: quella velata - che al fianco ti addita
- la donna più bianca del bianco lenzuolo - che in grembo
assopita matura il tuo seme.
Rispondendo all’invito di collaborare a un numero della
rivista dedicato ai bambini, mi sono venuti in mente dei
pensieri piuttosto tristi perché spesso mi trovo confrontato
con tante forme di non amore che attendono l’ingresso dei
bambini in questo mondo. E crescendo vivranno molti eventi
che non aiutano certamente lo sviluppo armonioso della loro
persona. E quindi saranno disorientati nell’accogliere eventi
di crescita e si lasceranno invadere da circostanze ed eventi
che piuttosto creano nella persona un atteggiamento prevalentemente
aggressivo, di rifiuto o di compensazione nella ricerca
di un’esistenza felice o almeno tollerabile. Il delitto
di pedofilia ha oggi un’aggravante perché spesso ci incontriamo
con bambini che soffrono di questa carenza di affetto che
viene dalla famiglia di origine. La rinunzia a una paternità
carnale oggi viene ampiamente colmata per non dire giustificata
dalle offerte che incontriamo quotidianamente. E forse è
questa carenza affettiva così generalizzata che, trovando
persone impreparate, diventa la causa vera di questo gravissimo
danno inferto ai bambini o agli adolescenti. Il male non
può essere rimosso se non attraverso una laboriosa ricerca
sulle cause e una apertura alle proposte che possono affrontarlo
e trasformarlo in occasione di ricerca sui valori positivi.
La convinzione socratica che le carenze umane possono essere
attribuite solo all’ignoranza non è del tutto certa. Io
credo che bisogna respingere assolutamente l’idea che staremo
meglio vivendo vicini con freddezza e indifferenza piuttosto
che cercando comunicazioni cordiali e affettive. Gli antichi
ci hanno lasciato un avviso un po’ strano ma sicuro: respingi
pure la natura con la forca, essa ti assalirà con più furore.
Quando si prevede che l’uomo futuro sarà più vicino alla
macchina che ad un essere pieno di sensibilità dobbiamo
rifiutarci di crederlo possibile. Dobbiamo ripensare spesso
al grande testo paolino del capitolo 13 della prima lettera
ai Corinti: l’amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
Bisogna che il cristiano assimili queste certezze, che permetta
loro di tormentarci per ricercare tutto ciò che può favorire
la crescita di questo amore. Paolo suggella questo inno
con una certezza di fede che deve accompagnarci in questo
tempo: l’amore non avrà mai fine e questa certezza deve
essere alimentata dalla nostra ricerca inquieta di vivere
tutte le occasioni concrete che possano creare vera amicizia.
Ripensando alla dolcissima immagine del Cristo che accarezza
i bambini, e alza gli occhi severamente su quelli che non
sanno amarli, possiamo trovare l’ispirazione a un cambiamento
radicale nella formazione di coloro che devono oggi essere
preparati a ricreare, a sviluppare e a mantenere presente
nel tempo quel tipo di affettività che può salvare il mondo
da quella che è stata chiamata la morte del prossimo.