IL
RICHIAMO DEL SILENZIO - di Arturo Paoli
Perché corri? Conoscete una domanda più attuale
e allo stesso tempo inquietante di questa? Le offerte della
tecnica così a getto continuo ci impediscono di organizzare
le nostre giornate: ci vengono incontro spontaneamente e
questo ci impedisce la domanda di base: è veramente utile
la nostra vita? I genitori che entrano di sera a casa pensano
nel cammino i loro appuntamenti con i cellulari, i computer,
la televisione, quindi sanno come evitare i quesiti dei
loro figli. Forse hanno conservato un piccolo spazio di
tempo per la cena comune che sanno sarà quasi del tutto
silenziosa. Le domande abituali: che cosa hai fatto oggi?
ti vedo con una faccia rabbuiata: che cosa è andato male?,
o viceversa, è difficile che circolino nell’aria di questa
cena. Certo, è arrivato un invito dalla scuola di partecipare
a una riunione di genitori. Ma è ad un orario difficile.
Ci andrai tu mamma, e speriamo che non si dilunghi per troppo
tempo. Questo è un quadro normale di una famiglia attuale.
I giovani devono contare su se stessi precocemente, organizzare
il loro tempo e non trovano udienza ai loro racconti. Tutti
siamo travolti da un tempo che ha una accelerazione completamente
sconosciuta ad un’adolescenza non tanto lontana. Anche la
Chiesa deve adattarsi al metodo di evitare le pesanti domande
del passato: chi ti ha creato? qual è il fine della tua
vita?. Sappiamo che gli incontri non hanno lo scopo di dialogare
e di aprirsi l’uno all’altro. Un pensatore molto interessato
allo studio di questo cambiamento delle abitudini sociali,
avvenuto rapidamente alla fine della seconda guerra mondiale
(1940 - 44), li ha riassunti in un piccolo libro dal titolo
inquietante: La morte del prossimo (1). Oggi il tentativo
della tecnica sembra indirizzato proprio alla distruzione
della prossimità e a creare distacco e lontananza fra gli
uomini. Non so se questa intenzione sia avvenuta per caso
o se sia creata dall’illusione di allontanare i conflitti
e le guerre che non sono mancate nel secolo passato. Più
l’uomo ha degli oggetti che gli prendono il tempo, meno
ha uno spazio per creare idee che facilmente diventano conflittive,
perché ispirate a quello che lo stesso autore chiama hybris,
piuttosto che da intenzioni di amore e di pace. Così evitando
ogni prossimità, sembra di eliminare definitivamente i conflitti.
Questa conseguenza appare presente oggi nella cosiddetta
sinistra, dove regna l’incapacità di trovare unità sulla
base di una dottrina comune. Per cui la politica sembra
unicamente rivolta a proposte di progetti finanziari, le
cui riduzioni mortificano aspetti essenziali della nostra
esistenza come l’istruzione e la salute. Non voglio dilungarmi
nel descrivere una società avvolta in un ritmo frenetico
che difficilmente permette spazi alla riflessione e al silenzio.
Piuttosto che fermarmi a pensieri pessimisti ho pensato
di rispondere positivamente a questa domanda, parlando di
due valori che potrebbero essere proposti dal pensiero laico
e da quello religioso. Il pensiero laico potrebbe diffondere
quei metodi del silenzio che oggi sembrano accettati e accettabili.
Possono avere un’intenzione strettamente fisica di sollevare
dall’eccessiva intensità le occupazioni quotidiane e dare
alla salute e all’agilità del corpo un po’ di attenzione.
Ma potrebbero essere occasione di pensare alla domanda essenziale:
qual è la ragione di stare al mondo? Queste iniziative,
su cui non mi soffermo perché non ne sono competente, mi
attirano per quell’invito al silenzio di cui noi religiosi
potremmo usufruire. Vorrei presentare una metodologia religiosa
assai diffusa nel tempo in cui cominciavo la mia attività
di educatore e che la Chiesa pare non presentare tanto comunemente,
distratta forse dalle prospettive inedite che i progressi
della scienza possono produrre. Queste novità portano a
rendere il meno possibile umani certi eventi naturali, come
la nascita e tutto ciò che attiene alla trasmissione della
vita. Mi riferisco alla meditazione, a cui ho avviato molti
giovani di ieri che ancora sono guidati da questa abitudine.
La Chiesa sembra adattarsi troppo ai metodi oggi comuni
di convocazioni spettacolari piuttosto che alla formazione
individuale. La meditazione non è in sé la preghiera, ma
il fissarsi silenziosamente su un incontro di amicizia con
un Soggetto che ha concluso la sua esistenza con una offerta
di amicizia: non vi chiamo più servi ma amici. La grande
riforma di Gesù che fu interpretata dai farisei come scandalosa
e sovversiva, tanto da esigere da lui una dichiarazione
di non essere venuto a distruggere la legge, era diretta
ad agire sul cambio esistenziale del giovane. Non ho mai
diretto la pedagogia, che ho adottato per essere guida di
giovani, verso una pratica religiosa, che in poco tempo
poteva diventare abituale e quindi quasi inevitabilmente
abbandonata. Mi preoccupava soprattutto la scelta della
loro esistenza, facendoli riflettere che questa poteva essere
positiva, portando una dinamica di bene e di conquista di
valori, oppure negativa e addirittura distruttiva. Mi viene
in mente il titolo di un libro di Massimo Cacciari: Unde
malum? e la risposta che mi sale spontanea e immediata:
dall’assenza di una scelta che poteva dare all’esistenza
futura un valore positivo. Non è possibile aspettarci dall’uomo
la guarigione da quel tumore chiamato hybris che conduce
fatalmente alla confusione, senza rispondere alla domanda
di fondo sul valore dell’esistenza. Dichiaro di essere felice
e gioioso di incontrare questi ottantenni che certamente
non sono santi ma che hanno costruito una coppia aperta
al dialogo e sono vissuti nella felicità di amarsi. Credo
che sia terminata la stagione catechetica: abbiamo troppo
insistito sulla razionalità e la dimostrabilità della fede,
e non tanto sulla forza trasformatrice e orientatrice della
stessa. Forse questa crisi della Chiesa, che appare nelle
mostruose incoerenze etiche di coloro che vengono presentati
come maestri e guide di esistenze, porterà finalmente a
riflettere su questo squilibrio. Ho assistito ultimamente
a una specie di disputa fra due pensatori, l’uno non credente
e l’altro credente; nessuno dei due mi ha persuaso fino
in fondo perché fino a quando il dialogo viene portato sulle
differenze di opinioni, non potrà mai interessare la generazione
giovanile. Finché il giovane non viene portato sulla scelta
esistenziale, presentando con la vita gli effetti prodotti
nell’educatore, credo che i nostri sforzi siano pressoché
inutili. Ma del resto, cari sacerdoti e cara Chiesa, è vero
che Gesù ci ha detto: andate, annunziate e istruite; ma
credo che il valore essenziale del suo messaggio stia in
queste parole: che vedano le vostre azioni e le vostre opere
e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. Questo “glorifichi”
lo interpreterei con la gioia piena di avere trovato un
senso all’esistenza. Al richiamo al silenzio i giovani di
oggi sembrano sensibili e io stesso ricorro a tutti i metodi
per avvicinarli; ma vorrei nel silenzio mostrare loro delle
luci che li possano guidare a una vita che abbia un senso,
una meta chiara. Questo vivere serenamente e in maniera
feconda è la prova di avere sloggiato tutte le angosce che
provocano fallimenti nell’amore di coppia, nella cura dei
figli e disinteresse totale verso le decisioni politiche,
che pure hanno un’influenza diretta sulla pace e la giustizia.
1. Luigi Zoja, La morte del prossimo, Einaudi