DON
TONINO BELLO, POETA E RIFORMATORE - di Guglielmo
Minervini
Doveva essere già notte. Una domenica di ottobre.
Forse del 1983, mentre stava per trasferirsi nella diocesi
di Molfetta, della quale era stato appena nominato vescovo.
Il silenzio aveva calato il sipario su una giornata delle
solite. Agenda serrata, messe, attività, incontri. Forse
c’era la luna ad allungare, oltre la linea dell’orizzonte,
lo sguardo verso la quiete della solitudine. Di fronte,
il mare e la sua distesa d’abbandono. Alle spalle, la piccola
Tricase.
Lì, in quel punto preciso della sua finis terrae, dove l’Adriatico
s’incontra con lo Ionio solo per riversarsi nel Mediterraneo,
o ti senti la periferia estrema del continente oppure la
por-ta più avanzata verso l’oriente. O fuori gioco o al
centro di un altro gioco.
Non era ancora vescovo, don Tonino, quando scrisse questi
versi, un po’ poesia un po’ preghiera. Solo giovane e sacerdote
e dentro la scommessa che fede sia sinonimo di cambiamento
non di rassegnazione. Di rassegnazione doveva averne incontrata
parecchia quel giorno.
Dai a questi miei amici e fratelli
la forza di osare di più.
La capacità di inventarsi.
La gioia di prendere il largo.
Il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio,
che si dissolve,
così come hai inchiodato me su questo scoglio, stasera,
col fardello pesante di tanti ricordi.
Dai a essi, Signore, la volontà decisa
di rompere gli ormeggi.
Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove.
La libertà è sempre una lacerazione!
Non è dignitoso che, a furia di inchinarsi, si spezzino
la schiena per chiedere un lavoro ‘sicuro’.
Non è giusto attendersi dall’alto le ‘certezze’
del ventisette del mese.
Stimola in tutti, nei giovani in particolare,
una creatività più fresca, una fantasia più liberante,
e la gioia turbinosa dell’iniziativa
che li ponga al riparo da ogni prostituzione.
Don Tonino pacifista, nonviolento, poeta.
Ma anche riformatore sociale. Del sud. Anzi, l’ultimo grande
riformatore sociale del mezzogiorno. Ha infranto le regole
del buon costume episcopale, frantumato le sbarre invisibili
(chi si ricorda di Pasolini?) dell’esclusione sociale, sovvertito
l’ordine dei valori dominanti.
Come tutti i grandi riformatori ha misurato la fatica del
cambiamento prima sui problemi concreti, strutturali, quelli
che si toccano. La casa, la disoccupazione, il disagio,
le criminalità, lo sviluppo. La polvere e la strada. E poi
le cose che non si toccano, la cultura, le relazioni. Lo
scetticismo. Le coscienze.
È stato poco nei ranghi, specie da vescovo. Scende in piazza
con gli operai, lotta con i marittimi, accoglie sfrattati
e prostitute in episcopio, solidarizza con i profughi albanesi,
s’indebita (se stesso, non la diocesi) fino all’ultimo capello
per fondare comunità d’accoglienza, promuove petizioni per
lo sviluppo civile e non militare del suo territorio, gira
di notte nelle zone d’ombra della città raccogliendo ubriachi,
matti e sbandati, litiga con gli amministratori, denuncia
l’impianto clientelare delle politiche sociali, dinanzi
all’omicidio del sindaco mette sul banco degli imputati
le responsabilità collettive della città piuttosto che quelle
soggettive del “mostro”. Un rompiscatole. Un vero rompiscatole.
Non semplicemente un abile creatore di rovesci e paradossi,
con il gusto di rompere le uova delle consuetudini nel paniere
delle contraddizioni, ma un’intelligenza appassionata che
s’infila lucida nel cuore dei problemi. Il cambiamento del
meridione passa per la testa dei meridionali. “Rompere gli
ormeggi” evoca un movimento molto simile a quello del distacco,
del viaggio, insomma dell’esodo. Dalla terra della soggezione
e della dipendenza a quella dell’autonomia e della “creatività”.
Pensarsi in grado di generare futuro, di tracciare con le
proprie gambe una strada inedita e originale. Rielaborare
con audacia la propria storia e la propria identità senza
dissimularle sotto altre spoglie. Osservare il mondo a partire
dal proprio punto di osservazione e non immaginando di essere
altrove. Vedersi da sud non da nord, si direbbe oggi con
le categorie del pensiero meridiano di Franco Cassano. Un
sud dalla schiena dritta e non curva, con la testa in avanti
e non rivolta all’indietro.
Certo Don Tonino vescovo non ha più di fronte il sud contadino
e immobile di Dorso, Scotellaro e Salvemini. La sua Puglia
è un mezzogiorno sospeso tra passato e futuro, tra immobilismi
e dinamismi, tra conservazione e innovazione. Inoltre, nel
tempo di cerniera che attraversa, la fine degli anni ’80
e l’inizio degli anni ’90, il potere non ha più la forma
beffarda, sfuggente e intangibile descritta da Sciascia
ma al contrario appare precario e fragile.
Eppure molti nodi del sud non si sono ancora sciolti e don
Tonino sperimenta sulla carne la tensione di questo stato
di fragilità e potenzialità. Essere vescovo al sud è difficile.
I problemi sono più complessi, profondi, aggrovigliati.
I tempi sono lenti, i passaggi lunghi e contorti. La normalità
confina strettamente con l’eccezionalità e, talvolta, invade
l’eroismo. Così, se vuoi incidere, devi dotarti di pazienza
storica, sguardo esteso e simboli efficaci. Don Tonino lo
sa.
Di quella tradizione di cui era impastato, non è difficile
distinguere in lui molte tracce comuni. Utopista, tormentato,
irrequieto, certamente vulnerabile, perfino contraddittorio.
E’ il modo specifico con cui si reagisce alla propria condizione
di disadattamento, al sentirsi profondamente incarnato in
una terra, amarla nelle viscere, portarsela nel sangue ma
nel contempo soffrire le zavorre insopportabili, il perimetro
ristretto dei suoi limiti, avvertire il disagio delle sue
insufficienze.
Ancora oggi, a quasi due decenni di distanza dalla morte,
Don Tonino Bello è difficile da collocare. Troppe cose sfuggono
agli stereotipi. Non solo la Cinquecento senza autista e
l’episcopio senza anticamera, ma anche Gramsci, Pasolini,
Bonhoeffer insieme a Moltmann e a Buber.
Daltronde è la sorte toccata anche alla millenaristica tradizione
del Mezzogiorno, da Gioacchino da Fiore a Ignazio Silone,
in cui l'atavica sete di giustizia non ha mai smesso di
spingere la coscienza, spesso solitaria, oltre le strutture
incompiute delle istituzioni e della politica.
Di quella tradizione don Tonino è intriso: la coscienza
e non le regole hanno il primato. La responsabilità e non
le norme sono il parametro di misura della nostra vicenda
umana. Sentirsi profondamente parte di una comunità ma senza
annullare la propria autonomia morale. Anzi, “fare ciò che
è giusto”, anche quando ciò significhi tradire le norme
della comunità, è doveroso e, in alcuni casi, anche necessario
per amore della comunità.
Forse ciò che don Tonino aggiunge a questa nobile tradizione
è proprio la sua vicenda di vescovo, cioè il tentativo di
conferire alla coscienza una natura collettiva, una dimensione
comunitaria, di sradicarla dalla narcisistica consolazione
del proprio destino solitario per trasformarla nel polmone
che soffia sul bisogno di cambiamento del suo popolo.
La tensione della coscienza liberatrice è stata da don Tonino
ricondotta dentro le istituzioni non come inatteso ospite,
ma come elemento originario e costitutivo, da cui la stessa
struttura trae motivo di esistenza.
La naturalezza, con cui ha rimesso la struttura al servizio
della coscienza, richiama per molti versi gli echi ormai
lontani delle pagine di Silone dedicate a Celestino V. Anche
don Tonino ha incessantemente ribadito, per dirla con Silone,
che "Dio ha creato le anime non le istituzioni"
ma non ha rinunciato alla sfida. Non si è dato per sconfitto.
Perfino la prova ultima della malattia, nella tensione profondissima
del dolore, è stata trasformata in un'eccezionale occasione
di grazia cui l'intero popolo ha preso parte. Da un travagliato
smarrimento, don Tonino scorge nella sofferenza il tempo
vitale per riaffermare in modo autentico il senso della
speranza. Con un’ansia intima di futuro e una fresca fiducia
nella possibilità di riconciliarlo ancora con il presente.
Anche per questa ragione la voce di Don Tonino sarà apparsa
così dissonante rispetto al coro. Eppure a un presente riconciliato
con il futuro, la storia di oggi ancora ci spinge.