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IL CIBO E LA TERRA - il problema della sovranità alimentare - di Giulio e Roberto Sensi*

Immaginate di appartenere a una famiglia di un qualsiasi Paese impoverito del Sud del mondo. Andate avanti grazie alla coltivazione di un piccolo pezzo di terra ereditato dai vostri genitori. Con i vostri prodotti oltre a cercare di sfamare la famiglia, incassate qualche spicciolo per comprare altro cibo, medicine, vestiti e strumenti vari. La terra vi dà il cibo, lasciarla significherebbe andare ad ingrossare le periferie urbane e sprofondare nella miseria ancora più nera. Ma fare il contadino è sempre più difficile: tra crisi alimentare, climatica, economica, libero commercio, speculazione finanziaria, politiche di sviluppo produrre cibo per il mercato è diventata una trappola piuttosto che un’opportunità.

C’è chi perde e chi guadagna nel mercato...
Nel 2008 l’aumento incontrollato dei prezzi di numerose materie prime agricole ha fatto sprofondare moltissimi Paesi, in particolare quelli più poveri, in una crisi alimentare senza precedenti. I prezzi del riso e del grano, alimento base per la pressoché totale popolazione del mondo, sono aumentati del 150%. In media una famiglia povera destina più del 60% dei suoi redditi all’acquisto di cibo: il raddoppio dei prezzi del grano ha praticamente dimezzamento il potere d’acquisto con conseguente aumento della fame. Negli ultimi tre anni la FAO ha stimato un aumento degli affamati che ha superato il miliardo di persone (nel 2006 erano circa 850 milioni). Ma qualcuno ci ha guadagnato. Non la vostra povera famiglia che produce cibo su piccoli appezzamenti di terra: di questi soldi voi non avete visto un centesimo, i profitti si sono fermati nelle pieghe di bilancio delle grandi multinazionali che controllano l’intera filiera alimentare, ovvero dal campo agli scaffali dei supermercati. I loro portafogli sono sempre più gonfi: in piena crisi alimentare, ad esempio, i guadagni netti di Cargill, il più grande esportatore di grano a livello mondiale, sono cresciuti dell’86% in pochi mesi, passando da 553 a 1030 milioni di dollari; e quelli di Archer Daniels Midland, una delle più grandi imprese di trasformazione alimentare, sono incrementanti del 42%, passando da 363 a 517 milioni. Per non parlare dei supermercati, spesso l’unico sbocco di mercato per gli agricoltori, che si aggiudicano la quota più rilevante del prezzo di un prodotto. Oggi investire sulla produzione agricola e l’acquisto di terreni conviene molto più che in passato. Già nell’Ottocento lo scrittore statunitense Mark Twain lo aveva chiaro in mente: “Comprate terreni, non ne fabbricano più”. In tempi di crisi la terra è uno di quegli asset economici che è ritornato di moda, con grandi investitori pubblici e privati che muovono soldi in tutto il mondo per aggiudicarsene il controllo. Ma come fanno?

Il business sulla terra
Sono diverse ed intrecciate le tendenze che hanno dominato l’emergere del business sulla terra con il fenomeno del “land grab”, ovvero l’accaparramento di terreni coltivabili. L’azione congiunta della crisi finanziaria e di quella alimentare stanno determinando un vero e proprio assalto all’acquisto della terra. Governi di Paesi come la Cina, l’India, la Corea del Sud, la Libia, gli Emirati Arabi, l’Egitto hanno capito che affidare al mercato mondiale il loro approvvigionamento di cibo è molto rischioso, ma garantire la sicurezza alimentare con la sola produzione sul loro territorio nazionale è impossibile. La perdita di fertilità dei suoli, l’incremento demografico e l’urbanizzazione pongono in serio rischio la sicurezza alimentare. Se si aggiungono fattori come la corsa alla produzione di agro-carburanti, la scarsità di acqua e i rischi per l’approvvigionamento, l’aumento della domanda per determinate materie prime come fibre o legno, si capisce quanto possa essere importante da un punto di vista geo-politico il controllo delle terre su scala mondiale. Inoltre, assieme a questi fattori “reali”, è emerso un massiccio programma di investimenti e speculazione di cui è protagonista il grande capitale finanziario alla ricerca di nuove opportunità di profitto. Dopo aver speculato sui mutui americani con le conseguenze che conosciamo, e aver fatto lo stesso con il grano, contribuendo in modo determinante alla crisi alimentare, è partito alla ricerca di guadagni facili investendo nell’acquisto di terreni agricoli. Questo quadro sulla carta dovrebbe produrre enormi benefici: più investimenti, significa più soldi, ovvero miglioramento della produttività grazie alle nuove tecnologie, aumento dell’impiego, ricchezza, reddito. In realtà questi investimenti vanno ad esclusivo vantaggio dell’investitore, mentre il paese “predato” perde la capacità di garantire la propria sicurezza alimentare e di sostenere i piccoli produttori, per non parlare dell’impatto ambientale delle grandi produzioni intensive monoculturali. Anche la Banca mondiale fa parte della partita con un ruolo decisamente ambiguo: da un lato interviene per fronteggiare la crisi alimentare, dall’altro affianca ai suoi pacchetti di aiuti, come gli 1,2 miliardi stanziati recentemente per l’Africa, programmi di intervento volti a modificare le legislazioni interne dei paesi “beneficiari” in materia di proprietà fondiaria per incentivare la privatizzazione della proprietà, l’affermazione di un mercato della terra, favorendo gli investimenti da parte del capitale straniero e rendendo i piccoli contadini più vulnerabili rispetto alla possibilità di mantenere il diritto a produrre sui loro terreni.

Le dimensioni del fenomeno
Secondo la Fao almeno trenta milioni di ettari sono stati comprati o affittati per coltivare alimenti o agrocarburanti. Di questi, venti milioni solo nel 2009, ovvero un’estensione pari alla metà della superficie coltivabile in Europa. Fra i casi più emblematici c’è quello della Corea del Sud che ha acquistato settecentomila ettari di terra in Sudan, l’Arabia Saudita se ne è aggiudicata cinquecentomila in Tanzania. Il governo indiano ha prestato soldi a ottanta imprese per acquistare terreni in Africa. Altri Paesi che hanno acquistato o affittato terreni nell’ultimo anno sono quelli del Golfo, la Svezia, la Cina, la Libia. I Paesi privilegiati sono quelli con maggiori disponibilità ed un clima adatto alla produzione agricola ovvero Brasile, Russia, Ucraina, Camerun, Etiopa, Madagascar e Zambia.

La reazione dal sud del mondo per la sovranità alimentare
Di fronte a questo fenomeno di accaparramento della terra si parla oggi di “nuovo colonialismo”, una parola utilizzata dallo stesso direttore della FAO, Jacques Diouf. Il diritto alla terra è un pilastro fondamentale per la sovranità alimentare di un paese. Con “sovranità alimentare” intendiamo il diritto di tutti i popoli, Paesi e Stati di decidere la loro politica agricola e alimentare. A tal fine è necessario garantire l’accesso universale all’acqua, alla terra, alle sementi così come alle risorse produttive e ad adeguati servizi pubblici. Non a caso da oltre dieci anni una delle più importanti campagne del più grande movimento contadino mondiale, La Via Campesina, è la campagna per ottenere la riforma agraria . Il land grab rappresenta una minaccia enorme per il diritto alla terra di tutti i popoli.

Una riforma agraria dal basso
La storia dimostra che una redistribuzione della terra ai piccoli produttori ha un effetto positivo in termini di miglioramento del benessere per le popolazioni rurali e di sicurezza alimentare per l’intero paese. In Brasile, ad esempio, l’agricoltura familiare su piccola scala produce il 24% del totale del valore della carne prodotta a livello nazionale, il 24% di latte, il 58% di carne suina, il 40% pollame e uova, il 33% del cotone, il 31% del riso il 97% del tabacco. Complessivamente l’agricoltura familiare vale il 40% del valore totale della produzione nazionale, occupando il 30,5% delle terre coltivate. Una riforma agraria efficace e redistributiva ha dimostrato di essere un elemento fondamentale nelle politiche di riduzione della povertà. La restituzione di dignità a chi produce il cibo che sfama il mondo passa dalla difesa e restituzione della terra.

* si occupano di sovranità alimentare e diritto all’uso della terra, rispettivamente per Manitese e A.s.i.a.

 
   
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