BENE
COMUNE E' FRATERNITA' - di Arturo Paoli
Per entrare in tema mi viene in aiuto la definizione
platonica del Sommo Bene. Platone definisce sommo bene la
sintesi a cui tendono tutte le cose e particolarmente tutta
l’umanità. E in questo contesto è in armonia perfetta la
Costituzione del concilio Vaticano II di cui mi permetto
citare due brevi articoli tratti dalla Gaudium et Spes.
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli
uomini d’oggi, dei poveri soprattutto di tutti coloro che
soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze
e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente
umano che non trovi eco nel loro cuore” (1). “Pertanto il
Santo Sinodo, proclamando la grandezza somma della vocazione
dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre
all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa al fine
di stabilire quella fraternità universale che corrisponda
a tale vocazione” (2). Mi riferisco a questa Costituzione
purtroppo non valorizzata dalla Chiesa e non presa come
programma con il valore che ha. Credo che la grande difficoltà
della Chiesa sia quella di passare dalla missione di garantire
la Verità a quella di garantire l’osservanza della sua vera
missione, addirittura il vero senso dell’uomo sulla terra.
Nell’uomo è presente la tendenza divina a raggiungere la
somiglianza con questo Sommo Bene e questo fa di Platone
quasi l’ambasciatore della rivelazione cristiana. Prima
di tutto la persona comunica con Dio: senza Dio la persona
non ha consistenza, non ha valore, non ha continuità.
Il concetto di persona pensato all’infuori di Dio è un concetto
di profonda fragilità costituzionale. L’uomo moderno, in
una successione che disorienta, presenta la visione di un
uomo che pare forte, responsabile, padrone dell’universo.
Nonostante ciò nel momento stesso in cui afferma il suo
potere, quest’uomo si suicida. Perché? Perché non è capace
di trovare una ragione di vita realmente profonda. Ricordo
qui l’ingegnere del film “La dolce vita”, un ingegnere atomico
che, totalmente assorbito dall’interesse scientifico, protagonista
di uno straordinario processo di crescita personale, storicamente
molto valida, si uccide. Perché? Perché è minacciato dalla
fragilità del mondo e dalla fragilità della propria persona.
Quando il concetto di persona è non solo pensato, ma scoperto
in una relazione profonda e reale con Dio, il valore della
persona è un valore serio, inalienabile, assoluto, che si
incontra in ogni momento, tanto nella gioia quanto nella
disperazione, tanto nei momenti di integrazione umana, quanto
negli istanti di solitudine. È un valore che accompagna
costantemente ed è il fondamento, la costante della forza
di vivere. Nella mia lunga vita ho assistito, e in un certo
senso ne sono stato coinvolto, a due guerre che hanno determinato
la scomparsa di due ideologie dalla scena del mondo a causa
della loro reciproca opposizione. Si pensava che la fine
di queste ideologie potesse portare la pace e invece poco
a poco ha dissolto un progetto politico che avrebbe potuto
motivare la persona umana, specialmente i giovani, dall’essere
soggetto della storia. Ci lamentiamo dell’avanzare della
droga ma la persona umana ha una sola alternativa: o essere
soggetto della storia o passare da un’esperienza all’altra
che la aiuti a sopportare l’aggressione del tempo. Il primo
punto è il significato della persona. La parola cristiano
avrebbe bisogno di molte spiegazioni, ma chi ha letto Emmanuel
Mounier sa che cosa vuol dire. Un cristiano è qualcuno che
si distingue perché possiede il senso della persona, che
tutto fa perché l’uomo diventi realmente persona, capace
di ragionare, di pensare, di risolvere e lo fa a qualunque
prezzo, guidato dal principio che abbiamo chiamato Bene.
Tutta la sua attività, raccolta sotto la definizione di
razionale, è umana quando è sotto l’ispirazione di questo
sommo bene che nel cristianesimo si chiama amore. Se pensiamo
al capitalismo che ha sottratto l’uso del denaro e dei beni
che ci vengono dalla natura dall’essere simbolo dei bisogni
reali dell’uomo per farne unicamente oggetto di accumulazione,
si coglie il disorientamento della comunità umana, resa
incapace di pensare un progetto politico sano. Non bisogna
cadere in un pessimismo totale perché la storia si fa nel
tempo passando per diversi momenti e la sua morte diventa
presagio di resurrezione. Personalmente penso che la “morte
del prossimo” che vuol dire la morte dell’amore sia presagio
di una primaverile resurrezione.
Conosciamo tutti la lotta tra lo sviluppo senza limiti e
lo sviluppo limitato. Gli avvenimenti economici che colpiscono
specialmente il lavoro, che in fondo è la sola fonte di
vero progresso, ci fanno sperare che possa avvenire una
resurrezione. Come credente cattolico e seguace il più possibile
vicino al maestro Gesù, vedo l’importanza che ha avuto il
concilio Vaticano II nel quale lo Spirito Santo si è espresso
con sufficiente chiarezza. Forse la storia attuale non ha
permesso di intenderlo in tutta la sua chiarezza, ma chi
crede seriamente nello Spirito Santo sa che le sue parole
non passeranno. Rimettere sulla terra il Cristo Gesù, nella
sua condizione di povero tra i poveri sulla strada, fattosi
realmente compagno dell’uomo storico terrestre, vuol dire
il ritorno della solidarietà alla terra, al lavoro, al dovere
essenziale di non pensare al progresso se il progresso non
è veramente guidato dalla ricerca e dalla realizzazione
del bene comune. È necessario che la Chiesa e i cristiani
rinuncino a concepire il bene come un valore esclusivamente
personale, e soprattutto riferirlo al dopo morte come salvezza
dell’anima. Gesù lo ha vissuto sulla strada togliendolo
dal tempio e ha fatto una dichiarazione dalla quale non
potremo mai prescindere: sono venuto perché tutti abbiano
vita. E in questo tutti, come ha interpretato il grande
dottore della fede Paolo, entra la natura che geme dei dolori
del parto e aspira a partecipare alla gloria dei figli di
Dio. Queste sono le speranze che devono alimentare i cristiani.
E questo pare a me il solo bene comune.
1. Gaudium et Spes, par. 1
2. Ibid., par. 3
Arturo Paoli