BACHELET,
UN UOMO BUONO - di Angelo Bertani e Luca Dilibertoi
Trent’anni fa Vittorio Bachelet, vicepresidente
del Consiglio Superiore della Magistratura, veniva ucciso
dalle Brigate Rosse mentre usciva dall’Università La Sapienza
di Roma dove insegnava. Il testo che proponiamo, estratto
dal libro Vittorio Bachelet. Un uomo uscì a seminare di
Angelo Bertani e Luca Diliberto (edizioni Ave, 1994), restituisce
l’autorevolezza e l’attualità di un uomo che ha vissuto
sempre il messaggio cristiano dell’impegno per il bene comune.
Alle 12.01 di martedì 12 febbraio 1980 l’agenzia Ansa batte
questo flash: “Roma. Una sparatoria è avvenuta poco fa all’interno
della città universitaria nei pressi del piazzale della
Minerva. Secondo notizie giunte alla sala operativa della
questura un professore sarebbe rimasto ferito”. E un minuto
dopo: “Il professore colpito nell’attentato è morto. È Vittorio
Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura”.
Bachelet ha incontrato la morte a cinquantaquattro anni,
al termine di una lezione di Diritto amministrativo, in
pieno giorno, nell’andirivieni di una giornata normale.
Quando esce dall’aula numero 11 di Scienze Politiche che
porta il nome di Aldo Moro ha accanto la sua assistente,
Rosy Bindi, e alcuni studenti che con lui si attardano a
discutere. Deve risalire i gradini che separano il piano
terra da quello rialzato, andando verso l’atrio. La mano
di una giovane donna però sfiora la sua spalla, lo costringe
a voltarsi e a tornare indietro un poco. Si guardano forse
solo per un istante; lei lo stringe quasi a sé, lo sospinge
verso un angolo e schiaccia una pistola sul suo corpo. Partono
tre colpi. Bachelet cade; un altro giovane, a poca distanza,
spara di nuovo. Le persone che assistono alla scena urlano
o fuggono. Al corpo si avvicina il giovane che spara ancora,
alla nuca. Mancano dieci minuti a mezzogiorno.
Vittorio Bachelet non è un politico di spicco e sono in
molti a ignorare quale incarico di responsabilità portava
al momento della sua morte. Il suo nome risuona invece familiare
a chi, tra le pieghe dell’esistenza quotidiana, lo ha conosciuto,
di persona o attraverso i suoi scritti e le sue opere. Molti
lo ricordano presidente, tra il 1964 e il 1973, della più
antica e numerosa associazione religiosa italiana: l’Azione
Cattolica. Altri sanno che è stato autorevole giurista,
che ha insegnato dapprima nelle università di Pavia e Trieste,
e poi a Roma alla Pro Deo e alla Sapienza. Di lui in tanti
rammentano piccoli gesti, semplici eppure indicativo di
un disegno umano più grande. Come il figlio dodicenne dei
gestori di un albergo a Selva di Val Gardena, luogo di soggiorni
estivi della famiglia Bachelet; dopo aver sentito la notizia
della sua morte, corre dai genitori annunciando che era
stato ucciso “quel professore che veniva qui e si metteva
sempre ultimo nella fila per prendere il caffè”.
L’uccisione di Bachelet colpisce in maniera netta l’opinione
pubblica, pur abituata a stagioni sanguinose. Si scopre
che era stato ucciso un uomo buono e giusto, una persona
che era ai vertici dello Sta-to per far funzionare le istituzioni
e non per servirsene, per guidare il paese verso un futuro
di maggiore libertà e giustizia, anche in un contesto in
cui questi valori vacillavano o erano messi fortemente in
discussione. Bachelet aveva accettato, per fare il suo dovere
fino in fondo, di essere eletto vicepresidente del CSM nel
1976, quando l’immagine della giustizia in Italia si presentava
appannata, lacerata da discordie e divisioni interne alla
stessa magistratura. Pur avendo una lucida consapevolezza
dei pericoli cui andava incontro non volle una scorta, per
non mettere a repentaglio altre vite e per testimoniare
il coraggio della normalità in momenti in cui, soprattutto
dopo l’uccisione di Moro, si era diffusa la paura e la psicosi
di una società blindata. La sera prima di venire ucciso,
partecipando, lui solitamente schivo di fronte a occasioni
ufficiali, al ricevimento offerto dalla Santa Sede per l’anniversario
dei Patti Lateranensi aveva parlato con alcune personalità,
con amici e colleghi, mostrandosi fiducioso di veder nascere
nuove energie capaci di combattere il pessimismo diffuso;
e a un giornalista che lo aveva avvicinato, si era dichiarato
tranquillo, invitando a non aver paura: “per conto mio –
aveva detto – vivo nella fiducia che piccoli segnali possano
diventare una grande luce”. Le Brigate Rosse lo avevano
colpito, indifeso, nel cuore della sua università, crocevia
di generazioni e di inquietudini, officina di cultura e
di futuro, “nel cuore della sua professionalità e della
sua fedeltà a servizio della città degli uomini”, quasi
un “martirio laico”.
Ifunerali furono fissati per il 14 febbraio, in San Bellarmino,
a Roma. Presieduto dal cardinal vicario Ugo Poletti insieme
ai due fratelli gesuiti di Bachelet, padre Adolfo e padre
Paolo, il rito divenne icona di una vita che non rimane
silenziosa neppure se è la morte violenta a decretarne la
fine. Dovevano essere soprattutto funerali di Stato, trasmessi
in diretta dalla televisione, con la partecipazione tesa
e preoccupata dei massimi responsabili della vita pubblica
(Pertini, Cossiga, allora presidente del Consiglio, e molti
altri), punto d’incontro di tensioni e paure che immancabilmente,
dopo ogni attentato, si moltiplicavano germogliando nuovi
timori. Furono invece spazio per un annuncio improvvisamente
sentito vero da tutti, perché offerto senza retorica, radicato
nelle coscienze di molti dei presenti, di Maria Teresa,
la moglie, dei figli e parenti, nascosto nel terreno delle
esistenze cristiane. Furono funerali per condividere la
speranza e per offrire perdono. Al momento della preghiera
dei fedeli salì sull’altare un giovane dal volto sconosciuto;
era Giovanni, il figlio di ventiquattro anni tornato in
fretta dagli Stati Uniti. Lesse questa invocazione: “Preghiamo
per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga,
per i nostri governanti, per tutti i giudici, per tutti
i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per
quanti oggi nelle diverse responsabilità nella società,
nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la
battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo
pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà,
perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare,
sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta,
sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”.
L’impressione destata fu enorme, Giovanni stesso se ne stupì.
Certo quelle parole, prive di orpelli, semplici strumenti
per dire una fede non generica, scrollarono l’indifferenza
di una opinione pubblica ormai abituata alla teoria delle
morti eccellenti e attivarono percorsi di riflessione che
parevano impossibili nelle file del movimento clandestino.
Significativo è in questo senso un messaggio scritto a dieci
anni di distanza; è il racconto, fatto giungere alla famiglia
tramite padre Adolfo, di un ex terrorista condannato all’ergastolo:
“La testimonianza che a noi tutti diede la famiglia di Vittorio
Bachelet ci interpellò, forse per la prima volta, sul senso
etico della nostra azione e della lotta armata. Per la prima
volta ci sentimmo interpellati eticamente e la cosa ci turbò
assai; le nostre certezze cominciarono a scricchiolare come
il colosso di Rodi. All’ora d’aria del giorno dopo nessuno
di noi voleva ricordare quel fatto. Poi uno dei nostri capi
storici ci provocò sull’episodio, e capimmo che tutti, dico
tutti, ne eravamo stati profondamente colpiti. Credo che
quell’episodio segnò le nostre azioni da quel momento in
poi”.
Fu certo chiaro in molti che una stagione poteva dirsi in
qualche modo conclusa o che comunque, dal valore alto del
perdono cristiano, potevano discendere itinerari di riconciliazione
all’interno del paese. Quel giorno la violenza tacque. Parlò
la vita, e parlò del chicco di grano che solo quand’è nel
buio della terra comincia a portare frutto.