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MIO PADRE, MARTIRE LAICO - di Giovanni Bachelet

Venerdì 12 febbraio all’Università La Sapienza si è tenuto il convegno “Vittorio Bachelet testimone della speranza” Riportiamo l’intervento del figlio Giovanni.

Stasera a me spettano ricordi personali e familiari di papà; pensavo di illustrarne alcuni attraverso poesie e brani di autori a lui cari, ma grazie ai saluti iniziali me ne sono venuti in mente due fuori programma, che però illustrano un aspetto importante di papà: la capacità di ridere, anzitutto di se stesso e del proprio mondo. Nel salutare il Magnifico Rettore mi sono ricordato che al momento della mia iscrizione alla S a p i e n z a avevo chiesto a papà: che senso hanno, ormai, appellativi come “Magnifico”? Non è ridicolo per lo stesso Rettore? Non sarebbe ora di abolire questa roba medievale? Mi rispose: “Non so, secondo me alcuni Rettori si fanno eleggere, anche oggi, proprio per farsi chiamare Magnifico”. Risi di cuore con lui. Il secondo ricordo ridanciano me l’ha stimolato la varietà dei mondi qui presenti o rappresentati: successori di papà alla presidenza dell’azione cattolica e molti dirigenti e soci, successori di papà alla vicepresidenza del Consiglio Superiore, magistrati e giuristi, universitari. Una volta papà mi disse: nella vita associativa e professionale ho avuto a che fare con preti, professori universitari, e da ultimo anche magistrati; a volte mi chiedo in quale dei tre gruppi accada più rapidamente che, quando qualcuno si allontana, gli altri comincino a parlar male di lui. Papà me lo diceva ridendo, come se con i mondi in cui era vissuto prendesse in giro un po’ anche se stesso. Ma non amava il potere e non l’ho mai sentito parlar male di nessuno. Una volta, su mia richiesta, mi disse che il segreto per non parlar male degli altri era semplice: bastava non pensare male degli altri. Bastava ammettere onestamente che in analoghe condizioni ci comportiamo spesso nello stesso modo, e a volte peggio. Il terzo ricordo riguarda l’importanza del lavoro. L’ultima volta che vidi papà fu il 3 agosto 1979, quando partii per andare a lavorare nel New Jersey, ai laboratori di ricerca Bell. Né lui né io lo sapevamo, ma quella fu l’ultima volta che ci parlammo. Papà richiamò la centralità del lavoro come vocazione primaria, come modo principale, per un cittadino e per un cristiano, di contribuire al bene comune e alla costruzione di un mondo più libero e più giusto. Mi disse con chiarezza che le tante cose buone di cui mi ero occupato fino alla laurea – associazionismo cattolico, musica, politica – erano importantissime, ma avrebbero perso ogni valore se fossero servite a mascherare o compensare una scarsa capacità, o, peggio, diligenza nel proprio lavoro. Mi consigliava dunque, almeno per qualche anno, di occuparmi esclusivamente e con tutte le energie della mia vocazione professionale, la fisica, affinare le mie capacità: solo in questo modo i miei ideali sarebbero rimasti credibili. Questa esortazione, per lui davvero rara (non credo mi abbia fatto più di due o tre prediche in tutta la mia vita) veniva rafforzata dalla citazione di due autori a lui molto cari. Uno era Gandhi: Se quando si immerge la mano nel catino dell’acqua, se quando si attizza il fuoco col soffietto, se quando si allineano interminabili colonne di numeri al proprio tavolo di contabile, se quando, scottati dal sole, si è immersi nella melma della risaia, non si realizza la stessa vita religiosa di quando ci si trova in preghiera in un monastero, il mondo non sarà mai salvo.
L’altro brano l’ho da poco citato rispondendo a un articolo del Tempo, che criticava l’assenza dell’indicazione dei colpevoli dalla lapide di papà che è qui alla Sapienza. L’articolo trovava riduttiva la frase “ucciso nell’adempimento del proprio dovere”; a me invece, ricordando questo brano di Martin Luther King caro a papà, sembrava per lui il migliore degli epitaffi. Il brano diceva: “Noi siamo sfidati da ogni parte a lavorare instancabilmente per raggiungere l'eccellenza nel nostro lavoro. Non tutti gli uomini sono chiamati a lavori specializzati o professionali; anche meno sono quelli che si elevano alle altezze del genio nelle arti e nelle scienze: la maggior parte è chiamata a lavorare nei campi, nelle fabbriche o sulle strade. Ma nessun lavoro è insignificante. Ogni lavoro che fa crescere l'umanità ha la sua dignità e la sua importanza, e dovrebbe essere intrapreso con diligenza e perfezione. Se un uomo è chiamato ad essere uno spazzino, egli dovrebbe pulire le strade proprio come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva musica, o Shakespeare scriveva poesia. Dovrebbe pulire le strade cosí bene che tutte le legioni del cielo e della terra dovrebbero fermarsi per dire: qui è vissuto un grande spazzino, che faceva bene il suo lavoro”.
Il quarto ricordo di papà riguarda la capacità di ascoltare di papà come padre, di guardare e rispettare noi figli, di considerare insomma la libertà come l’unico terreno nel quale potesse davvero crescere il bene e la verità. Diceva che la nostra Chiesa aveva variamente interpretato il difficile rapporto fra verità e libertà; con l’ultima enciclica di Giovanni XXIII, Pacem in Terris, ne aveva da ultimo riscoperto la centralità (la pace tra tutte le genti è fondata sulla verità, sulla giustizia, sull’amore e sulla libertà), e poi, soprattutto col Concilio, la cifra stessa del rapporto di Dio con le sue creature e di Gesù con i suoi discepoli: amare, accompagnare, aiutare i figli a rialzarsi, ma rispettandone la libertà e godendo della loro progressiva autonomia. Ci ho ripensato quando Giovanni Paolo II a Parigi, nel 1996, dichiarò solennemente che libertà, uguaglianza e fraternità erano valori evangelici. Papà amava la libertà di noi figli. Io come padre temo di essere molto meno bravo nell’ascolto e nella discrezione della guida e degli interventi educativi. Mi resta almeno un modello cui tentare di assomigliare un po’. L’atteggiamento educativo di papà è ben espresso da una poesia che gli piaceva molto, tratta dal libro “Il Profeta”, di Khalil Gibran. I vostri figli non sono i vostri figli: essi sono i figli e le figlie della vita che anela a proseguire. Essi vengono attraverso voi, ma non da voi, e anche se sono con voi, non vi appartengono. Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i loro pensieri. Voi potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa del domani, che voi non potrete visitare, nemmeno nei vostri sogni. Voi siete gli archi da cui i vostri figli, come frecce viventi, sono lanciati. L'Arciere vede la mira sulla via dell'infinito, ed Egli vi piega con la sua forza perché le sue frecce vadano veloci e lontane. Che la vostra curvatura, nella mano dell'Arciere, sia gioiosa: perché, come ama la freccia che vola, Egli ama l'arco che è stabile.
Èdifficile indovinare quel che direbbe oggi papà: dell’Italia, della Chiesa, del mondo. Aver privato l’Italia e la Chiesa di voci come la sua le ha rese decisamente più brutte, e rende più difficile il nostro discernimento. Tuttavia, in un un tempo nel quale anche molti progressisti e molti cristiani hanno indossato l’abito dei profeti di sventura cui Giovanni XXIII invitava a non dar retta aprendo quasi cinquant’anni fa il concilio, io sono quasi sicuro che papà non si unirebbe al coro delle cornacchie; che ci inviterebbe, invece, a notare in quanti aspetti il mondo di oggi sia più ricco, più comunicativo e più libero di quello di ieri e l’altro ieri, e ad essere certi che, col nostro impegno e con l’aiuto di Dio, il mondo di domani sarà anche più bello di quello di oggi".

Tratto da l’Unità del 14 febbraio 2010

 
   
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