DOV'È L'INCIDENZA STORICA?
Il coraggio di essere uomini veri - di Arturo Paoli
Dopo venti secoli, nella parte del mondo che è stata scelta per essere la prima realizzazione del regno di Dio, dobbiamo chiederci seriamente se Gesù abbia avuto successo. Certamente è stato amato molto, è stato accolto con tutto l’essere da quelli che noi chiamiamo santi, certamente molti cristiani hanno trovato la salvezza dopo la morte: ma è proprio questo l’ideale per cui Gesù è venuto sulla terra, per cui ha accettato la croce e le più profonde e temibili umiliazioni a cui possa essere sottomesso un uomo? Gesù sarà contento di questo successo oppure, come dice Pascal, sarà ancora in agonia e lo sarà fino alla fine del mondo? Sono domande che sorgono facilmente nel nostro cuore. Nel 1972 il papa attuale, da teologo, fece un’osservazione molto negativa: “Lo scandalo più grave della fede cristiana sta nella sua mancanza di incidenza storica. Essa non ha cambiato il mondo”. L’avverarsi di questa conclusione drammatica è sotto i nostri occhi. Eppure Gesù è venuto a cambiare il mondo. Con che metodo? Lasciando che gli uomini agiscano con assoluta libertà, che mettano in pratica i loro progetti e sviluppino una civiltà cristiana, ma soprattutto ha voluto trasformare queste attività umane per realizzare il grande progetto di Dio che è, come dice il gesuita Teilhard De Chardin, “amorizzare il mondo”. In questo mondo di armonia, di bellezza, di leggi naturali che si praticano con assoluta regolarità, il solo che mette confusione e disordine è l’uomo. L’uomo che è destinato a diventare figlio di Dio, a ricevere l’eredità del Padre e portare avanti questo mondo, è l’unico irregolare. Nel suo compito di portare avanti la creazione e di perfezionarla, scopre dentro di sé una forza negativa che impedisce a questa collaborazione di mandare avanti il mondo nella linea dell’amore.
Oggi c’è un filosofo interessante, Luigi Zoja, che ha cercato di capire questo peccato originale. È andato a ricercarlo nel mondo pagano, particolarmente nei greci, ha studiato a fondo le leggende, le poesie, le produzioni letterarie e ha scoperto che il peccato originale consiste in quella che i greci chiamano hybris: l’orgoglio, la sufficienza, il “fai da te”, l’arroganza. Tutto questo si riproduce letteralmente nel nostro mondo cristiano. Un uomo del nostro tempo assai stimato, Giulietto Chiesa, membro del Parlamento europeo, ha scritto: “Trenta milioni di italiani che vedono solo la televisione hanno assorbito tutti insieme lo stesso messaggio di violenza, di ineducazione, di egoismo, di assenza di solidarietà, di stupidità dominante nelle televisioni private. Il risultato finale è che oggi abbiamo una società peggiore di quella di venti anni fa, siamo diventati tutti peggiori. Venti o trenta anni fa circolavano ancora tra di noi delle idee di solidarietà, di bene comune ed erano largamente espressi, oggi siamo in un mondo in cui veramente sembra che il messaggio cristiano non abbia nessun effetto”. Giulietto Chiesa afferma proprio quello che denunziava il teologo Ratzinger nel 1972: la fede cristiana non ha incidenza storica, essa non ha cambiato il mondo.
Noi siamo di fronte a un Gesù che ha dato se stesso, che ha promesso di essere con noi fino alla fine del mondo, di aiutarci a trasformare il mondo come Dio lo pensa, a liberare la legge dell’amore da tutti i viluppi negativi in cui è coinvolta. Eppure il mondo non è cambiato. Perché? Forse bisogna riflettere sul modello di cristianesimo che ci è stato insegnato, le cui linee fondamentali sono che Gesù è venuto a pagare il nostro peccato e così facendo ci ha liberati dal peccato. Questo non è assolutamente vero! Gesù ha preso su di sé il peccato perché ci ha preceduto nel cercare di raggiungere la liberazione da questa infezione. La sua missione fondamentale non è espiare i nostri peccati davanti a Dio, ma liberare l’umanità che porta in sé questo peso, questo cancro, questa malattia contagiosa. Bisogna cancellare l’idea che l’acqua del battesimo cancelli il peccato come una macchietta dall’abito bianco: Giovanni Battista quando battezza dice che con il battesimo “ci impegniamo” a seguire Gesù, assumiamo la sua forza, la sua energia, il suo coraggio dentro di noi. Lui ce lo offre continuamente, io starò con voi fino alla fine del mondo, non vi lascio soli, io sono la vite e voi i tralci sono queste le sue parole. Lui sarà schiaffeggiato, sarà coronato di spine, affronterà coraggiosamente tutto quanto c’è di più doloroso, di più umiliante, di più spregevole possano pensare gli uomini per ridurre la persona a uno straccio e gettarlo via. Leggete Isaia e troverete questa descrizione. Ma attenti: non è il Padre ad avere bisogno di umiliare e di gettare il Figlio in questo obbrobrio. Sarebbe un orrore! Sarebbe una bestemmia. Siamo noi che ne abbiamo bisogno. E quindi, come dice Carlo de Foucauld, che non è un grande teologo ma è un mistico, Gesù è per noi il modello unico. Quanti concili, quanti libri, quante biblioteche sono esistiti per definire chi è Gesù: e l’occidente è stato contentissimo di trovare tutte queste definizioni, ti metteremo in cielo, ti creeremo le più stupende basiliche, ti chiameremo re, sovrano, purché tu lasci la terra. Non ti occupare della terra, la terra è brutta, è soltanto un giardino feroce in cui dobbiamo passare un certo tempo. Tu occupati del cielo, aprici le porte del cielo e questo ci basta. Ma non è vero! Gesù ci ha detto: Io starò con voi fino alla fine del mondo, vi accompagnerò ma ricordatevi che tutti, qualunque siano le nostre opere buone, la nostra presunta santità, le nostre penitenze, dobbiamo guarire da questo cancro: l’orgoglio, la sufficienza, la rabbia, l’arroganza, il non perdonare.
Oggi è caduta l’impalcatura filosofica che sosteneva la nostra fede, è morta quella filosofia dell’essere che ci aveva portato a cantare Gesù grande Signore Re dell’universo, e non modello da seguire, conditio sine qua non per essere uomini veri. Possiamo cantarlo in tutte le musiche, celebrarlo in tutte le poesie, rappresentarlo in tutte le gallerie d’arte ma se non lo seguiamo per quello che vuole, perdiamo l’essenziale. Gesù ce lo ha detto chiaramente: imparate da me che sono mite e umile di cuore. E ci ha dimostrato che l’unico modo è trasformare le nostre sofferenze, specialmente quelle che ci tormentano di più, in strumenti di liberazione. Tante volte ci siamo domandati: ma perché devo soffrire? Perché? Interrogate queste angosce, cercate di servirvene, sono i grandi aiuti per diventare quello che Gesù vuole, la sua immagine. La nostra fede non è un dettaglio, noi siamo chiamati a edificarci come scultori, ma la creazione non è seguire un modello esterno, è liberazione da questa hybris. Bisogna diventare figli di Dio, e non lo si diventa attraverso un sacramento che ci dà un titolo, il sacramento è il segno dell’impegno che Gesù si prende di aiutarci a liberarci. Abbiamo un po’ di ragione anche noi che siamo pigri, che non vogliamo accettare la sofferenza, che barcolliamo, perché la Chiesa non ci ha insegnato questo: forse è come una madre un po’ vecchietta, un po’ indulgente che pensa: non devo far male, devo cercare che i miei figlioli siano contenti, ma per non ferire la piaga purulenta che fa male con il tempo peggiora. Amorizzare il mondo è il grande tema di Gesù ed è il grande fallimento, secondo le parole del teologo Ratzinger. Appare fallito ma è presente. Fin quando ci sarà un uomo sulla terra, Gesù si servirà di lui per continuare il suo progetto di pace, di giustizia, di amore. Gesù è stato il primo uomo che ha sfidato, che è andato avanti, che è passato per la morte e ha vinto. La sua vittoria ci fa sperare, avverrà il regno di Dio. Ha bisogno di noi.