Nella zona dei pre Pirenei, a
Nord-Est di Vic, la natura si è divertita con strapiombi, nebbie
e orizzonti che sembrano presi in prestito a un poema cavalleresco.
Salire sino a Tavertet, 900 metri, meno di 150 abitanti, paesino
tutto in pietra con una chiesa romanica dolcissima, è un pellegrinaggio
mistico. Qui vive, in una casa isolata del 1717, piena sino all’indescrivibile
di migliaia di libri, uno dei massimi teologi del nostro tempo:
Raimon Panikkar. È arrivato quassù dopo aver lasciato l’ultimo insegnamento
all’Università di Santa Barbara (California). Questa è anche la
terra di sua madre; il padre, invece, era indiano con passaporto
inglese. Racconta il suo ritorno giocando con il tempo, i numeri,
la realtà, passando da un idioma all’altro con naturalezza. Un termine
inglese, un altro in sanscrito, una frase tedesca. Mostra una copia
— è sulla scrivania, accanto a un tomo dei Veda e a una scultura
lignea tibetana — del libro scritto direttamente in italiano, La
pienezza dell’uomo. Una cristofania (Jaca Book 1999). Confida: «Sono
pagine cominciate in India, continuate in Perù e in Italia; le ho
chiuse qui, a Tavertet». Testimoniano la vita di questo teologo
e sacerdote che negli ultimi tempi sta rivedendo tutte le sue carte
e ordina il materiale per l’opera omnia. Accanto a lui, da una quindicina
d’anni, per realizzare l’immane fatica prevista in 16 volumi che
in originale nascerà in italiano (per Jaca Book), lavora Milena
Carrara Pavan. Le sue parole, per ragioni non facili da spiegare,
comunicano serenità. Corrono senza requie tra i ricordi ed evocano
i grandi del nostro tempo. «Mircea Eliade?». Un sospiro, un sorriso
e poi: «Una cara persona. Voleva fossi il suo continuatore. Lo incontrai
a Chicago ed era vivace, autentico, anche se scherzava poco. Aveva
uno humor che si può definire romeno; beveva whisky soltanto dopo
il calare del sole. Credeva in quello che faceva». Una pausa. Precisa:
«Non tutti gli studiosi possiedono questa preziosa caratteristica».
Poi Panikkar corre verso altri scenari: «I miei incontri in India?».
E dopo un sospiro lunghissimo: «Tanti, troppi. Ma vorrei ricordare
il domenicano Oshida, un giapponese, che ha vissuto sia il cristianesimo
che il buddismo. Celebrando la messa provocava dei brividi ai presenti.
Da lui ho capito che essere cristiani significa scoprire il Cristo
in sé». Conobbe, tra i molti, papa Paolo VI («gli chiesi perché
si debba vestire il linguaggio della cultura semita e greca per
essere cristiani»), Martin Heidegger («era curioso, umile, mi ha
subissato di domande sulla filosofia indiana»), Hans Urs von Balthasar
(«ho frequentato a lungo la sua casa»), fu amico di Paul Ricoeur
e della moglie. E ancora: «Ho conosciuto Picasso a Madrid, Emile
Cioran a Parigi («amava il vino»), Octavio Paz a New York». Anzi,
questo scrittore lo ha definito così: «Ha un’intelligenza elettrica».
Chiediamo a lui, che ha coniato il termine cristianìa, un pensiero
sulla Pasqua. Guarda oltre la finestra, verso il cielo, al di là
dello strapiombo. Le sue parole arrivano lente, sussurrate: «Quando
gli angeli dicono agli apostoli che è resuscitato, aggiungono subito:
"non est hic", non sta qui, è risorto. Non cercatelo qui:
non è in nessun luogo, non si può materializzare la risurrezione
di Cristo. Non è qui e non è in nessun luogo. Verrebbe da pensare
allora che sia un'idea o che si tratti di un fantasma, ma non è
così. La parola ci assicura: "resurrexi (sono resuscitato)
et adhuc tecum sum (e sono ancora con te)". Questo è per me
l'aspetto centrale della risurrezione: siamo in lui». Mentre Panikkar
proferisce tali frasi i suoi occhi si velano di lacrime. Aggiunge:
«Se Cristo è risorto ma io non sono risorto, vana è la mia fede.
Lo dice San Paolo. Ma se ci limitassimo unicamente alla risurrezione
di Gesù avremmo un eroe, un esempio irraggiungibile. "Resurrexi
et adhuc tecum sum", testimonia il latino; e il greco, in modo
ancora più profondo: "sto con te". Sto con te, nel tuo
intimo, nella tua vita, nella tua prassi. Se la risurrezione non
è incarnata, oserei dire, in noi, non è risurrezione. La peculiarità
cristiana è precisamente quella che i cristiani stessi hanno dimenticato
tante volte, cioè che la risurrezione deve avvenire adesso e nel
corpo». Non ci si accorge, mentre Panikkar parla, di inseguire le
sue frasi quasi con affanno, per non smarrire nemmeno una sillaba:
«La novità cristiana è che Dio si fa carne, che Dio si fa uomo.
Non metà uomo e metà Dio, ma tutto uomo e tutto Dio. Noi abbiamo
fatto una dicotomia tra il divino e l'umano che non porta a niente.
"Sono risuscitato e ancora sto in te" e ora questa è la
parte a mio parere più importante. Per quaranta giorni, la Quaresima,
la preparazione e tutte le preghiere hanno lo scopo di portare noi
alla resurrezione. Si tratta della nostra risurrezione. Se noi non
siamo risorti, non serve a nulla. Considerare Gesù un eroe che ce
l’ha fatta, non ci aiuta, non entra a far parte della nostra vita.
Il mistero della risurrezione consiste proprio nel fatto che questo
miracolo ci riguarda, è anche nostro». Già, risorgere. I teologi,
o quelli che tali si credono, inseguono l’anima; ne parlano, la
sublimano, ne discutono, la rifondano dimenticandosi che resta il
capolavoro degli antichi greci, inventori di quella ancora in uso.
Panikkar che ha conosciuto induismo, buddismo e cristianesimo sino
al limite delle esperienze mistiche parla di carne. Lo scandalo
annunciato da Gesù è in noi: è fatto di ossa, polpa, pelle, ciccia,
occhi, muscoli, cervello, dolori, gioie, insomma carne. Ma non c’è
tempo per esprimere considerazioni, giacché la flebile voce di Panikkar
continua: «Essere risorto non significa essere divino in un senso
puramente platonico della parola. Vuol dire essere trasformato in
qualcosa che non muore. Tutto l'anno cristiano culmina in questo
momento della nostra risurrezione. Essa però ha un prezzo, che a
volte non siamo disposti a pagare: la morte. Per risorgere dobbiamo
morire. Morire al nostro ego, all’egoismo, all'egocentrismo che
ci porta a privilegiare prima noi e poi tutto il resto. Dunque,
non risurrezione dopo la morte, ma la morte dell'ego nel corso della
vita. "Sono risorto e ancora sto con te". Questa nostra
risurrezione, che è il mistero della Pentecoste, la venuta dello
Spirito Santo su ognuno di noi, questa risurrezione nel corpo con
il corpo è corporale, non va intesa in un tempo lineare, alla fine
dei tempi, quando verranno gli angeli con le trombe e tutti quanti
risorgeremo… No, no! È una risurrezione che si fa lentamente. In
ognuno di noi...». Fuori dall’antica dimora l’estrema luce del giorno
vela Pirenei e strapiombi. Le pietre romaniche si fanno tenui. Panikkar
si congeda con un ultimo sorriso. E le sue parole si trasformano
in macigni: scendono con forza in noi, colpiscono il cuore. Suscitano
mille emozioni e quasi non ci si accorge di essere in un luogo incantato.
Già, Tavertet. Assomiglia a un frammento di eternità che, forse
per singolare sortilegio, si è perso nel mare del tempo. E cerca
qualcosa.