Tutti i cattolici osservano da tempo la condizione di inquietudine
e d' angoscia, che occupa la mente di Benedetto XVI. Nemmeno Paolo
VI, negli anni del terrorismo e della crisi teologica, aveva conosciuto
quanto sia arduo e terribile rivolgere agli uomini una parola di quiete.
Non possiamo immaginare nessuna forma di cristianesimo senza la presenza
del peccato. Gesù ha liberato gli uomini dalla colpa di Adamo; e ha
costruito un' arca, la Chiesa, dove il peccato non dovrebbe penetrare.
Eppure né la sua incarnazione, né la sua morte sulla croce, né l'
assunzione in cielo hanno abolito la lunga ombra che il peccato lascia
cadere sul mondo: esso occupa quasi ogni cuore; sconfigge i desideri
e le volontà di bene. È lì, ineliminabile, qualsiasi cosa facciamo.
"Il volere è in mio potere, ma compiere il bene no- diceva Paolo
- . Sicché non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non
voglio. Ma, se faccio il male che non voglio, non sono più io a farlo,
ma il peccato che abita in me". Secondo Benedetto XVI, alla fine
del ventesimo e al principio del ventunesimo secolo, il regno del
peccato si è esteso. Quasi nessuno prega, varca le porte delle cattedrali,
pensa a Dio e a Cristo, rispetta le leggi della Chiesa sulla vitae
la morte. La società è profondamente irreligiosa e anticristiana.
Se non scorgiamo Satana, come ai tempi di Hitler e di Stalin, migliaia
di piccoli Satana frequentano e dominano il mondo. Anche i muri dell'
arca sono crollati: il peccato è penetrato nella Chiesa, come rivela
la vicenda dei preti pedofili, che ha colpito così profondamente il
cuore di Benedetto XVI. Quasi ogni traccia di quel sentimento luminoso
e trionfale, che emanava dalle parole di Giovanni Paolo II, sembra
scomparso. Nelle parole di Benedetto XVI, c' è soprattutto dolore
e amarezza. Il senso acuto del peccato contribuisce alla ricchezza
e alla complessità del Cristianesimo: una complessità che, per esempio
l' Islam, che ignora in gran parte il peccato d' Adamo, non possiede.
Il cristiano si ascolta: studia i suoi sentimenti, analizza i suoi
pensieri, e scruta se, in qualche luogo del cuore, la menzogna e la
ribellione hanno lasciato la loro ombra. Non si fa illudere dalle
rappresentazioni teatrali del bene. Diffida di qualsiasi forma di
ottimismo. Così nascono grandiose esperienze dell' anima, come quelle
di Paolo, di Agostino e di Pascal. Ogni volta che il cristianesimo
ha cancellato l' idea di peccato, ha rischiato di perdersi: quest'
idea può venire abolita solo alla fine dei tempi, quando la Gerusalemme
celeste scenderà sulla terra, la Gloria divina bagnerà di luce le
sue mura, e "l' albero della vita" tornerà a crescere come
nell' Eden. Mi chiedo se i timori di Benedetto XVI siano giustificati.
E' proprio vero che, da cinquant' anni, viviamo in un' epoca "scristianizzata",
nella quale la Chiesa è ignorata e derisa? Forse le folle che un tempo
riempivano le chiese sono diminuite: ma quelle folle non leggevano
i Vangeli, e vedevano nel Cristianesimo soprattutto una difesa e un
baluardo della società civile. Credo che sia vero il contrario. Da
secoli, non esisteva nel cristianesimo un nucleo così puro ed ardente
come quello di oggi: giovani, e meno giovani, che leggono i Vangeli,
li meditano, capiscono come ogni parola pronunciata da Cristo sia
ancora viva, scoprono i Padri della Chiesa greci, o latini, o siriaci:
pregano, sia pure in solitudine; e cercano di diffondere la testimonianza
di Cristo nei paesi dell' Africa. Si tratta, dicono, di una minoranza:
ma il cristianesimo, per ciò che importa, è sempre stato una minoranza:
non solo nel II o nel III secolo; ma persino nel XIII o nel XVI secolo,
quando erigeva trionfali cattedrali a sé stesso. Così il pessimismo
di Benedetto XVI e dei suoi collaboratori mi sembra eccessivo. L'
Europa non è scristianizzata; e quindi non è necessario arroccarsi
in difesa, e costruire mura, torri, fortificazioni, contro i barbari
che si raccolgono davanti alle porte delle chiese. Credo che la coscienza
del peccato, che colma il cuore di Benedetto XVI, possa essere pericolosa.
La vita cristiana non può che essere dominata dalla gioia: la gioia
di esistere, di vivere, di ridere, di vedere, di passeggiare, di pensare,
di scorgere le immagini della mente e del mondo: la gioia del presente,
che recupera la letizia del passato, e anticipa la felicità del futuro;
la gioia dei bambini, che forse riusciranno a conservare fino alla
morte la loro condizione infantile. Sappiamo quale sia l' origine
di questa gioia. La luce della grazia scende dal cielo e avvolge a
poco a poco tutta la terra: rischiarai pensieriei sentimenti ed ogni
angolo abitato o deserto. Sotto forma di fede, questa grazia ritorna
nel cielo da dove è discesa: perché la fede non è altro che grazia
umanizzata. Un altro rischio è più sottile. Qualche volta, la chiesa
vuole essere approvata dal mondo: pretende che le sue leggi, per esempio
sull' aborto o l' eutanasia, diventino leggi civili. E, d' altra parte,
il mondo cerca di assorbire la Chiesa, trasformandola in un potente
sostegno di sé stesso, o nella parte "virtuosa" di sé stesso.
Mentre la Chiesa non può mai dimenticare di essere un' eccezione:
qualcosa di originario e straordinario, che ignora le norme della
società e della politica. La Chiesa non ha alcun bisogno di essere
moderna: anzi non deve essere moderna. Deve restare un residuo dei
tempi antichi, o un riflesso o un barlume del cristianesimo degli
apostoli e dei padri, in mezzo alla società di oggi. Il suo linguaggio
non è razionale: è il paradosso, il balzo oltre la ragione, la rottura
delle norme, il verbo dei Vangeli e di Paolo, che hanno portato lo
scandalo sulla terra. Spesso dimentichiamo quanto questo scandalo
illumini la nostra normale vita quotidiana: molto più delle analisi
psicologiche e sociologiche, nelle quali abbiamo tanta fiducia. Il
mondo di oggi non sopporta la condizione dei sacerdoti cattolici:
non tollera che essi obbediscano al principio della castità, nel quale
vedono una specie di maledizione, perché interrompe il ciclo continuo
della vita. Credo, invece, che questa castità sia un segno di elezione:
il segno della distanza, della differenza, dell' eccezione, rispetto
al resto della vita. Un sacerdote non è, come oggi si dice, un uomo
come gli altri: che vive in famiglia, con la moglie e i figli, e obbedisce
alle richieste, sia pure benevole, del mondo. Non è il pastore protestante,
rappresentato e deriso nei romanzi di Jane Austen. E' un erede degli
antichi eremiti: porta in sé il ricordo di sant' Antonio. Come in
Platone, trasforma le forze represse di Eros nel desiderio intellettuale
e mistico di Dio, che lo abita senza fine. |