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Poche settimane fa il Papa ha istituito un nuovo organismo, nella
forma di «Pontificio Consiglio», con il compito di promuovere una
rinnovata evangelizzazione nei Paesi che stanno vivendo una «progressiva
secolarizzazione» e una sorta di «eclissi del senso di Dio». Da
cosa, da chi dipende questa «grave crisi del senso della fede cristiana
e dell'appartenenza alla Chiesa» di cui parla Benedetto XVI e a
cui questo nuovo dicastero vorrebbe porre rimedio? Da anni mi trovo
a vivere in una posizione di confine. Non ho avuto, in famiglia,
un' educazione cattolica, anzi, provengo da un ambiente ateo, anticlericale
e massone ma avendo una natura inquieta, nel corso della mia vita,
ho fatto un lungo cammino spirituale che mi ha riavvicinato al Dio
di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. Non è stato
un cammino lineare né sempre luminoso, la via interiore, infatti,
è un continuo confronto con il male. Se la mia fede esiste - e resiste
- è perché continuo a studiare, a leggere, a interrogarmi e ad accettare
anche giorni in cui mi sembra di non credere. Negli ultimi dieci
anni molte altre persone della mia generazione hanno intrapreso
un percorso simile, lasciandosi alle spalle ideologie politiche,
new age e vari movimenti orientali per tornare alla fede del Vangelo
ma, nella maggior parte dei casi, questi figli prodighi non hanno
trovato nessun padre ad attenderli. Così, dopo un periodo di grande
trasporto, non trovando interlocutori né accoglienza, si sono nuovamente
allontanati. La Chiesa infatti - nonostante i molti dibattiti tra
laici e credenti - continua a essere autoreferenziale, a respingere
chi è in ricerca e a diffidare profondamente di chi ha fatto un
percorso spirituale diverso. Come mi disse un giorno un prete irritato
- al quale stavo spiegando il sentito e tardivo riavvicinamento
alla fede di un' amica di cui avrebbe dopo poco celebrato il funerale
- «gli ultimi mesi non contano niente, bisogna stare da sempre nella
Chiesa», dimostrando così un' ammirevole pienezza evangelica. Malgrado
tutti i discorsi sull' apertura, sulla nuova evangelizzazione, la
Chiesa continua a essere una struttura solo apparentemente accogliente,
accoglie giustamente i poveri, si prodiga con generosità per alleviare
le sofferenze degli ultimi, ma spesso, in questa bulimia di buone
azioni, si dimentica delle inquietudini delle persone normali. Mancano
i padri e le madri spirituali, persone credibili, che abbiano fatto
un cammino, che conoscano la complessità e la contraddittorietà
della vita e che, con umiltà e pazienza, sappiano accompagnare le
persone lungo questa strada, senza giudicare e senza chiedere risultati.
Nel padre o nella madre spirituale non c' è niente di nuovo, bensì
qualcosa di straordinariamente antico: la sete di un' anima che
incontra un' altra anima in grado di aiutarla a cercare l' acqua.
Non occorrono nuovi «input», nuovi dicasteri, nuove sfide, nuovi
raduni oceanici. Occorre soltanto ricordarsi che nell' uomo esiste
una parte di mistero e che questa parte va nutrita. La natura umana
è sempre uguale e, per crescere interiormente, richiede le stesse
cose oggi come ai tempi dei padri del deserto. Se così non fosse,
non si spiegherebbe il fascino che ancora ha, ad esempio, San Francesco
che da più di ottocento anni continua a parlare e a commuoverci
con le sue parole e la sua vita. San Francesco infatti era un Santo.
E cosa vuol dire Santo? Essere una persona integra, totale, una
persona che non ha doppiezze, fraintendimenti, che conosce solo
il «sì sì, no no» di evangelica memoria. Sono così la maggior parte
delle persone di Chiesa che ci vengono incontro, che parlano dai
pulpiti delle parrocchie, in televisione, sui giornali? Hanno sguardi
luminosi? Le loro bocche parlano davvero della pienezza del cuore?
Sono forze di santità? E se lo sono, perché non arrivano, perché
le loro parole lasciano per lo più indifferenti, se non irritati?
Perché non faccio altro che incontrare persone buone, rette, etiche,
che si sono allontanate per sempre dalla Chiesa dopo esperienze
deteriori con i suoi rappresentanti? Dove «deteriore» non è solo
il caso estremo del pedofilo, ma anche quello più semplice del sordido,
dell' ignavo, del gretto, comunque del doppio? Perché, nel cattolicesimo,
è concessa questa doppiezza? La bocca si riempie di parole alte,
ma la vita, spesso, non le manifesta. La coerenza non sembra essere
richiesta. Eppure, dove la coerenza c' è, dove c' è testimonianza
della pienezza della vita di fede, le chiese sono piene, i nuovi
eremiti sparsi sull' Appennino hanno il problema di gestire il flusso
delle persone che ininterrottamente va da loro. Già, perché questi
sono tempi di grande inquietudine e di grande ricerca. L' uomo in
cammino non si accontenta più di formule, di luoghi comuni, di convenzioni
sociali, è molto più esigente, cerca risposte vere e profonde alle
domande che ha dentro. Questa sete di verità e bellezza non può
venire soddisfatta dalla mediocrità delle vite e delle testimonianze
né da una liturgia che ha abbandonato il sacro diventando sempre
più simile a una sorta di intrattenimento televisivo. Se una nuova
evangelizzazione ci deve essere, dovrebbe dunque riguardare prima
di tutti gli uomini e le donne della Chiesa, responsabili purtroppo
- in molti, troppi casi - dell' allontanamento dalla fede di tante
persone di valore. Forse è il momento di capire che non è la quantità
dei sacerdoti, ma è la qualità a fare la differenza. E la qualità
non dipende dalla preparazione teologica, dai convegni, dai master
accumulati, ma dalla purezza dell' anima che si arrende alla Grazia.
Un' anima arresa è un' anima che converte, che disseta. Un' anima
che traffica, organizza, o si assopisce sui suoi privilegi, è un'
anima che allontana. Viene il sospetto che questo nuovo dicastero
rischi di diventare soltanto l' ennesimo coperchio messo sulla pentola,
per non guardare quello che bolle dentro. Nuove cariche, nuovi poteri,
nuovi segretari, nuovi bilanci. C' è davvero bisogno, è questo che
avvicinerà la gente? O c' è bisogno piuttosto di una grande cura
di umiltà? Cancellare i moralismi, i pregiudizi, la pigrizia, la
sete di potere e tutta quella zavorra che nulla ha a che vedere
con la fede e appesantisce e rende tanto ostile il cattolicesimo
agli uomini contemporanei. I nostri tempi hanno bisogno estremo
di santità, come ha detto il Papa di recente all' anno sacerdotale,
perché davanti alla cosificazione dell' uomo, è l' unica condizione
che lo riporta alla straordinaria grandezza per cui è nato. Santità
non è un' inerme arrendevolezza, ma è una forza di pienezza, un
essere dell' uomo nella totalità compiuta dei suoi pensieri e dei
suoi sentimenti, capace così di compiere ogni suo atto nella luce
dell' amore.
(www.susannatamaro.it)
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