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Il mondo attuale appare profondamente
scosso alle radici, fra violenza politica, insofferenze etniche,
grandi migrazioni, crisi di valori. Ma certe situazioni che vive
l'uomo di oggi trovano inaspettate analogie con altri periodi storici,
che Carlo Maria Martini, nelle riflessioni raccolte in questo volume,
individua nell'antica storia ebraica e negli anni più lontani del
Cristianesimo. Attraverso un'attenta analisi che dagli Atti degli
Apostoli affonda fino al Libro dei Giudici, affiorano in superficie
epoche di profonda transizione, segnate da forte instabilità. Si
pensi al passaggio della società ebraica dallo stato nomade a quello
sedentario. dall'anarchia alla formazione di autorità costituite.
La rilettura dei testi e l'interpretazione di passi chiave porta
Carlo Maria Martini a vedere nelle comunità delle origini tra il
primo e il secondo secolo dopo Cristo un esempio di creatività e
di impegno nell'apostolato particolarmente attuale. Soprattutto
per la ricerca di valori comuni capaci di ridefinire, nelle turbolenze
di età aspre e contrastate, le modalità di una convivenza. Il compito
dell'evangelizzazione si prefigura oggi, nel libro di Martini, all'altezza
di quelle stesse sfide che le prime comunità affrontarono reinventando
le forme del messaggio cristiano in vista della costruzione di inattesi
modelli di vita.
Una recensione di Vito Mancuso
pubblicata da "La Repubblica" del 31 ottobre 2009:
LA SINTESI DI UNA VITA
Nei primi mesi del 1916 Ludwig Wittgenstein,
volontario nell' esercito austriaco, si trovava in Galizia sul fronte
orientale col reggimento impegnato a sostenere il più grande attacco
nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzoa perdite altissime
la sua azione dovette essere di un certo rilievo visto che il 1°
giugno venne promosso caporale e il 4 decorato al valor militare.
Pochi giorni dopo, l' 11 giugno, colui che diventerà uno dei più
grandi logici e filosofi del Novecento, annota sul suo quaderno:
«Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo
Dio. Pregare è pensare al senso della vita». Io penso che per ogni
essere umano la vecchiaia sia paragonabile a una trincea della Prima
guerra mondiale. Sono finite le cerimonie, le marce, le sfilate,
gli inni, le retoriche che fanno da preambolo non solo alla vita
militare delle retrovie, ma anche alla vita quotidiana nella gran
parte dei suoi momenti. Giunge il momento del redde rationem, il
leopardiano «apparir del vero». Chi arriva alla vecchiaia non ha
più nessuno davanti, è in prima linea sul fronte dell' essere o
del nulla. E penso sia naturale in questa stagione dell' esistenza
guardare al senso complessivo della vita, della propria e di tutti
gli amici che si sono visti cadere, con un' intensità esistenziale
paragonabile a quella di un soldato in trincea. Ciò che Wittgenstein
percepì a 27 anni di fronte al fuoco dell' esercito russo ogni uomo
che prenda sul serio l' esistenza è destinato a sperimentarlo quando
inizia a sentire arrivare il termine dei suoi giorni. Non è un caso
quindi che il cardinale Carlo Maria Martini, riflettendo sulla preghiera
dall' alto dei suoi 82 anni, abbia sentito anzitutto il richiamo
di un grande vecchio della letteratura biblica quale Qohèlet ricordandone
la celebre descrizione allegorica degli effetti fisici della vecchiaia,
quando le mani («i custodi della casa»), le gambe («i gagliardi»),
i denti («le donne che macinano»), gli occhi («quelle che guardano
dalle finestre»), le orecchie («i battenti sulla strada») non funzionano
più come prima, preludio al momento in cui l' uomo se ne andrà "nella
dimora eterna". In questa prospettiva la preghiera di chi è
anziano per Martini è anzitutto ricerca di consolazione interiore
di fronte alla crescente fragilità che la vecchiaia comporta, è
richiesta della ragione e del sentimento che un senso definitivo
della vita ci sia e che a questo senso si possa personalmente partecipare.
Il cardinal Martini però aggiunge un' ulteriore considerazione sulla
preghiera di chi è anziano, rivolta ora non più al futuro ma al
passato, e qui a mio avviso egli tocca il momento più alto del suo
scritto. Mi riferisco a quando egli parla degli anziani come di
coloro che hanno raggiunto «una certa sintesi interiore» e che per
questo possiedono «uno sguardo di carattere sintetico sulla propria
vita ed esperienza». Aver compiuto un lungo cammino non significa
solo vederne la fine, significa anche potersi voltaree vederne per
intero il percorso. Da questa altezza può scaturire «una lettura
sapienziale della storia e del mondo», per descrivere la quale Martini
giunge a coniare in perfetto stile evangelico una vera e propria
beatitudine, una nona beatitudine che non sfigurerebbe come prosieguo
delle otto beatitudini proclamate da Gesù nel celebre Discorso della
montagna: «Beati coloro che riescono a leggere il proprio vissuto
come un dono di Dio, non lasciandosi andare a giudizi negativi sui
tempi vissuti o anche sul tempo presente in confronto con quelli
passati!». Martini sa bene che il giudizio negativo sul presente
è una delle tipiche malattie che affliggono lo spirito della vecchiaia,
quando la consapevolezza che presto per sé sarà la fine conduce
spesso a un rapporto amaro e risentito con il presente, valutato
solo come progressiva decadenza rispetto "ai miei tempi".
Ma il cardinale aggiunge che a un uomo può capitare di peggio, cioè
di guardare indietro alla propria esistenza e di vedere solo macerie
(talora anche le ricchezze e gli onori ricevuti non sono altro che
macerie perché costruiti con la frode e a prezzo dell' onestà personale).
Ne viene che non solo il futuro ma anche il passato risultano avvolti
da un disperato senso di vuoto. Può capitare, e se capita è forse
la più grande disgrazia per la vita di un uomo. Per questo «beati
coloro che riescono a leggere il proprio vissuto come un dono di
Dio», cioè come dotato di senso, di logicità, di sincerità, di rettitudine.
Pregare è pensare al senso della vita, scriveva Wittgenstein; pregare
è pensare con riconoscenza e con gioia alla storia della propria
vita, aggiunge il cardinal Martini. Felice quindi chi ha lavorato
su di sé per essere in grado di coltivare questi sentimenti, essendo
diventato così libero dal proprio ego da poter dire grazie alla
vita anche al cospetto della fine cui il proprio ego inevitabilmente
va incontro. Per quanto concerne la modalità concreta della preghiera,
Martini ne distingue due forme fondamentali, quella vocale fatta
di recitazione di formule e di partecipazione alla liturgia comunitaria,
e quella mentale, più personale, intima, colloquiale. Egli dice
che generalmente col progredire dell' età «diminuisce la preghiera
mentale per la minore capacità di concentrazione» e quindi aumenta
la preghiera vocale, con la conseguenza che si ritorna a pregare
quasi come si faceva da bambini, quando si ripetevano formule misteriose
sentite dai grandi. Si tratta di una considerazione molto cattolica
da cui emerge il valore della comunità. Nella trincea di fronte
all' essere e al nulla non si è da soli, ma si può contare sulla
relazione con altri, su ciò che la dottrina chiama "comunione
dei santi", e che a me, e penso anche al cardinal Martini,
piace allargare abbracciando santi per nulla canonici, tra cui il
caporale Wittgenstein e tutti i giusti che prima di noi hanno lasciato
questo mondo.
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