| Tornare a se stessi |
E' necessario coniugare due condizioni in modo inscindibile, quella di libertà e quella di responsabilità
Una delle poche
cose per le quali valga la pena vivere è la costruzione di se stessi come un
vero essere umano. Nascere uomini è qualcosa che a tutti noi tocca come condizione
gratuita. Usciamo da un ventre materno senza aver fatto nulla. Il nostro concepimento
non è un atto di volontà. Ma il concepimento e il parto ci consegnano alla vita
come evento biologico, biomeccanico. Fare di noi qualcos'altro, diventare quell'essere
umano che è stato fondato dal processo di liberazione, è il capolavoro a cui
l'uomo dovrebbe dedicare tutta la propria vita. Produrre, consumare, generare
scorie fanno parte di una sorta di sopravvivenza bioeconomica. La vita è dare
a questa sopravvivenza bioeconomica un senso. E questo non può arrivarci per
generosa concessione altrui. Costruire questo senso è entrare in guerra, una
guerra che non si conduce con le armi ma con il pensiero, con le emozioni, con
i sentimenti, con il processo di conoscenza.
In questa prospettiva diventa urgente percorrere lo stesso cammino di Abrahamo,
per scoprire una possibilità diversa rispetto all'ineluttabilità di ciò che
è offerto in natura, la legge del più forte: o, se vogliamo trasporla oggi -
in una natura alterata, corrotta e pervertita - la legge del più furbo, la legge
del più privilegiato.
La libertà non è data in natura. La libertà è l'idea della libertà nascono da
un atto etico. Nessuna legge naturale poteva suggerire la libertà dell'uomo.
Solo un'altra Legge poteva farlo e la Torah ci offre questo inestimabile dono,
postula la libertà per l'uomo: l'uomo è libero di scegliere tra il Bene e il
Male. Dio può ammonire Adamo ed Eva, ma non può impedire loro di scegliere.
Il peccato originale, la scelta che Adamo ed Eva compiono nel Paradiso, fonte
apparente di tutti i mali, sarebbe stato il sesso: questa mediocre panzana ci
è sta gabellata da chierici sessuofobi. Il mio maestro, in una delle sue lezioni
indimenticabili, ha proposto una lettura davvero folgorante della colpa originaria:
il peccato imperdonabile fu pensare di potere acquisire la conoscenza mangiando
un frutto. Quella criminosa stupidaggine spezzò la condizione edenica. La conoscenza
non può essere inghiottita, non può essere comprata, la conoscenza deve essere
conquistata attraverso il travaglio dell'interiorità che conduce all'ecce homo.
La conoscenza è un mettersi all'ascolto, è un'operazione di sintonia che permette
di udire quella voce, che ti chiama verso la libertà e verso la conquista della
dignità di essere umano. L'etere spirituale è intasato di miriadi di messaggi
che tendono a sottrarre l'uomo a se stessi, Tendono a renderlo disponibile come
risorsa da utilizzare spogliandolo di ciò che è fondante per consegnarlo a un
marasma di coazioni meccaniche. Risorsa del mercato, risorsa della demagogia,
risorsa degli interessi altrui. Andare a se stessi è il presupposto per costruire
la propria libertà e la propria identità. Ma come è detto sapientemente nel
nostro Sud, nessuno nasce imparato. Mettersi all'ascolto di se stessi significa
allora stabilire un ponte, una sintonia tra la propria interiorità e la anteriorità
che ha generato il cammino dell'essere umano. Un antico proverbio indiano recita:
se non sai dove stai andando, volgiti per vedere da dove vieni. Solo un cammino
di riconoscimento e costruzione della propria identità permette un autentico
processo di liberazione.
Costruire un senso implica mettersi in viaggio sulla via originaria, la via
che ha aperto la possibilità stessa di quel senso, implica ritrovare le fonti
a cu abbeverare la propria consapevolezza. Non si tratta di un meccanismo di
ripetizione acritica, ma di prendere cognizione del nostro procedere, non solo
per mezzo della mente, ma anche, vale ripeterlo, delle emozioni, dei sentimenti
e degli affetti, altrettanto responsabili di un compiuto processo di conoscenza.
Non è possibile affidarsi alla deriva di significati esterni, garantiti a priori,
irrigiditi, scleretorizzati, portato di uno sfibramento morale che riduce i
grandi principi a una scorza vuota. Quei principi sono fertili solo se ogni
volta ciascun individuo, grazie all'ascolto di se stesso, li fa propri, si rifiuta
di delegarli, li rende necessari al proprio esistere, rischia con loro, li rende
vivi e pulsanti attraverso la propria circolazione sanguigna, rimettendo in
gioco le scelte quotidiane, piccole e grandi.
I principi più alti e le istituzioni che li garantiscono (libertà, democrazia,
giustizia) devono diventare imprescindibili e urgenti per i destinatari di quelle
istituzioni, altrimenti abbandonati al proprio meccanismo essi diventano immediatamente
disponibili per un uso strumentale di potere particolare e privato.
Per tornare a se stessi è necessario coniugare due condizioni in modo inscindibile,
compenetrarle: quella di libertà e quella di responsabilità. Nessun uomo può
dichiararsi libero se non è responsabile dei propri gesti, dei propri pensieri,
delle proprie parole. E nessun essere umano può essere responsabile se non è
libero, nella pienezza della propria capacità, di scegliere e di orientarsi.
Laddove l'individuo non orienta la propria vita e le proprie scelte con una
consapevolezza interiore, non sceglie più per la libertà ma subisce l'arbitrio
altrui.
Libertà non è fare ciò che si può, né fare ciò che può essere fatto - o detto,
o pensato - impunemente, libertà è fare ciò che è giusto. Fare ciò che è giusto
diventando il giudice di se stessi. Il giudice, non l'avvocato difensore. Il
pericolo più insidioso dei nostri tempi è proprio la perdita dello spazio interiore
per giudicarsi, la perdita della capacità di ascolto interiore. Una enorme quantità
di detriti interposti tra noi e noi stessi, una impressionante quantità di mediazioni
e di pericoli fino a oggi prevedibili, minano la nostra interiorità e la rendono
disponibile all'esproprio. Sfruttatori di ogni sorta, non paghi di essersi appropriati
delle nostre capacità di produzione e di consumo, vorrebbero anche prendersi
la nostra capacità di produrre emozioni, sentimenti, sogni. Soprattutto, vorrebbero
prendersi il tempo della nostra interiorità.
Il tempo dell'essere umano è scandito dalla relazione tra tempo interiore e
tempo della libertà. Quattromila anni or sono ha avuto inizio una titanica battaglia
perché il cammino dell'uomo si collocasse in questa prospettiva, contro l'ipertrofia
e l'iterazione angosciosa della produzione e del consumo, contro lo spazio del
potere e della servitù. Entrare in questa relazione luminosa tra tempo interiore
e tempo della libertà è il movimento dell'andare a se stessi. Per riconoscere
in se stessi l'intero genere umano. Noi ascendiamo tutti a un'unica matrice,
siamo dunque uguali, abbiamo pari dignità, eppure siamo diversi, ciascuno di
noi è unico. Questo perché - dicono i maestri del Talmud - l'universo è stato
creato in modo specifico per ognuno di noi, quindi il singolo essere umano porta
la responsabilità dell'intero universo.
(tratto da Moni Ovadia, "Vai a te stesso", Einaudi tascabili, 2002)
Moni Ovadia
Moni Ovadia è nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica. Nel 1993 si è imposto al grande pubblico con Oylem Goylem, sorta di teatro musicale in forma di cabaret. Ha pubblicato tra l'altro Speriamo che tenga (Mondatori, Milano 1998). Nel 1998 ha pubblicato con Einuaidi L'ebreo che ride e nel 2000 Ballata di fine Millennio.