| Spegnere un incendio con la benzina |
Non si può rispondere alla guerra col terrorismo o al terrorismo con la guerra
Viviamo in una situazione in cui la storia corre a velocità superiore alla nostra capacità di leggerne i dati e dare delle risposte.
La guerra da oltre
dieci anni è tornata al centro della scena politica mondiale, ma nel senso comune
dell'occidente è diventata un'altra cosa, perché non ci coinvolge direttamente.
La guerra del Golfo del '91 è stata vissuta come una "giusta spedizione punitiva"
verso Saddam che aveva invaso il Kuwait. Sul Kossovo si è inventato l'"intervento
umanitario"; mentre la guerra all'Afghanistan è stata avallata "perché l'attentato
alle due Torri investiva nei ricordi l'universo mentale ed emozionale anche
nostro oltre che quello americano. Avevano attaccato anche noi!" (Rossana Rossanda).
Gli Stati Uniti, con la teoria del terrorismo islamico, si sono dati la premessa
di un intervento illimitato ("guerra preventiva") nel pianeta; dovunque ritengano
minacciati gli interessi loro, checché il mondo ne pensi. E' per le Nazioni
Unite un colpo decisivo. In realtà, cercar di rispondere alla guerra col terrorismo
o al terrorismo con la guerra, è come voler spegnere un incendio con la benzina,
una cosa irrazionale e criminale. Si pensi a quanto è accaduto al teatro di
Mosca, una ferita dell'umanità più che della civiltà (quell'odore di gas non
ce lo scrolleremo più di dosso): "Prima dell'invenzione della guerra indefinita
e infinita contro il terrorismo, l'idea di risolvere la faccenda con il gas
non avrebbe avuto l'alibi che contro il terrorismo ogni mezzo è lecito, e all'orrore
straziato non si aggiungerebbe poi in noi l'atroce percezione che anche sul
versante dei governi tutto si avvicina e diventa un precedente imitabile, e
quello che oggi è accaduto a Mosca domani può accadere in un altro punto del
pianeta, e non c'è argine di memoria o di diritto che possa fermare la follia
di un potere che si scopre vulnerabile e impotente (Ida Dominijanni). In Italia,
il ritorno della guerra, ha voluto dire fare a pezzi l'articolo 11 della Costituzione,
senza nessuna sorpresa e scandalo: e nemmeno una discussione in parlamento o
un qualche chiarimento dal Presidente della Repubblica. In verità non sono stati
cancellati i vincoli formali che vennero posti al ricorso alle armi, ma sono
stati scavalcati di fatto. Il fatto è che quando si legittima una infrazione
alle leggi sulle quali si basa una convivenza e si regolano i suoi conflitti
(appunto una Costituzione), ci si avvia all'inselvaggimento delle relazioni.
Nessuno certamente potrà frenare la deriva istituzionale in atto se non cambierà
prima di tutto, grazie a una battaglia culturale lunga e difficile, il senso
comune, oggi deformato, intorno alle idee di pace, di convivenza dei popoli,
di democrazia, di rappresentanza politica, di legalità e di sfera pubblica.
Elementi che oggi fanno sperare certamente ci sono. Pensiamo, a livello internazionale,
alla vittoria in Brasile di Lula (per quanto riveduto e corretto): un presidente
operaio che ha conosciuto la miseria, l'officina, la prigione delle dittature
e la sconfitta politica in tre elezioni consecutive prima di sommergere di voti
l'uomo dei mercati José Serra. E' qualcosa di straordinario (comunque vada a
finire) per il Brasile: il più grande paese dell'America Latina, la nona economia
del mondo. Ma può essere straordinario anche per il mondo intero. "Difficile
non cedere alla retorica, ma non si può non ricordare il Cile di Allende del
'70 e l'entrata dei sandinisti a Managua del '79, confidando - e augurandosi
- esiti più felici" (Maurizio Matteuzzi). E poi, "il movimento dei movimenti"
che, dopo le giornate di Firenze, può aprire un tempo nuovo della politica.
E' un movimento di costruzione e che almeno in Italia si incrocia e si contamina
con altri movimenti, quello più strettamente legato al mondo del lavoro che
difende i suoi e gli altrui diritti: dalle mobilitazioni sindacali di questa
primavera e pienamente riconfermate nello sciopero del 18 ottobre, alle lotte
operaie alla Fiat, dove il fallimento è tutto e solo della dirigenza. Fallimento
che si vuole scaricare sulla condizione degli operai. E quello più di opinione,
attento alle questioni di democrazia sostanziale, all'informazione, alla giustizia.
Tre movimenti con spinte diverse. Ma una battaglia comune che può avere oggi
la pace al primo posto come ieri lo statuto dei lavoratori e domani le libertà
che si riducono.
Giulio Vittorangeli
Giulio Vittorangeli, nato a Tuscania il 1953, impegnato nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di solidarietà internazionale. Responsabile dell'Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo, cura il notiziario "Quelli che solidarietà…"