In memoria di Ivan Illich

"La mia è la ricerca di una politica dell'autolimitazione, perché i desideri possano fiorire e i bisogni declinare"

Lunedì 2 dicembre a Brema è morto Ivan Illich. E' morto nel sonno per quel male incurabile che da anni deformava il suo viso.
Nato a Vienna nel 1926 da famiglia dalmata con ascendenze ebraiche, Ivan Illich diventa prete dopo la guerra. Va a New York presso la comunità portoricana, dove, negli anni Sessanta, matura la convinzione che le strategie di sviluppo scardinino le culture locali dell'America Latina e degli altri paesi definiti sottosviluppati. Lascia allora New York e si stabilisce, nel 1961, a Cuernavaca, in Messico, dove fonda il Centro documentazione interculturale (Cidoc) per raccogliere una documentazione su due temi: la cultura popolare e l'ideologia e l'azione delle grandi agenzie internazionali che lavorano su educazione, salute e sviluppo economico. Negli anni Settanta vengono pubblicati i suoi libri più famosi, Descolarizzare la società (Mondadori) e Nemesi medica: l'espropriazione della salute (sempre Mondadori). Negli anni Ottanta e Novanta il pensiero di Illich nutre anche i movimenti ambientalisti e di ecologia sociale. E' in sintonia con gli intellettuali controcorrente nei diversi momenti, da Erich Fromm a Paulo Freire, a Wolfgang Sachs. Ormai è un prete scomodo per la chiesa postconciliare e alla fine non sarà più ufficialmente sacerdote. Vivrà in Messico e in Germania, dove insegna all'università di Brema, e continua a seguire i fili della sua ricerca storico-culturale. Negli ultimi venti anni ha lavorato con molti intellettuali ambientalisti critici dello sviluppo. Nel 1988, presso l'università della Pennsylvania, nell'ambito dello Science Technology and Society Program, Illich dà vita a seminari interdisciplinari a tema con Wolfgang Sachs, Jeanne Robert e Barbara Duden, su ecologia, vita, percezione dello spazio, del tempo e del corpo umano nel XIX secolo, la facoltà del cuore nella religiosità medioevale.
Ivan Illich è stato il grande paladino della cultura dei popoli, dei loro saperi, dell'arte di vivere praticata anche nelle condizioni più povere ma non per questo miserabili. E un grande disvelatore dei concetti-impalcatura che sostengono la civiltà occidentale industriale. Per questo Ivan Illich è stato uno degli intellettuali veri del ventesimo secolo, un precursore di quanti - individui, piccoli gruppi, movimenti - resistono a strategie mondiali nemiche della diversità e sperimentano alternative con radici locali e coscienza planetaria.

Sintesi dell'articolo di Giuseppina Ciuffreda apparso su "Il manifesto" del 3 dicembre.

Torna al sommario

Torna all'archivio della rivista

Stampa questo articolo