| Quel che muore, quel che nasce |
"Quel che muore, quel che nasce" del nostro Arturo Paoli è più
che un libro. Lo potremmo considerare un manifesto, un proclama. Anche un grido.
Ti coinvolge, ti interroga, devi rispondere. Non si tratta di recensirlo, ma
di accettare o meno quel cambiamento che richiede, quella morte, quella nascita.
Una svolta radicale,
a un livello che si potrebbe dire, insieme, culturale e religioso: due
aggettivi che si tengono strettamente per mano. Le conseguenze sociali e politiche
sono dietro l'angolo. Il discorso è reso più difficile dal fatto che a morire
è un cristianesimo che ci è vicino, attaccato alla pelle, comodo, ben noto,
abituale. A nascere - sperare di nascere - è un cristianesimo a cui non siamo
affatto abituati, anche se le pagine di Arturo dimostrano che è antico, autentico,
non viziato dalla cultura e dalla metafisica greca prima, da quella borghese
poi. "Chiarendo l'aggettivo 'borghese', affermo che non voglio alludere a una
classe sociale, ma alla mentalità del profit che, nata nella pratica della vita
reale, viene trasportata nella visione religiosa e sublimata nella teologia"
(pag. 135).
Proprio qui, infatti, è il nodo, la svolta. Il passaggio, il salto, si potrebbe
sintetizzare, semplificando, così: da un cristianesimo accentrato sull'io ad
un cristianesimo accentrato sull'altro; da un centro metafisico ad uno etico;
dall'essere al fare. E ancora: dalla mentalità greca a quella ebraica. Uno sbalzo
enorme. In poche parole lapidarie: "L'etica è la filosofia prima" (pag. 45).
Anche perché nel corso dei suoi secoli di storia la chiesa - le chiese - è passata
dal mondo dei poveri a quello dei ricchi, è diventata più o meno funzionale
ai poteri di questo mondo. Il balzo, la svolta, perciò, non è accademica: chiede
fatti, entra nella storia.
E la storia del nostro occidente non è innocente, come le vicende dell'11 settembre
hanno confermato. E' la storia dei potenti, dei ricchi, non contraddetta, anzi
confermata, purtroppo, dal cristianesimo. La critica di Arturo è amara. "Nella
cultura greca, diventata quella occidentale cristiana, il conoscere è
stato radicalmente separato dal fare… Chi ha manifestato con estrema
chiarezza, non trascurando nessun dettaglio, un programma di difesa dei poveri,
non lo riconosce come suo quando il programma diventa un fatto concreto" (pag.
63).
Fra gli ostacoli da superare, quindi, anche la trascendenza. "Ora capisco
perfettamente che quando la trascendenza è collocata fuori dalla vita, del tempo,
di tutte le dimensioni della realtà, questo ci fissa a un Essere fuori e non
ci permette di crescere nel tempo e di crescere con gli altri" (pag. 124). Il
rovesciamento della prospettiva è veramente a 360 gradi. Con questa bellissima
conclusione: "Credo che il grande paradosso cristiano sia quello di scoprire
il senso, la gioia, il valore della piccolezza, del nulla" (pag. 241).
La svolta epocale dall'essere al fare non è soltanto a firma di Arturo, che,
anzi, si preoccupa di sottolineare importanti convergenze, da Etty Hillesum
a Simone Weil a Bonhoeffer. Ma il riferimento è soprattutto a
Lévinas, al punto che spesso il pensiero di Arturo non si distingue da quello
del grande filosofo ebraico-lituano-francese. E' da lui che parte una nuova
cultura; un po', se vogliamo un paragone, come accadde per Tommaso d'Aquino
al tempo della Scolastica. Forse è la modestia che spinge Arturo a coprire il
suo pensiero con quello di Lévinas, ma è certo che i due si confondono nella
riscoperta di un pensiero ebraico-cristiano lontano da quello della metafisica
greca che ci ha dominato per secoli. Oggi, finalmente, è il tempo della scelta
per l'altro, e non c'è un cammino più diretto per prepararsi a questa scelta
che diventare "ostaggio del volto dell'altro" (pag. 142), proprio come illustrato
da Lévinas.
La conclusione: "Ogni uomo è adulto quando scopre che l'unico senso della sua
vita è quello di essere responsabile degli altri e del mondo e che nell'esercizio
di questa responsabilità non può constare su Dio" (pag. 142).
Riusciremo ad assumerci questa responsabilità, a rovesciare "l'inerzia, la
pietra del sepolcro" (pag. 163)? Non sarà facile. Le resistenze sono forti,
da parte sia del mondo capitalista sia dei suoi alleati all'interno del cristianesimo.
A oggi le circostanze sono cambiate. Fino a ieri la paura del comunismo ateo
bloccava le istanze che avrebbero voluta la svolta. La vicenda della teologia
della liberazione è stata, in questo senso, esemplare. Oggi tale paura è scomparsa;
oggi il mondo cristiano può tranquillamente riprendere il suo posto nel conflitto
contro il mercato e il capitale, a favore dei piccoli, dei poveri, dei perdenti,
di tutti coloro dei quali è il "regno".
Una rivoluzione della speranza. Grazie, Arturo.
Filippo Gentiloni
Filippo Gentiloni (1924) vive e lavora a Roma dove ha insegnato filosofia e storia. Collabora a "Il Manifesto" e a "Confronti". Tra le sue opere ricordiamo: "Il volto e l'immagine" (1989), "La violenza della religione" (1991), "La verità prepotente", Ed. Manifestolibri (1995), "La vita breve", Parma, Pratiche Editrice (1996), "Karol Wojtyla, ritratto non stereotipato di un Papa di fine millennio", Baldini & Castoldi (1996), "Virtù povere e povere virtù", Torino, Ed. Claudiana (1997), "Bilancio di un secolo",Assisi, Citadella (1999).