Il diritto alla pace

La storia insegna che la spirale di violenza è inesauribile e genera altre violenze finché restano le ingiustizie di fondo

Può sembrare politicamente -e per molti anche religiosamente o moralmente- scorretto porre la questione del diritto alla pace mentre a livello istituzionale è quasi unanime il consenso sul dovere della guerra, come risposta alla strage delle Twin Towers. Ma intanto la guerra continua da oltre tre mesi, utilizza ordigni bellici sempre più micidiali come le bombe "tagliamargherita" e quelle termiche, uccide -confermando un trend riscontrabile dalla seconda guerra mondiale- più civili che militari, autorizza risposte belliche anche altrove (come in Palestina da parte di Israele) e rischia di estendersi ad altri fronti, dalla Somalia all'Iraq. L'auspicio comune della brevità della guerra ("che il tempo delle armi sia breve": così, per esempio, il card. Ruini, come del resto tutte le forze politiche favorevoli all'intervento) s'è rivelato per quello che era, una rimozione del problema, pietosa e fors'anche infastidita verso chi continuava nonostante tutto a predicare nel deserto le vie della pace: Ma quale guerra? E poi perché illegittima, se l'hanno benedetta le Nazioni Unite? E quale sarebbe l'alternativa?

A distanza di qualche mese le risposte date allora possono essere più chiare ed avere maggiori possibilità di accoglienza. Vediamo.
Le forze tradizionalmente contrarie alla violenza come mezzo di risoluzione delle controversie e, tuttavia, favorevoli all'intervento in Afghanistan -dalle chiese ai partiti di sinistra- avevano tentato con un'evidente "truffa delle etichette" di definirlo diversamente: "intervento militare" (Rutelli, D'Alema ed altri nella lettera ai pacifisti di Assisi), "iniziativa volta al ripristino della legalità internazionale" (mozione comune Polo-Ulivo approvata in Parlamento), operazione di polizia internazionale, ecc. Ma se così fosse stato le operazioni avrebbero dovuto essere condotte direttamente dal Consiglio di sicurezza ONU e dal Comando dipendente: a loro, infatti, compete secondo l'art. 42 della Carta delle Nazioni Unite l'adozione delle misure implicanti l'uso della forza. Che si tratti di una guerra, invece, è ormai riconosciuto da tutti senza giri di frase. E di una guerra condotta non dalla NATO ma dagli Stati Uniti. Ciò significa che la partecipazione italiana non era un atto dovuto in seno all'Alleanza ma un atto volontario che bisognava adottare secondo le procedure previste dalla Costituzione (artt. 78 e 87) per deliberare e dichiarare lo stato di guerra. Così non è stato (la stessa mozione parlamentare prima ricordata si limita genericamente all'approvazione delle comunicazioni del governo sull'azione bellica già intrapresa) e la Costituzione è stata perciò violata.

Ma non solo per le procedure è stata ferita la Costituzione, bensì anche per il precetto posto dall'art. 11, secondo cui l'Italia ripudia la guerra. Vero è che si tenta di accreditare l'idea che nel caso si tratta di guerra al terrorismo e di legittima difesa. Ma la guerra conosciuta dal diritto internazionale è una guerra tra stati o, comunque, tra soggetti ben definiti: qui per la prima si volta si tratterebbe di una guerra asimmetrica, tra uno Stato ed un nemico indefinito, mobile, cangiante, necessariamente transnazionale e, tranne alcuni capi come Bin Laden (sicuramente non il solo), sostanzialmente sconosciuto. Invece di una guerra stateless, piena di incognite e capace finora solo di sostituire i talebani con un altro regime (si spera) più amico dell'Occidente (sia pure strumentalmente, come l'Arabia Saudita), l'azione di contrasto al terrorismo esigerebbe indagini di polizia, interventi della Corte di giustizia internazionale (piuttosto che l'istituzione di tribunali speciali, come avvenuto negli Stati Uniti), provvedimenti tesi a smantellare la rete di finanziamento dei terroristi (come, del resto, con la risoluzione 1333/2000 il Consiglio di sicurezza raccomandava proprio nei confronti di Bin Laden, rimanendo evidentemente inascoltato), nuove politiche (in particolare nel Medio Oriente) volte a rimediare alle ingiustizie di cui si serve il terrorismo per suscitare consenso. Come ha detto Barbara Lee nel motivare il suo no alla guerra -l'unico voto contrario registrato nel congresso americano: ricordiamo il nome di questa donna coraggiosa, fatta oggetto di un'ondata di critiche maccartiste nel suo paese- "un'azione militare non impedirà altri atti di terrorismo internazionale": e il kamikaze sull'aereo Parigi-Miami, solo casualmente scoperto, lo dimostra. Guerra al terrorismo è in realtà un concetto falso perché altrimenti - ha ragione Alex Zanotelli - "dovremmo combattere tutti i terrorismi, tutte le ingiustizie, tutte le stragi".

Quanto alla legittima difesa è il caso di ricordare che, secondo l'art. 51 della Carta ONU, essa è legittima "fintanto che il Consiglio non abbia attuato le misure necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale". In sostanza l'esercizio della legittima difesa è rigorosamente limitato nel tempo perché la Carta, sul presupposto di evitare alle future generazioni "il flagello della guerra", impone agli stati di rinunciare all'uso della forza, attribuendolo ad un soggetto terzo rispetto alla vittima e all'aggressore: il Consiglio di sicurezza (come sul piano interno la polizia) nell'intento di impedire l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Si dirà che in concreto il Consiglio non ha attuato queste misure. Ma questo non rende legittimo un uso infinito della forza, senza determinazione di tempo, che è in contrasto con la natura limitata nel tempo della legittima difesa: questa, quando si prolunga in ripetuti e sempre più gravi bombardamenti, come quelli sotto gli occhi di tutti, si trasforma in rappresaglia. E' vero che le due risoluzioni 1368 e 1373/2001 del Consiglio di sicurezza riconoscono in premessa il diritto alla legittima difesa collettiva, ma né l'una né l'altra qualificano come tale l'eventuale azione degli Stati Uniti. Piuttosto è vero che, pur dichiarandosi pronto ad adottare le misure necessarie a contrastare l'attacco terroristico, il Consiglio di sicurezza non è intervenuto, così sottraendosi alle sue responsabilità e lasciando perpetuare la concezione della guerra di rappresaglia come unica ed efficace risposta alla violenza assassina. Si tratta di una abdicazione sostanziale del Consiglio di sicurezza, che segna una ulteriore debacle del diritto internazionale.

Ma l'alternativa qual è (o era)? S'è detto che il "pacifismo integrale" non è idoneo ad assicurare una pace "vera e stabile". Che questa pace riesca ad assicurarla la guerra è tutto da dimostrare e la storia insegna che la spirale della violenza è inesauribile e genera altra violenza finchè restano le ingiustizie di fondo: non è vero, insomma, che si vis pacem para bellum. Comunque, va precisato che il pacifismo della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni unite non è "integrale" ma, per usare le classiche categorie di Bobbio, "istituzionale": non è cioè il pacifismo etico, che in ogni caso ricusa di usare violenza, ma è un pacifismo che ammette l'uso della forza purchè da parte di un soggetto terzo rispetto a quelli in conflitto e a certe condizioni: quando ogni altra misura si riveli inadatta (art. 41 della Carta). L'alternativa alla guerra è quindi proprio il rafforzamento delle sanzioni non violente e dell'azione preventiva e repressiva di polizia: azione di intelligence, interruzione dei flussi finanziari, controllo internazionale sulla produzione ed il commercio di armi. In prospettiva occorre metter mano a nuove regole in materia di cooperazione per lo sviluppo, alla democratizzazione degli organi delle Nazioni unite e, in particolare, alla limitazione della discrezionalità ora assoluta del Consiglio di sicurezza, in cui le potenze vincitrici dell'ultima guerra mondiale continuano a godere di un anacronistico diritto di veto: per esempio, attraverso un rafforzamento della Corte internazionale di giustizia con la possibilità di farvi ricorso anche da parte di persone o di organizzazioni non governative e con la previsione di responsabilità personale dei governanti.

Questi sono gli strumenti per garantire il diritto alla pace, la propaganda sull'ineluttabilità della guerra li fa dimenticare ma non li cancella, anche se provoca assuefazione alla violenza su scala planetaria. In particolare, i credenti rischiano di vivere in maniera dissociata la loro fede: annunciano la pace, si scambiano gesti di pace in chiesa e giustificano la guerra fuori della chiesa, incapaci di vedere nel diritto alla pace sancito nella costituzione e nella carta delle nazioni unite una prima attuazione, sia pure con i limiti degli strumenti pratici del diritto, della pace di Cristo. Queste contraddittorie posizioni scontano probabilmente l'incompletezza del discorso conciliare sulla pace, volutamente mantenuto sulle generali allo scopo - scrisse Dossetti (ora in Il Vaticano II, Bologna, 1996, 99)- di "non rompere con nessuno… per cui non ha saputo dare la buona notizia che doveva annunciare". Sta di fatto che anche le accorate denunce del papa sono spesso oggetto di indirette puntualizzazioni e limitazioni da parte di altri prelati di curia. Le indecorose critiche dell'ex presidente Cossiga alle parole del vescovo Nogaro non suscitano, invece, alcuna reazione nella conferenza episcopale. Urge perciò un forte impegno dei cristiani per sottrarsi al pensiero unico sulla guerra e - per dirla con i vescovi brasiliani - alla "caricatura che si sta diffondendo della fede islamica e del mondo arabo e che circonda di sospetto persone, popoli e religioni". Si tratta piuttosto di riflettere sull'insufficienza e sull'incoerenza del nostro impegno per la ricostruzione della giustizia e della pace. "E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove" (Etty Hillesum, Diario 19 febbraio 1942).

Nicola Colaianni

Nicola Colaianni è magistrato della Corte di cassazione e docente di diritto ecclesiastico all'Università di Bari. Ha fatto parte come "esperto" della delegazione dell'Unione buddhista italiana nelle trattative con lo Stato. È stato deputato nella XI legislatura ed attualmente fa parte della direzione dei Comitati per la Costituzione fondati da Giuseppe Dossetti. Ha scritto tra l'altro "Tutela della personalità e diritti della coscienza".

Torna al sommario

Torna all'archivio della rivista

Stampa questo articolo