Camminare in direzione dell'alternativa

La formazione dell'autonomia intellettuale e morale delle persone è uno degli obiettivi centrali dell'educazione liberatrice e la condizione essenziale di qualunque processo di alternativa

 

L'educazione popolare liberatrice implica l'audacia di credere, nonostante le apparenze e il bombardamento ideologico, nella possibilità dell'alternativa sul lungo periodo, considerando questa utopia fin d'ora come una bussola e un'ipotesi storica feconda. Quello che invece l'educazione popolare deve scoprire e far scoprire sul breve e medio periodo è la possibilità di camminare in direzione dell'alternativa. Più che un presupposto, la costruzione di questa possibilità è il suo compito costitutivo.

Vogliamo ora chiarire appunto che cosa significa camminare in direzione dell'alternativa, per poi fondare la possibilità di tale processo. L'alternativa di civiltà, la definirei oggi, in contrapposizione al processo di globalizzazione e di omologazione neoliberale, fondato sul dominio del mercato e del blocco imperiale delle grandi potenze, come un processo di riconquista del diritto di autodeterminazione solidale da parte dei popoli oppressi. Attribuisco quindi un valore universale alla rivendicazione fondamentale dei popoli indigeni insorti del Messico, dell'Ecuador e di tutto il continente indoafrolatinoamericano; alla loro lotta per il diritto all'autonomia e alla diversità, e per un mondo nuovo nel quale, secondo la formula zapatista, vi sia posto per molti mondi.

Parlo di autoderminazione "solidale" per contrapporre questa rivendicazione all'interpretazione imperialista del diritto di autodeterminazione, in nome del quale le grandi potenze occidentali hanno preteso di legittimare in passato le proprie imprese di conquista e colonizzazione del mondo, e pretendono oggi di legittimare la nuova guerra di conquista rappresentata dal processo di globalizzazione neoliberale. Nella loro prospettiva, il diritto di autodeterminazione non è universale, ma appartiene esclusivamente ai popoli "avanzati", "civilizzati", "superiori", implica quindi il diritto di conquista. In altre parole, il diritto di autodeterminazione è un travestimento del diritto del più forte, che si sta imponendo oggi come legge del mercato e della storia.
Invece, quando i popoli indigeni rivendicano il loro diritto di autodeterminazione "solidale", intendono riconoscere nello stesso tempo il diritto di tutti i popoli del mondo; e affermare la loro volontà di esercitare l'autodeterminazione politica ed economica per costruire comunità e popoli solidali in un mondo solidale.

Camminare in questa direzione significa per le comunità e per i popoli riaffermare il loro diritto di autodeterminazione solidale a livello locale; costruire reti sempre più estese di progetti e poteri locali alternativi; mantenere costantemente presente l'impegno di articolare le lotte locali con le lotte nazionali, continentali e mondiali.

Ma è realmente possibile questa svolta storica? L'ideologia dominante neoliberale lo nega categoricamente, sulla base della sua antropologia individualista, materialista ed elitista. Individualista, perché ritiene che l'azione umana può essere orientata unicamente da motivazioni egoistiche e competitive; materialista, perché attribuisce efficacia soltanto alla forza di compensi materiali; elitaria, perché distingue due categorie di persone e di popoli, quelli destinati a pensare, a dirigere e a dominare e quelli destinati a eseguire e a dipendere.

Ora, un'alternativa è possibile solo se esistono o possono esistere persone capaci di immaginarla, proiettarla e realizzarla. L'affermazione di questa possibilità suppone un'antropologia liberatrice, alternativa a quella del neoliberalismo. Essa attribuisce alla persona e al popolo la capacità di superare l'egoismo e la competitività, optando per valori etici e in primo luogo per la libertà, l'amore e la solidarietà; la capacità dunque di diventare persone nuove e popoli nuovi e protagonisti della storia.
Non si tratta di una concezione ingenua della persona, naturalmente buona e corrotta dalla società; ma di una visione dialettica della psicologia umana, in cui si affrontano tendenze all'egoismo e alla generosità, alla volontà di potenza e alla solidarietà, al servilismo e alla libertà, alla menzogna e alla verità. Ma un'antropologia liberatrice scommette sulla possibilità che in questa lotta interiore alla persona la tendenza alla generosità, alla solidarietà, alla libertà possa prevalere. È appunto questa vittoria l'obiettivo dell'educazione popolare liberatrice.

L'antropologia liberatrice è inoltre universalista, nel senso che attribuisce a tutte le persone e i popoli e non solo a determinate categorie di essi il diritto e la capacità di autogovernarsi e di assumere nella storia un ruolo da protagonisti.
L'antropologia liberatrice è anche scopritrice: rappresenta cioè un processo di scoperta degli oppressi e dei popoli oppressi, dei loro diritti conculcati e delle loro risorse intellettuali, morali e politiche sconosciute. Essa fonda la fiducia etica nella persona e nel popolo oppressi: non nei loro orientamenti spontanei , ma nel potenziale di dedizione e di coraggio che si nasconde nella loro 'anima e che l'educazione liberatrice ha il compito di risvegliare. Rappresenta così la vera scoperta - o meglio autoscoperta - dell'America e del mondo. Il fondamento di qualunque progetto e processo alternativo è appunto la fiducia negli oppressi come soggetti, e soprattutto la fiducia degli oppressi in se stessi, nella loro capacità di ribellarsi e mobilitarsi, di votarsi a una grande causa ispirata ai valori della libertà e della solidarietà.

Questa fiducia non si nutre soltanto di argomenti filosofici e teologici, ma anche e forse soprattutto degli innumerevoli esempi di dedizione e di eroismo che riempiono la lunga storia delle lotte popolari di liberazione. Quindi per l'educazione popolare liberatrice la possibilità dell'alternativa non è un presupposto teorico, ma un compito costitutivo. Formare i soggetti dell'alternativa, uomini e donne nuovi, significa trasmettere e consolidare costantemente in loro, contro venti e maree, la convinzione che l'alternativa è possibile e che sta nascendo.

Riconoscendo e promuovendo il popolo oppresso come soggetto, essa deve denunciare l'autoritarismo e l'avanguardismo che hanno caratterizzato la strategia delle organizzazioni rivoluzionarie. Il suo sforzo orientato a formare i nuovi soggetti dell'alternativa, implica la contestazione dell'oggettivismo economicista che aveva identificato nella classe operaia l'unico paradigma del soggetto alternativo.

L'importanza decisiva che essa attribuisce alle motivazioni etico-politiche, alla forza del diritto, della verità e alla forza della solidarietà, provoca una presa di coscienza dei limiti e delle contraddizioni del militarismo e della stessa violenza rivoluzionaria.
Questa autocritica impone il rifiuto del marxismo dogmatico, economicista e autoritario, e dei progetti educativi che ha ispirato; ma riafferma l' attualità del marxismo umanista, libertario, euristico, e di un progetto di educazione popolare coerente con esso.

L'asse della nuova concezione della politica è il riconoscimento e la promozione del popolo oppresso come soggetto; è, in altre parole, la gestazione di uomini e donne nuovi, di comunità nuove e di popoli nuovi. L'educazione popolare liberatrice assume, in questa prospettiva, un ruolo centrale. Questa scelta strategica impone la riscoperta della pazienza rivoluzionaria, cioè la capacità di privilegiare gli obiettivi di medio e lungo periodo e di rispettare l'autonomia e i tempi dei processi educativi rispetto ai processi elettorali.

Assumere la promozione dello sviluppo locale sostenibile e del potere locale alternativo come punto di partenza della ricostruzione dal basso, dalle esperienze comunitarie, dell'economia e della politica; come punto di partenza della ricostruzione della democrazia rappresentativa a partire dalla democrazia diretta. Privilegiando, tra gli obiettivi dell'azione educativa, la promozione a livello locale di leader alternativi e di comunità capaci di orientarli e controllarli, la formazione di soggetti capaci di articolare l'impegno alternativo locale con la prospettiva di un' alternativa globale.

Considerare la formazione dell'autonomia intellettuale e morale delle persone come uno degli obiettivi centrali dell'educazione liberatrice e come la condizione essenziale di qualunque processo di alternativa. Ciò suppone che la presa di coscienza riveli la condizione di dipendenza intellettuale e morale in cui vive l'immensa maggioranza dell'umanità, che la colonizzazione culturale innescata dal processo di globalizzazione rende sempre più stretta.

Prendere sul serio questo aspetto fondamentale della dipendenza e della liberazione dovrebbe ispirare agli educatori popolari la creazione di una nuova disciplina, un nuovo settore della cultura liberatrice che io chiamerei filosofia popolare della liberazione, e che definirei"una ricerca personale del senso della vita e della storia, realizzata dal punto di vista degli oppressi e delle oppresse come soggetti"; cultura che oggi può trovare una ricchissima fonte d'ispirazione nella mobilitazione indigena continentale e mondiale.

La filosofia della liberazione così intesa si distingue dalla cosiddetta filosofia latinoamericana della liberazione, la cui preoccupazione è quella di superare la dipendenza culturale e filosofica del continente latinoamericano e di affermare la propria creatività. Invece, la filosofia popolare della liberazione ha come preoccupazione centrale la dipendenza intellettuale e morale della grande maggioranza delle persone, e si propone di tracciare un percorso di liberazione a questo livello. Tale ricerca ha dunque come soggetti gli stessi settori popolari; essa cioè non si definisce come disciplina specialistica, riservata a un'élite, ma può essere e dovrebbe essere parte di qualsiasi processo di maturazione personale e politica. Lo stretto legame che si stabilirebbe in tal modo tra educazione popolare e filosofia popolare contribuirebbe in modo decisivo a definire e rinnovare ognuno di questi settori culturali. Da un lato, la filosofia popolare della liberazione si definirebbe come parte integrante di un processo di autoformazione della persona e del popolo; dall'altro, l'educazione popolare impegnata in una ricerca filosofica popolare dovrebbe esplicitare la sua dimensione intellettuale, critica e investigativa.

Un compito dell'educazione popolare oggi particolarmente urgente è appunto la promozione del popolo oppresso come nuovo soggetto culturale. La sua importanza scaturisce dalla necessità crescente dell'umanità di scoprire nuovi percorsi dell'alternativa. Ora, lo sappiamo, l'assenza di proposte alternative da parte della sinistra è una delle sue grandi debolezze nello scontro con l'ideologia dominante neoliberale . E una delle cause principali di questo vuoto mi pare sia la mancanza persistente, da parte della sinistra, di fiducia nell'intelligenza e nella saggezza popolare: ciò le impedisce di valorizzare queste risorse promuovendo ricerche partecipative popolari sui grandi temi del momento.

Nel nuovo contesto geopolitico l'educazione popolare è chiamata a esplicitare il suo potenziale strategico nonviolento. Grave responsabilità, perché nell'efficacia di una strategia nonviolenta si gioca oggi, a mio giudizio, la possibilità di una società alternativa. L'educazione popolare liberatrice sarà pertanto un luogo privilegiato di formazione alla fiducia nella nonviolenza, che è un'altra espressione della fiducia nel popolo e nelle sue risorse proprie; è un'altra espressione della fiducia nella forza del diritto, della giustizia , della solidarietà, dell'amore. L'educazione popolare sarà inoltre un laboratorio strategico, orientato a cercare le strade vecchie e nuove della nonviolenza; le strade vecchie e nuove dell'efficacia storica dell'amore.

Giulio Girardi

Giulio Girardi (1923), filosofo e teologo della liberazione. Membro del tribunale permanente dei Popoli. Impegnato nella solidarietà con l'America Latina, collabora con la rivista "Latinoamerica".

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