| Paura dell'altro |
Quanto è lungo l'elenco delle nostre paure? Quanto è grande e forte il ruolo della paura fra le componenti della nostra vita? Quanto è profondo il livello delle nostre paure? Difficile dirlo. Le vogliamo dimenticare, anche se non possiamo. Le vogliamo nascondere sotto un manto più o meno autentico di spavalderia, di sicurezza. Una notte oscura, anche se abbiamo fretta di vedere sorgere la luce del mattino.
Non a caso, come ci dice ormai a chiare lettere la psicologia, è proprio la notte il luogo delle nostre paure. I sogni che cerchiamo e di ricordare ma anche di dimenticare al più presto. Sogni, incubi, ossessioni. Ma non si può e forse non è bene cancellarli. E' bene, invece, guardarli in faccia. E' bene metterle a fuoco le nostre mille paure. Chiamarle per nome.
Fin dalla nascita, ci dicono i competenti, il bambino ha paura. Perciò piange e si aggrappa alla madre. Poi, all'asilo, comincia la paura degli altri, quella sulla quale oggi vogliamo riflettere. Paura di non riuscire, di essere rimproverato: paura di quella serie B e C nella quale per tutta la vita rischiamo di finire, mentre l'altro - gli altri - trionfa in serie A. Paura, sì, della maestra e dei suoi rimproveri, ma paura soprattutto del primo della classe che mi guarda dall'alto in basso e determina, già da ora, quell'arrancare, quel rincorrere, che sarà la mia vita.
Paura dell'altro, dunque. Non soltanto. Abbiamo paura, forse soprattutto, di eventi che ci toccano da vicino: la malattia, la vecchiaia, la morte. Sono questi, forse, che turbano i nostri sogni e la nostra serenità, per non dire allegria. A tutti e a ciascuno il suo. Ma queste paure non è facile esorcizzarle. Forse è più facile esorcizzare la paura dell'altro. Toglierlo da quel castello lontano e inespugnabile nel quale la nostra paura lo ha arroccato; avvicinarlo, stringergli la mano, abbracciarlo. Amarlo, se questo non fosse, ormai, un verbo troppo inflazionato.
L'altro è, più che il fratello, il diverso e il rivale. Io moltiplico le parole di amore, forse sincere. In realtà, però, al di là o accanto agli abbracci, imbocco due vie alternative, o, meglio, un passaggio molto stretto fra Scilla e Cariddi. Da una parte, il tentativo di tenere l'altro lontano, perché non intralci il mio cammino. Dall'altra il tentativo di assumerlo, di farlo mio. Si direbbe, di impossessarmene.
Chissà quale delle due strade è migliore? Probabilmente tutte e due falliranno, se è vero che, in fondo, non fanno che esaltare quell'io che vuole rimanere sempre vittorioso, al di sopra di quell'altro di cui ha paura. L'io al centro, dunque. L'altro o sottomesso o allontanato. E' la storia di molti - troppi - rapporti umani. E' la storia anche di molte amicizie, di molti cosiddetti amori, spesso finiti male perché l'io non ha accettato che l'altro rimanesse altro: vicino, amato, ma ancora e sempre diverso. L'io, invece, vorrebbe avere a che fare con una sua immagine, con un suo clone. Si ripete la antica storia di Narciso che, come è noto, finisce male perché si era innamorato di se stesso, credendolo l'altro, un altro.
Nella società di oggi, nonostante i mass media, le distanze diminuite, la globalizzazione, permane la paura dell'altro. Forse si è accresciuta, proprio perché l'altro si è avvicinato alla porta di casa mia e perché i miei tentativi di assimilarlo e conquistarlo sembrano fallire.
La grande tradizione cristiana parla di carità e di umiltà. Due nomi - due virtù - che bisognerebbe coniugare sempre insieme. La carità senza umiltà rischia le mille e mille falsità di chi dall'alto tende la mano a chi sta sotto; l'umiltà senza carità rischia sottomissioni e sudditanze dettate dalla paura.
E' l'io che deve fare un passo indietro: fare all'altro il posto che gli spetta significa frenare le nostre paure. All'io la nostra cultura - non so se occidentale, borghese o altro - ha elevato un trono, un altare. Soltanto se non adoriamo più il nostro io riusciremo ad avere un vero rapporto con l'altro, nella sua ricca diversità, senza paura. Senza cercare né di allontanarlo né di distruggerlo.
Filippo Gentiloni
Filippo Gentiloni (1924) vive e lavora a Roma dove ha insegnato filosofia e storia. Collabora a "Il Manifesto" e a "Confronti". Tra le sue opere ricordiamo: "Il volto e l'immagine" (1989), "La violenza della religione" (1991), "La verità prepotente", Ed. Manifestolibri (1995), "La vita breve", Parma, Pratiche Editrice (1996), "Karol Woijtyla, ritratto non stereotipato di un Papa di fine millennio", Baldini & Castoldi (1996), "Virtù povere e povere virtù", Torino, Ed. Claudiana (1997), "Bilancio di un secolo",Assisi, Citadella (1999).