| Il petrolio e la guerra |
Anzi, forse, è la partita vera. E' il grande gioco dei prezzi, delle pipeline, della trasformazione, della raffinazione. E' un tesoro di cui non si conoscono nemmeno tutti i numeri, ma si sanno bene i meccanismi. A cosa punta Bin Laden e la rete dei fondamentalisti islamici? A che cosa punta punta George W. Bush nella lotta al terrorismo? Mettendo in fila le informazioni e le analisi si delinea una scenario che dalle rocce dell'Afganistan tocca l'Arabia Saudita, passa per il Mar Caspio e va ad est verso le Repubbliche ex-sovietiche, inquiete, autoritarie, arretrate, ma ricche di petrolio e di gas naturale. Eccola la partita: il cambiamento dello scenario geopolitico del petrolio, come arma di difesa da Bin Laden e dai suoi. Non è fantapolitica e la prima guerra del Terzo Millennio potrebbe essere anche solo l'ultima di tante per il controllo delle fonti energetiche e soprattutto delle terre sulle quali l'oro nero raggiungerà i consumatori.
Bin Laden lo ha detto chiaramente in uno dei suoi proclami: l'obiettivo è la diffusione del fondamentalismo, come strumento per distruggere l'Occidente e gli odiati americani. L'Arabia Saudita è il perno centrale di tutta l'operazione, per diversi motivi: religiosi ed economici. Solo il controllo dell'Arabia Saudita può, infatti, mettere in crisi l'Occidente. Riad è il primo esportatore di greggio del mondo. Il 95 per cento del reddito pro-capite saudita è dato dai proventi del petrolio. E l'Arabia Saudita ogni giorno che passa diventa un Paese inquieto. Sono pochi quelli che ritengono Bin Laden un vero principe del terrore. Sul suolo saudita c'è la Mecca e c'è Medina. E' territorio sacro per ogni musulmano. Ma ci sono anche migliaia di americani, che non hanno lasciato il Paese dopo la guerra del Golfo anche se il re Fahd aveva promesso il contrario al consiglio degli ulema, che gli aveva concesso il permesso in via eccezionale. Anzi dopo la guerra del Golfo i legami tra Stati Uniti e Arabia Saudita si sono fatti più stretti: 30 miliardi di dollari di armamenti vari ordinati in Usa. E i soldati che non lasciano il sacro suolo. Gli oppositori interni al regime di Riad si sono fatti sentire più volte: petizioni firmate dagli ulema fino all' attentato contro la basa americana di El Khobar , che ha provocato 19 morti. Gli islamisti radicali sono cresciuti e una mano la dà la crisi economica. Il reddito pro-capite da oltre dieci mila dollari nel 1984 è sceso a sei mila due anni fa. Un sintomo della crisi è anche l'espulsione di quasi mezzo milione di lavoratori stranieri dal Paese. Tutto ciò sta favorendo la diffusione di movimenti radicali, che contestano alla dirigenza di Riad anche la funzione di calmierizzazione dei prezzi del barile durante gli ultimi anni su imposizione occidentale. Gli islamisti che guardano a Bin Laden considerano la monarchia saudita corrotta e infedele al punto di giurare di volerla abbattere. Così gli analisti occidentali cominciano a porsi il problema del petrolio se mai i forzieri sauditi dovessero finire nelle mani dei nemici dell'Occidente.
Dopo l'11 settembre le fortissime pressioni americane hanno impedito ai Paesi arabi di diminuire la produzione per far alzare i prezzi. La mossa ha fatto sorridere Bin Laden, che nei confronti delle masse arabe, ha incassato un punto a suo favore. Un rialzo del petrolio avrebbe messo ulteriormente in ginocchio l'economia già provata dagli strascichi anche psicologici dell' abbattimento delle Torri. Mentre un ribasso troppo netto avrebbe messo in crisi i Paesi produttori, che già si dibattono tra fondamentalisti e moderati. Ma ciò non basta: la vera sfida è la ricerca di approvvigionamenti alternativi a quelli tradizioni del Golfo. La Libia potrebbe rientrare nel gioco e le dichiarazioni di Gheddafi a favore degli attacchi americani potrebbero significare l'apertura già in corso di una linea di credito. Eppure la vera partita si gioca attorno all'Afganistan, che deve diventare area tranquilla. Varie stime, soprattutto americane, indicano che sotto Kasakhastan, Azerbaigian, Turkmekistan e Uzbekistan vi è un tesoro di barili di greggio e una quantità enorme di metano. Più prudenti invece sono le valutazioni europee.
Dell'Eldorado del Caspio si sapeva già tutto. Almeno da quattro anni. E anche del ruolo che le riserve di gas naturale e di petrolio dell'Asia centrale giocavano a determinare la politica americana nell'area. E' il 12 febbraio 1998 e davanti alla sottocommissione per l'Asia e il Pacifico del Congresso degli Stati Uniti a Washington parla mister John Maresca, vice-presidente delle relazioni internazionali della Unocal Corporation una delle quattro compagnie americane che hanno interessi energetici in Asia centrale. Le altre sono l'Amoco, la Exxon e la Pennzoil. Maresca prospetta una scenario delle estrazioni, delle quantità e delle direzioni che deve prendere il nuovo prezioso oro nero per raggiungere i mercati giusti, essere competitivo e fare del bene all'Occidente. Il suo discorso è chiaro e lineare e descrive uno scenario che aiuta a capire quanto accade oggi. A chi serve il petrolio centro-asiatico? "L'Europa occidentale, orientale e gli Stati indipendenti nati dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica crescono lentamente", spiega Maresca, "al massimo potranno avere un incremento del Pil pari al 2,1 per cento su base annua. Per l'Asia tutto cambia. Il bisogno energetico del continente crescerà rapidamente. Noi dell'Unocal abbiamo previsto un raddoppio della domanda di petrolio entro il 2010". Era l'anno delle turbolenze asiatiche, della caduta delle cosiddette "tigri" dell'economia dell'Estremo Oriente. Ma Maresca dice che non importa, che la crisi è solo passeggera: "Riteniamo valide le nostre stime sul lungo periodo". E osserva: "E' nell'interesse di tutti che vi siano adeguate forniture alla richiesta crescente di energia in Asia. Altrimenti gli asiatici opereranno pressioni sui mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto". Ma, avverte Maresca ed è qui la chiave interpretativa dell'audizione, "finché a Kabul non ci sarà un governo che goda della fiducia degli Stati Uniti" nulla sarà possibile. La richiesta è forte, pressante. I deputati del Congresso ne rimangono sorpresi. L'Asia centrale torna ad essere la porta dei traffici, come lo era una volta quando queste regioni erano l'asse portante della via della seta. Ciò che cambia sono gli attori: non più gli Europei e la Gran Bretagna, ma gli Stati Uniti e le sue grandi compagnie petrolifere.
Maresca fa due conti davanti al Congresso: "Le riserve petrolifere ad oriente del Caspio potrebbero ammontare a 60 miliardi di barili. Alcune stime arrivano fino a 200 miliardi di barili. Nel 1985 la regione tirava fuori 870 mila barili al giorno, ma entro il 2010 si può arrivare a 4 milioni e mezzo di barili al giorno". E' una cifra importante perché vuol dire la metà di quanto estrae ogni giorno l'Arabia Saudita, il primo produttore mondiale. Tuttavia "c'è un grave problema da affrontare", sottolinea Maresca: "Come portare le risorse ai mercati che ne hanno bisogno? L'Asia centrale è isolata, sbarrata politicamente oltre che geograficamente". Gli oleodotti e i gasdotti delle repubbliche ex-sovietiche della fascia asiatica vanno tutti verso Mosca e, commenta Maresca, "è improbabile che la Russia nei prossimi anni possa diventare un mercato significativo".
Nel 1998 erano già stati finanziati due progetti. Il primo della Caspian Pipeline Consortium per la costruzione di un oleodotto fino al porto russo di Novorossiysk sul mare Nero. Il secondo dell'Azerbaijan International Operating Company , un cartello tra 11 compagnie straniere di cui quattro americane, che prevedeva un percorso simile, attraverso la Georgia, fino ad un terminale sul Mar Nero con una deviazione a sud verso il porto turco di Ceyhan, sempre sul Mar Nero. Ma ecco che Maresca spiega al Congresso che non è conveniente portare il petrolio verso l'Europa: il mercato è quello asiatico e la via più redditizia passa attraverso l'Afganistan e raggiunge i porti pakistani sull'Oceano indiano. Maresca annuncia che non si tratta solo di un idea: "Abbiamo lavorato con l'università del Nebraska a Omaha per sviluppare un programma operativo". Esso prevede un oleodotto lungo 1040 miglia attraverso Afganistan e Pakistan del diametro di circa un metro, capace di trasportare un milione di barili al giorno. Il progetto è simile a quello dell'oleodotto che attraversa l'Alaska e costerebbe circa due miliardi e mezzo di dollari. Ma oltre al petrolio c'è il gas, di cui soprattutto il Turkmenistan è ricchissimo. E qui Maresca prospetta due progetti: "Il primo è quello del gasdotto Eurasia per portare gas in Turchia; il secondo dovrà collegare il grande giacimento di Dauletabad in Turkemenistan con il terminale di Multan in Pakistan attraverso ancora l'Afganistan: 790 miglia". Per questo secondo progetto nel ottobre 1997 era stata costituita una società, la Central Asia Gas Pipeline Consortium", chiamata CentGas, che proponeva anche un prolungamento della gasdotto fino a New Dheli. Ma, ricordava Maresca al Congresso americano, "anche questa società non ne potrà cominciare la costruzione finché non si sarà insediato a Kabul un governo amico e riconosciuto internazionalmente". E commentava al termine dell'audizione: "L'assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari".
Alberto Bobbio
Alberto Bobbio è nato a Novara nel 1959. Si è laureato nel 1983 in scienze politiche all'università cattolica del Sacro Cuore a Milano. Lavora a "Famiglia cristiana" dal 1991; è inviato speciale per gli esteri occupandosi delle aree di crisi del Mediterraneo. E' sposato e ha tre figli.