Sollecitudine e azione responsabile


Per questo serve non solo senso della realtà, ma anche senso della possibilità

 

I gesti tra noi riacquistano una priorità. Sono luogo d'ascolto, da cui partono interpretazioni condivisibili della situazione, e possibili decisioni. Quando l'azione non pratica un assunto prestabilito soltanto. La simbolizzazione, come il racconto di storie, sono decisivi perché organizzazioni e pratiche di cura sappiano essere luoghi vitali che ospitano donne e uomini nella prova della loro vulnerabilità. "Capire significa portare avanti qualche cosa, cogliere una verità non significa affermare una cosa una volta per tutte, significa piuttosto scoprire uno scenario nel quale è promettente e florido cercare" (A.G. Gargani, 1998).
Costruire tra curati e curanti quadri ricompositivi è compito assunto che si sviluppa in dialoghi e gesti. Costruire quadri il cui elemento estetico e poetico permette una "poiesis" creativa: "metafora viva" per la pratica del bello e del buono concretamente possibile.

Si può assumere un approccio costruttivo, ri-pensando ai saperi tecnici, medici, diagnostici e terapeutici, come strumenti e materiali utilizzabili per la costruzione di sviluppi di biografie e di processi di vita per donne e uomini col senso della possibilità. Che sanno trasformare, ri-aprire condizioni e scenari, sul nuovamente possibile, del quale assumere corresponsabilità. Per questo serve non solo senso della realtà, ma anche senso della possibilità. Mobilitando una specie di insight: in modo che le azioni si conservino nella loro traccia simbolica.
I movimenti dell'affidamento, del desiderio, dell'accettazione, dell'intenzione componendosi e configgendo sollecitano i racconti delle donne e degli uomini; racconti che cercano la comprensione, l'identità, il riconoscimento.
Pure su questi crinali si evidenzia la crisi della ragione forte, che irrigidisce l'infinita varietà della vita e delle sue forme. Ed è sempre su questi crinali che si fa strada la pratica di linguaggi nuovi, e differenti, che cercano ed esprimono una nuova prossimità alle cose e alla vita, all'esperienza delle persone.

Nelle organizzazioni di cura e assistenza si notano movimenti oltre una "razionalità distale" prestabilita e necessitante, sottratta alle intemperie dello spazio e del tempo (quella di Cartesio e Kant), verso una "razionalità prossimale o ermeneutica", capace di "esporsi" alle cose e ai contesti di vita più che di imporsi e ordinare (A.G. Gargani, 1999).
Ospitare, accompagnare tratti della biografia di persone intere, di situazioni complesse, dalla incerta definizione, situazioni e paesaggi interiori non ricomposti, instabili, è sapere dire e cogliere movimenti di vita e balbettate parole, da parte di chi sa colloquiare, delicato ermeneuta, con l'ambiente.
Facendo ben attenzione a non confondere le rappresentazioni con la realtà esterna; o come pure a non riportare bruscamente il progressivo e contraddittorio manifestarsi del dialogo tra le varie istanze dell'interiorità d'ognuno nella "zona rischiarata" della coscienza, dell'identità "spontanea", dell'identità di sé a sé. Per questa via, infatti, non c'è possibilità di "uscire all'aperto", di giungere dove "non ci aspettavamo", dove ci sorprendiamo d'essere stati capaci di arrivare (o incapaci di evitare di passare). C'è (ci può essere) un'attesa su di noi, e c'è (ci può essere) in noi dialogo e conflitto: una differenza di noi a noi. Occorre avviarsi su delicati sentieri d'una ermeneutica dell'esistenza.
Zygmunt Bauman alcuni anni fa invitava a riflettere sulla nuova strategia attivata nella post-modernità occidentale per "emancipare" dalla mortalità e dalla sofferenza le donne e gli uomini. Questa strategia supera quella moderna, della "decostruzione della mortalità", che si realizzava attraverso le battaglie regionali e particolari della medicina contro la morte, e attraverso la "dissoluzione" della mortalità in esercizi di protezione, di tutela e di prevenzione nella vita quotidiana e sociale, su questioni specifiche (Z. Bauman, 1995).
La strategia attuale tende invece a "decostruire" l'immortalità attraverso la cancellazione dell'irreversibilità e la diffusione di una quotidiana rappresentazione di sostituzioni, innovazioni, fungibilità di ruoli e funzioni, opportunità e opzioni. L'identificazione del transitorio con il duraturo, la 'riduzione' della trascendenza alla prestazione, all'evento momentaneo, al "no limits", e alla notorietà sono le componenti di tale strategia pervasiva.
Strategia di vita "ad uso universale": non mira a colonizzare il futuro ma a "dissolverlo" nel presente offrendo "cose e legami effimeri e transitori", proponendo una recita della vita quotidiana come esorcismo e prova generale della morte. La questione del morire e dell'oltre la morte vengono "risolte" per dissolvenza, verrebbe da dire. Con questa "vaccinazione a piccole dosi" verrebbe vinta la tossicità del morire. E fornito l'antidoto alla sofferenza. Un grande "teatro dell'immortalità" che celebra la non durevolezza: "beatitudine del consumatore", scrive ironicamente il sociologo polacco, "la vita non è un romanzo(…) ma un chiosco di libri".
Non è un caso che questa corrente profonda e radicata nelle culture e nelle pratiche, sostenuta anche da una pratica medica che tutto affronta e sostituisce, produca anche una "decostruzione della socialità". Perché la attacca nel luogo originario: quello della responsabilità per/dell'altro, quello dell'etica (E. Lévinas, 1982; 1996; 1998). I processi di costruzione dell'identità e dell'appartenenza vengono profondamente trasformati: le persone tendono a vivere tutti gli scontri interpersonali e di gruppo come conflitti di legittimazione personale.

Essere responsabili dell'altro è un orizzonte radicalmente alternativo al conatus essendi che ci rende incapaci di soffrire e di curare, e in "fuga dalla libertà". Essere per l'altro è elezione a unicità e insostituibilità di contro all'indifferenza e alla fungibilità.
Io, non altri, sono chiamato ad assumermi la responsabilità, a prendere cura. Io solo. Anche in lucida e densa appartenenza alla migliore cultura laica e illuminista: Barman cita la Heller e il suo richiamo all'imperativo categorico kantiano che "esiste che io agisca come se l'alleviamento della sofferenza di ogni essere dipenda dal mio agire".
La morte allora esce dall'insensatezza, dall'assurdità ingiustificabile, affondata nel vitalismo di una non-esistenza evanescente. Essere per l'altro, fino al morire per l'Altro, è senza calcolo, o fine in vista (ricerca di fama, abbellimento della storia, desiderio della morte…). In sola sollecitudine.
Anche l'insistito richiamo, divenuto rituale, alla "qualità della vita" manifesta la fragilità del suo fondamento nel relativismo culturale che richiama l'insuperabile politeismo dei valori come impedimento a una ricerca di determinazione del bene e del male. E che presenta la salute come fine e come compito per l'uomo.
Si è diffusa così una cultura ossessionata dalla salute: le nuove rappresentazioni della salute e della malattia non presentano la salute come mezzo per una vita buona ma la presentano come un fine, un valore, un obiettivo. Si vive per la salute: e ciò trasforma profondamente il rapporto con il corpo.
E può portare a una delega ipertrofica alla medicina, alla tecnologia medica. La silenziosa espropriazione delle persone dall'attivazione e dall'esercizio di risorse e strategie (affettive, simboliche, relazionali) per "far fronte" alla malattia può minare tale capacità di far fronte. Oltre che quella di integrare nella propria vita le inevitabili menomazioni, la decadenza, la morte (C. Viafora, 1998; I. Illich, 1976). Costruisce anche una via di "fuga della libertà" per chi, paziente, intende liberarsi dal sintomo e evitare di scendere più a fondo nell'esperienza della malattia (G. Spinanti, 1998). Scaricando sul medico (che avverte la sua corresponsabile co-implicazione nel sostenere e rendere rappresentabile una nuova pagina e possibilità di vita e libertà) un peso morale esagerato, ingiusto.

La salute può essere, certo, "compito", cosa cui si attende, ma non un fine: è luogo, sostegno, prefigurazione parziale, condizione (ma la salute che c'è, anche se è divenuta incerta e parziale) per una vita buona. A tale compito si attende non solo attraverso lo sviluppo della ricerca o la rivendicazione di un diritto, ma producendo la salute come bene intersoggettivo.
Si può aprire un discorso pubblico attorno a queste dimensioni? Pare difficile, pur se le pratiche quotidiane e le pratiche sociali già da qualche tempo lo anticipano e, per frammenti, lo articolano.
L'attenzione a evitare ogni riferimento alla coscienza personale "per non usurpare l'autonomia morale della persona", così diffusa in una parte della riflessione bioetica, quella che privilegia risposte di carattere "procedurale" (il riferimento è alle teorie etiche contemporanee che assumono la figura dell'analisi della lingua), ha come effetto la dissociazione sistemica tra le forme della "cultura pubblica" e le forme della "coscienza privata". Anche quando, in questo caso, si parla di coscienza (consciousness) questa "denominazione delle forme della presenza a sé del soggetto" viene ridotta all'accezione psicologica. Se ne rimuove, cioè il profilo morale. Ma la presenza a sé "non si può realizzare che nella forma morale" (conscience) (G. Angelici, 1998)

Ivo Lizzola

Ivo Lizzola insegna Pedagogia sociale presso l'Università degli Studi di Bergamo, è presidente della cooperativa Centro formazione e lavoro "Achille Grandi" che si occupa di politiche sociali e giovanili. E' autore di "Città laboratorio dei giovani - politiche giovanili come esperienza di pedagogia sociale", Ed. Lavoro 2000 e "Educare dai margini - marginalità e cura come luogo educativo", Ed. Celsb 2000.

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