Libri - Diritti e stato nella mondializzazione


di Umberto Allegretti

E' dei nostri diritti che parla l'ultimo libro di Umberto Allegretti. Di quei diritti, che ci siamo abituati a definire "di cittadinanza", per significare che essi sono inviolabili, incomprimibili, fanno corpo ormai con la democrazia, ed infatti nessuno formalmente nega ma anzi proclama o articola in sempre nuove dichiarazioni (l'ultima, com'è noto, è la carta dei diritti dell'Unione europea). E che, tuttavia, sono messi di fatto in questione nel loro effettivo contenuto, quando non calpestati o negati. Basta pensare ai diritti sociali o a quelli elementari alle condizioni materiali di vita, che sono i più esposti perché direttamente condizionati a quelle libertà economiche illimitate, che nessuno sembra mettere più in discussione. Ma anche ai classici diritti di libertà: è evidente la compressione che subisce il diritto di libera circolazione per gli immigrati o lo stesso diritto alla vita, specialmente delle donne e dei bambini ma in generale di tutti i civili per effetto della guerra pur nobilmente motivata con il rispetto o l'attuazione dei diritti umani o -ultima novità dopo l'11 settembre- contro il terrorismo.
Proprio l'esercizio della violenza organizzata introduce alla riflessione sulla nuova dislocazione dei poteri a livello mondiale, con l'occasione purtroppo perduta dall'Onu dopo la fine della guerra fredda di porsi come assoluto controllore della situazione mondiale e con il rischio della mondializzazione militare. E' la globalizzazione -il volto attuale della mondializzazione, un processo che affonda le radici nel tempo e, comunque, nel sistema di relazioni politiche originato dal secondo conflitto mondiale- la "definita unità di senso" (Barcellona) che Allegretti assume per studiare la sorte dei diritti. La globalizzazione, con la raggiunta equiparazione alla completa liberalizzazione economica, detta, infatti, nuove compatibilità ai diritti assoluti, li relativizza in funzione dell'individualismo incurante dell'altro.

Per stare, ad esempio, alla nostra Costituzione, a perdere è la precedenza della persona umana, intesa nel senso intersoggettivo e solidale che ritroviamo nell'art. 2, frutto dell'ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti il 9 settembre 1946 alla Costituente e considerato il presupposto ideologico della Costituzione. Una sconfitta per vero quasi immediata, avverte giustamente Allegretti, perché le politiche del dopoguerra si svolsero in sostanziale continuismo con la situazione precedente, grazie al sostegno dato ad un'illimitata libertà di intrapresa, di ricerca, di consumo, di profitto, di "crescita" del sistema produttivo: un individualismo che sfocia poi nel totalitarismo, in quella "macchinizzazione" -per usare l'espressione di Anders, poi ripresa nei nostri anni da Severino, da Galimberti, da Latouche- di cui ognuno di noi è solo un ingranaggio, o un "funzionario".
La globalizzazione ha trovato, insomma, terreno fertile. Non ha avuto bisogno di segnare una soluzione di continuità, anche se inedita è questa combinazione tra dismisura individualistica e imposizione di una totalità, che si estende all'intero pianeta e di cui ogni accadimento tende a diventare, e ad essere considerato, come un semplice componente. Allegretti non si iscrive tra i no global pregiudiziali, quella sorta di laudatores temporis acti che contrastano la globalizzazione con l'intento dichiarato di sconfiggerla: una forma contemporanea, mi pare, di luddismo. Il diritto è una scienza pratica, un'arte combinatoria che orienta l'approccio dei suoi cultori ai problemi e, quindi, ad un giurista non può sfuggire l'irreversibilità, almeno in gran parte, del fenomeno: di più il suo corrispondere ad una tendenza universalistica propria dell'animo umano. Ma proprio perché giurista Allegretti coglie con maggiore intuito un aspetto poco esplorato della globalizzazione e tuttavia estremamente incisivo, di quelli che concretamente contano nella vita quotidiana delle persone (Bauman).

Si tratta appunto dell'incidenza della globalizzazione sui diritti fondamentali: nell'atto in cui ne sostiene inevitabilmente la tendenza all'universalizzazione essa li sottopone alla signoria della finanza mondiale e mondializzata, alla sovranità dell'economia sulla politica e sulle stesse Costituzioni. Queste sono ridotte al rango di ordinamenti settoriali, subalterni ai vincoli internazionali e sopranazionali, come la stessa Unione europea, ai quali sacrificano consapevolmente -grazie a meccanismi di autolimitazione della propria sovranità (come per esempio l'art. 11 della nostra Costituzione)- le loro anche importanti affermazioni di principio.
C'è speranza in questo orizzonte globale per azioni di contrasto, di dissidenza o almeno di resistenza? Qualche timido segnale in controtendenza si scorge, se si guarda ad iniziative e sensibilità che si vanno sia pur faticosamente diffondendo, come il commercio equo e solidale, le "banche etiche", associazioni come Attac, mobilitazioni sulla Tobin Tax o la stessa resistenza sviluppatasi in Italia contro le riforme costituzionali promosse dal primo governo Berlusconi e dalla commissione bicamerale; forse anche l'attuale resistenza ai progetti di normalizzazione della magistratura. La conclusione di Allegretti lascia spazio, perciò, all'ottimismo: a certe condizioni, "un altro mondo è possibile".
Ma sono condizioni, è bene esserne consapevoli, onerose, al limite non del proibitivo ma certo del sacrificio personale. Se è vero che non si tratta di coltivare velleità di "soppressione" della globalizzazione, si tratta comunque di ridimensionarla, di retrocederla al suo posto. Il che significa riposizionare i diritti al livello dei fini, di farne non una variabile dipendente dell'andamento dell'economia ma il limite e la condizione di questa. E recuperare a tale scopo la persistenza della funzione dello stato, che non può disinteressarsi delle funzioni trasferite agli organismi sopranazionali né può mancare di riattivare la sua sovranità quando magari è la stessa comunità internazionale ad offendere i diritti fondamentali. E' la grande questione delle strutture della democrazia nell'età della globalizzazione, che spazia dal potenziamento delle autonomie locali e delle autonomie sociali al rilancio dell'Onu nella sua funzione di governo della mondializzazione.

Ma per perseguire questo disegno -ecco l'onerosità non solo politica ma anche personale delle condizioni- è necessario mutare il sistema dei valori: occorre, infatti, "ripudiare" -è il termine che usa la nostra Costituzione per la guerra- il primato e l'omnicomprensività dell'economico, che è poi il primato dell'individuo concepito non come persona, vale a dire nel suo rapporto io-tu, con l'altro, ma contro l'altro. La dialettica -spiega Allegretti rifacendosi a Lévinas- è, insomma, tra totalità ed infinito: la totalità racchiude tutte le differenze nel proprio progetto, come Ulisse che viaggia, conosce, si avventura ma per tornare e concludere tutto ad Itaca, donde era partito; e come in Ulisse la totalità scatena l'affermazione della propria superiorità sull'altro, sì che questi diventa un altro. L'infinito apre alla ricerca, alla molteplicità, al riconoscimento del proprio limite, anzi a vedere nell'altro la propria essenza.
Può sembrare a prima vista eccentrico che un libro sui diritti si nutra di letture apparentemente distanti come quelle di Lévinas o di Jonas o di altri autori, come quelli prima citati, ma proprio questo solido retroterra culturale consente ad Allegretti di dar ragione della sua, che è anche nostra, speranza, senza fare nessuna concessione ai buoni sentimenti e anzi facendo giustizia di un certo antiglobalismo predicatorio, quando non parolaio, e facilone. Invece, non è facile ma possiamo farcela: e la capacità di padroneggiare diversi registri consente ad Allegretti di dirlo in modo accessibile e con quella chiarezza, che si raggiunge dopo anni dedicati a trattare un problema.



Nicola Colaianni

Nicola Colaianni è magistrato della Corte di Cassazione e docente di Diritto ecclesiastico all'Università di Bari.. Ha fatto parte come esperto della delegazione dell'Unione buddhista italiana nelle trattative con lo Stato. E' stato deputato nella XI legislatura ed attualmente fa parte della direzione dei Comitati per la Costituzione fondati da Giuseppe Dossetti. Ha scritto tra l'altro "Tutela della personalità e diritti della coscienza".

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