| La città patrimonio dell'umano |
La città è luogo di una identità che si ricostruisce continuamente a partire
dal nuovo, dal diverso
Mai come in questo tempo stiamo sperimentando, più ancora che la forza, la debolezza delle nostre città. Eventi drammatici che hanno toccato altre metropoli, il riproporsi recente di oscure minacce e più in generale la complessità dei processi in atto nei grandi agglomerati urbani sembrano indurre a un senso di sgomento di fronte alla difficoltà di reggere alle sfide che pone la grande città. Eppure la città è un patrimonio dell'umanità. Essa è stata creata e sussiste per tenere al riparo la pienezza di umanità da due pericoli contrari e dissolutivi: quello del nomadismo, cioè della desituazione che disperde l'uomo, togliendogli un centro di identità; e quello della chiusura nel clan che lo identifica ma lo isterilisce dentro le pareti del noto. La città è invece luogo di una identità che si ricostruisce continuamente a partire dal nuovo, dal diverso, e la sua natura incarna il coordinamento delle due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell'uomo: la fatica dell'apertura e la dolcezza del riconoscimento. Ambrogio le caratterizzava secondo la nota formula: "cercare sempre il nuovo e custodire ciò che si è conseguito" ("ut et operibus nova quaerat et parta custodiat": de paradiso, 4,25).
La
città e le differenze
Noi avvertiamo la fatica di costruire la città del nostro tempo come un luogo
insieme protettivo e aperto, come una specie di Gerusalemme celeste dalle molte
porte (cfr Apoc 21,12-13). Per queste porte infatti entrano e sono entrate tante
differenze disorientanti. E vi sono entrate ancor prima di quelle che noi comunemente
definiamo con il prefisso di extra e a cui tendiamo ad attribuire mali che sono
più radicalmente epocali e culturali. E' stata infatti la società complessa
a sancire la fine della unità di un costume comune e identificante. E' stata
la frammentazione ad essa congenita che ha polverizzato quella che prima era
un'unica identità nei tanti sotto-insiemi della società, i quali aspirano ciascuno
a regole particolari e diverse. Sicché l'apertura della città rischia oggi di
spersonalizzarla e ogni soggetto che vi entra si sente isolato; e, d'altro canto,
l'identità si rifugia, quasi per paura, nei tanti gruppi amicali paralleli che
rivendicano proprie regole particolari. Così l'apertura, disarticolandosi, non
arricchisce più l'identità e l'identità, parcellizzandosi, non dà senso a tutta
la città.
Eppure la città conserva un ruolo visibile di manifestazione dell'umano, se
è vero che diventa luogo simbolico privilegiato dove si scarica il conflitto;
una cassa di sfogo di scontri ideologici e perfino di disagi comuni. Ed essa
ne paga forti tributi di insicurezza e perfino di sangue. E così può nascere
uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche,
per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l'eliminazione
degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. E' allora la città destinata
a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni
mediatiche? E' destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city,
identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di
accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi? E però se
l'antidoto alla città difficile diventa una piccola città monolitica assediata
dalle mille città diverse, la città perde il suo ruolo di identità-apertura
e si originerà una faglia di insicurezza che metterà a repentaglio gli insiemi.
E' questa, in realtà, una delle caratteristiche e uno dei limiti d'una oligarchia,
non d'una democrazia, stando a Platone: "uno Stato oligarchico è non unico,
ma doppio: uno dei poveri e uno dei ricchi, sussistenti entrambi nello stesso
territorio, in perenne conflitto tra di loro" (Repubblica, VIII,7. 551d).
Si evidenzia perciò, oggi come non mai, la difficoltà della gestione della città
e del suo governo politico, e può nascere la tentazione di gestire la città
limitandosi a tenere separate le parti che in essa convivono mediante una specie
di paratie tecniche. Ma così la città muore e soprattutto muore il suo compito
di custode della pienezza dell'umano, per cui essa era nata.
La città a misura di sguardo
Invece, proprio in forza della sua complessità localizzata, la città permette
tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo,
e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all'uomo di affinare
tutte le sue capacità. Essa è infatti sempre meno un territorio con caratteristiche
peculiari, e sempre più un mini-Stato dove si agitano tutti i problemi dell'umano.
E' perciò palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica
come attività etica architettonica. E in più ha dalla sua il vantaggio di una
tradizione di identità propria. Ce l'ha in particolare Milano -e le è comunemente
riconosciuta- nel ruolo del lavoro e dell'organizzazione amministrativa e di
servizi, di un raccordo tra religione e strutture formative e caritatevoli,
che la rendono luogo facilmente riconoscibile da chi vi sopraggiunge. Ma se
si perdono le radici culturali di questa identità e si cerca solo di mantenerne
vivi i vantaggi tecnici, si finisce e col perdere l'anima della identità e,
alla lunga, anche i suoi vantaggi.
Milano non può, nel nome dell'identità, perdere la sua vocazione all'apertura,
perché proprio questa è iscritta nella sua identità, cioè la capacità di integrare
il nuovo e il diverso. L'accoglienza, come categoria generale, non è per la
milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato
di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti
furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva. Per questo sono
lieto che sia possibile, in collaborazione anche col Comune, offrire alla città
una "Casa della carità" che risponda alle intenzioni di un generoso benefattore
milanese e rimanga come segno di accoglienza verso i più sprovveduti.
La città per i deboli
Ed è soprattutto ai deboli che va il nostro pensiero. E' inutile illudersi:
la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma
i poveri ad andare dove c'è il pane. "Scegliersi l'ospite è un avvilire l'ospitalità",
diceva Ambrogio ("ne dum hospes eligatur, hospitalitas ipsa minuatur": Exp.
Luc., VI,66). Ma ciò non significa un'accettazione passiva, subìta e dissennata,
né l'accoglimento solo di quell'ospite che sia simile a noi: il magnanimo ospitante
non teme il diverso perché è forte della propria identità. Il vero problema
è che le nostre città, al di là delle accelerazioni indotte da fatti contingenti,
non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore,
e scambiano questa loro insicurezza di fondo con una insicurezza di importazione.
E invece il tarlo è già in esse ed è qui che lo si deve combattere con lucidità,
vedendo la città come opportunità e non solo come difficoltà. La città va scelta
e costruita con intelligenza e con magnanimità, così come si esprime Ambrogio
in un curioso paragone: "Il luogo dove un re della terra vuol fare riposare
il suo esercito ha da essere non un villaggio sconosciuto, privo di risorse,
non una zona sabbiosa e spoglia di vegetazione, ma una città famosa per i suoi
edifici, ricca e prospera d'ogni mezzo o una campagna ridente e verde di pascoli
o luoghi ricchi di boschi e di campi adatti agli accampamenti". E Dio va sempre
in avanscoperta durante la marcia del suo popolo verso la nuova città.
Parrebbe a volte che la città -in particolare nei suoi membri più potenti- abbia
paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità
mediante la tutela della potenza. Non è la lezione di Ambrogio, per il quale
la politica è eminentemente a servizio dei più deboli. Questo non è un invito
vagamente moralistico, ma ha efficacia politica. La paura urbana si può vincere
con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con
un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso;
con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non
con la fuga e la recriminazione. Chi si isola è destinato a fuggire all'infinito,
perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della
relazione: commune conversationis officium, dice Ambrogio: "comune è il dovere
di intrattenere relazioni" (Exameron, V,ser.viii,21,66).
Reti di relazioni nella città
L'invito a creare legami di solidarietà sempre più diffusi (parentele, amicizie,
gruppi sociali, gruppi culturali, gruppi ecclesiali, gruppi politici) non è
solo uno sfizio di anime belle né la creazione di oasi incomunicanti. E' l'unico
modo per vincere la paura di una impari difesa isolata. Chi si prende cura del
bene di tutti può sembrare, apparentemente, più esposto alle ritorsioni di avversari
con cui dialoga e confligge, ma, in realtà, si cinge come di una corazza delle
adesioni e delle solidarietà che non lo lasciano inerme. Di qui scende la predilezione
congenita della dottrina sociale della Chiesa per i valori sociali più che per
quelli individualistico-libertari cioè per i valori che permettono le relazioni,
non per quelli che concedono all'individuo una libertà il più possibile estesa,
ma senza responsabilità.
Cercare assicurazione alle nostre paure attraverso le chiusure individuali e
l'accumulo di risorse, sembra la via naturalmente più facile, resa perfino meno
odiosa grazie a meccanismi finanziari che occultano le scelte economiche. Eppure
non è questa per Ambrogio la ricetta per uscire dalla crisi. Da sempre, nelle
epoche di angoscia, le sicurezze non risiedono in manifestazioni di potenza,
che innescano catene di reazioni e di invidie; ma sono insite nei gesti di misericordia:
"la misericordia non è mai delusa, ma riceve sostegno" ("Primum omnium misericordia
numquam destituitur, sed adiuvatur": de off., III,47). Per funzionare, la città
abbisogna di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza. In questa
dedizione Ambrogio vedeva rivivere al suo tempo il valore della donazione civica
che era tipico delle alte cariche dell'antica Roma e delle sue virtù. Agli spiriti
forti ricordava l'obbligo di superare lo sterile orgoglio di casta e di ricompattare
una società in via di disgregazione attorno a valori di dedizione. Solo se si
riuscirà a creare con la generosità una mentalità di solidarietà, si troveranno
amici nei momenti critici.
All'attenzione verso gli ultimi la nostra società non si sente più oggi forse
costretta, interessatamente, come nel passato, dalla paura della rabbia dei
poveri, che ormai, ridotti di numero e di potenza, stentano a far sentire la
loro stessa voce e a trovare una rappresentanza politica. Ma la nostra chiusura
produce un male forse ancor peggiore, perché più sottile, che non la rabbia
del povero: l'indebolimento dello spirito di solidarietà. Se è vero che questo
indebolimento comincia a manifestarsi prima verso i lontani ed estranei, e sembra
vantaggioso per chi li esclude, esso poi si approssima via via sempre più ai
vicini e penetra infine, per una ineluttabile dilatazione d'onda, dentro noi
stessi, punendoci quando saremo noi in posizione debole. Non ci si può illudere
di arrestarlo facilmente al di fuori del nostro cerchio di interesse, tenendocene
al riparo. I meccanismi della storia si riproducono inesorabilmente dentro l'uomo.
La città e le sue regole
La ricerca del bene per la città di tutti ha regole proprie di crescita attraverso
le quali non si può non passare, pena la perdita della evidenza di tale bene:
sono le regole del consenso dei cittadini, stabilite dalle modalità democratiche,
e quelle della costruzione del consenso. Non sono pure tecniche o pure metodologie,
ma sostanza stessa dell'atto libero di decisione. Esse passano per il convincimento
e la pazienza, per la stessa graduazione dei valori, perfino per dure rinunce
nel nome di una superiore concordia civile e sempre in vista di un bene più
alto.
Ambrogio, che non dimentica nella sua funzione episcopale l'uomo politico che
fu, sa vedere il valore della disciplina, anche della normatività giuridica
e amministrativa; il valore delle strutture di governo, come luoghi in cui si
costruisce l'uomo "dei doveri". Egli comprende l'importanza della gradualità
della legge e dell'esempio di chi più può. In ciò egli accoglie la lettura stoica
(ciceroniana) del passaggio dall' etica dei doveri all'etica della perfetta
virtù, che è disposizione acquisita a fare autonomamente, e non più per direzione
eteronoma, il bene. Ma anche nella fase di passaggio tra morale e mistica, Ambrogio
insinua, fin dentro le regole e gli sforzi dell'etica, le ragioni del fine unitivo:
le regole dell'etica, anche e soprattutto pubblica, impongono all'uomo quei
comandi che rispondano alla sua natura e alle sue capacità di azione e di realizzazione
di sé. La città può sciogliersi dal freddo compito di accogliere il solo principio
della standardizzazione delle regole e di una democrazia puramente formale dove
vige l'astratto principio che vuole tutti uguali, anche quelli che per ragioni
storiche e di umanità sono profondamente diversi: gli edifici della città -dice
Ambrogio- "sono i comandamenti alti e i più alti... divideteli bene [Sal. 47,14],
distribuendoli secondo le capacità di ciascuno, a seconda delle possibilità
che ciascuno ha di comprenderli con le proprie forze" ("Sunt etiam sublimia
et alta praaecepta, in quibus sunt occulta pietatis mysteria et theoremata sermonum
caelestium. Haec, inquit, distribuite et pro captu uniuscuiusque dividite, quantum
possit unusquisque ingenio proprio comprehendere": Explanatio psalmi XLVII,24).
La possibilità di vedere, nella città, il volto amico del potere dovrebbe contribuire
a promuovere una politica custode di quell'amicizia che in sede civile prende
il nome di concordia e che si prende cura non solo di realizzare il programma
stabilito con i propri amici, ma del terreno comune che sussiste tra questi
progetti e quelli dell'altro, del cosiddetto "nemico". Nessuna nostalgia per
un trascorso, deleterio, consociativismo, che era frutto di baratti di potere.
Si pensa piuttosto ad una proficua mediazione tra valori, che ha da essere costante
se si vuole che non si coltivi nella città il germe della astiosa rivincita
e della conflittualità perenne. Rifacendoci anche alla recente Assemblea della
Conferenza episcopale della Chiesa Italiana, dovremmo ribadire che vanno cercati
tutti i segni di comunione dentro le forze politiche. E quale terreno più proficuo
che la città, luogo complesso dove però permane un ethos più condiviso e una
conoscenza meno mediata? La città è organo politico strettamente identificato
in un territorio controllabile da tutti. Anche la Chiesa, per la sua stessa
impiantagione, privilegia il luogo particolare (per questo si parla appunto
di Chiesa "locale") rispetto ad aggregazioni sovralocali frutto di scelte individuali.
Alcuni meccanismi sono comuni, perché il mondo da salvare è quello con cui veniamo
quotidianamente a contatto, nel quale si muove la variegata ricchezza della
vita di un popolo che è il nostro prossimo più vicino. La città quindi ha, ben
più del villaggio, ben diversamente dai gruppi amicali semplici, la caratteristica
della diversità interferente che cerca di crescere nell'insieme.
I cristiani nella città
Ma qui vorrei anche dire, come vescovo, una parola rivolta specificamente ai
cristiani nella città. Per essi l'invito alla ricerca comune della concordia
si fa più pressante, in particolare per i politici che amano definirsi cristiani,
affinché possano, dentro le varie forze, rappresentare il collante d'una società
che sta faticosamente cercando una sua stabilizzazione civile, in quanto essi
sono portatori dell'ethos storico più congenito al nostro popolo e più identificante.
Noi amiamo immaginare che i cristiani si facciano accogliere negli schieramenti
di orizzonti valoriali differenziati sia per ciò che rappresentano di storia
sia per ciò che garantiscono di sfondamento delle rigidità delle singole forze
e di comunanza con tutti. Che venga loro tributato un pieno riconoscimento civile
proprio in forza di una loro sensibilità comunionale e della connessa capacità
di fungere da elementi che preservano una cittadinanza ancor fragile e conflittuale
dalle cadute nell'irrigidimento contrapposto. Il cristiano oggi nella città
deve interpretare quindi l'alto compito storico di creare un tessuto comune
di valori su cui possa legittimamente trascorrere la trama di differenze non
più devastanti. E questo sia in zone proprie di riflessione e di traduzione
antropologica dei propri valori di fede (e una operazione come questa potrebbe
genuinamente interpretare almeno alcuni aspetti del progetto culturale della
Chiesa italiana) sia facendoli sbocciare dentro i luoghi della diverse appartenenze
politiche, dimostrando che ci si può occupare a pieno titolo, da cattolici,
dei problemi di tutti, non solo con una attenzione confessionale.
Non vediamo affinità con la concezione cristiana in una politica che isola i
contendenti e li fa confrontare tra di loro solo nel momento elettorale. Amiamo
pensare che sia possibile una politica che, pur nel rispetto di ruoli e responsabilità
diversi, sia perennemente dialogica, perché vige in essa la regola del consenso
che, nemmeno esso, è un dato solo elettorale, ma di cui il potere continuamente
ha bisogno per legittimarsi.
La città degli onesti e degli uguali
Sia permesso infine di indicare più in generale quella strada politica efficace
che è quella di dare forza e amabilità a una esistenza vissuta nel rispetto
delle regole, mostrando che una vita umile e paziente, rispettosa delle leggi
ed estranea alle prepotenze, non è atteggiamento imbelle, ma è umana e forte.
Ma finché la nostra società stimerà di più i "furbi", che hanno successo, un'acqua
limacciosa continuerà ad alimentare il mulino della illegalità e anche, sì,
della microcriminalità diffusa. C'è anche un altro effetto, e forse più grave:
quello che, togliendo stima sociale all'onestà, si indebolisca il senso civico,
in specie dei giovani e dei più esposti alle strumentalizzazioni; e che si coltivi,
anche nell'industre Milano, una classe di manovalanza criminosa, attratta dal
facile guadagno. Compito culturale urgente allora -che accomuna la città con
le sue decisioni politiche e la Chiesa con la sua funzione formativa- è quello
di innescare un movimento di restituzione di stima sociale e di prestigio al
comportamento onesto e altruistico, anche se austero e povero: "quanto è fortunata
quella cittadinanza che ha moltissimi giusti" ("Quam beata civitas, quae plurimos
iustos habet, quam celebrabilis ore omnium, quomodo benedicitur tota de parte
et beatus atque perpetuus status eius existimatur": de Cain, II,12). Rivedendo
magari, se del caso, i criteri con i quali la società -e magari anche la Chiesa-
concedono favore e attenzione, criteri che troppo spesso premiano i potenti
di questo mondo.
La città evidenzia le differenze e stimola la politica al suo ruolo principe
di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano
raggiungere una uguaglianza sostanziale. Se compito della città è la promozione
di tutti gli uomini, questo si realizza non con una equidistanza astratta, ma
con scelte preferenziali storiche costose. Solo queste costruiscono un costume
utile alla promozione della moltitudine, e non si limitano a lasciare a gesti
di sensibilità individuale, peraltro sempre meritori, la creazione d'una città
amabile. Siamo convinti che la città di Ambrogio, che ha iscritta nel suo codice
la consuetudine a tradurre in fatti istituzionali qualsiasi evento nuovo che
in essa si produca, potrà trovare le modalità di una traduzione civile partecipata
e corretta delle emergenze umane del nostro tempo e anticipare perfino soluzioni
più generali e partecipate.
E' con questa fiducia e con questo augurio che, mentre ringrazio ancora dell'onore
concessomi, esprimo i migliori auguri per il futuro di questa città per la quale
assicuro che continuerò a pregare e a interessarmi con affetto e trepidazione
anche da luoghi più lontani, magari da quella città di Gerusalemme che riassume
in sé le speranze, le sofferenze e gli ideali dell'intera umanità.
Carlo Maria Martini
Carlo Maria Martini (1927), cardinale, Arcivescovo di
Milano dal 1979, gesuita, biblista. E' stato Magnifico rettore della Pontificia
Università Gregoriana. Appartiene al Consiglio di Cardinali e Vescovi della
Seconda Sezione della Segreteria di Stato ed è Membro del Consiglio Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana. Ha fondato la Cattedra dei non credenti
a Milano.
Tra le sue numerosissime opere, molte delle quali dedicate al commento della
Scrittura, ricordiamo: Figli di Crono. Undicesima cattedra dei non credenti
(Raffaello Cortina), Ricominciare dalla Parola (EDB, 2001), La bellezza che
salva (In dialogo, 2000), Lettera ai giovani che non incontro (EnS, 2000)