| Una Medea moderna nata dalla solitudine |
Nel mito, il personaggio
era quello di Medea. Abbandonata da Giasone, gonfia di dolore e di rabbia, uccideva
i suoi due bambini per vendetta. Per inseguire con un dolore che era il suo,
l'uomo che l'aveva abbandonata. Rendendo impossibile il suo tentativo, il suo
desiderio di rifarsi una vita. Travolgendolo nella stessa spirale di odio e
di morte in cui lei si sentiva travolta.
Nella realtà di oggi, Medea è una donna di trentuno anni. Ha un figlio di quattro
e un secondo figlio nato solo da venti giorni. La gelosia, covata a lungo
nel profondo del suo cuore, è legata al luogo di lavoro dove il marito, dice,
ha la possibilità di incontrare altre donne, che forse sono meglio di lei, mentre
lei è sola. Più sola perché, dice, i parenti del marito non la accettano, non
le vogliono bene. Come hanno fatto, forse, i suoi parenti da cui non ha avuto
il pensiero, la forza, il coraggio, la possibilità di tornare.
Dal mito alla realtà, l'elemento comune delle due storie è sicuramente l'irrazionalità
della passione. Passione che cresce e diventa cieca nel silenzio di una
solitudine che si presenta insieme come cercata e obbligata, rifugio della persona
che non sa comunicare con gli altri ed esilio della persona che si sente rifiutata
dagli altri. Passione che può non trovare più freno nelle abitudini e nelle
cautele della ragione quando non ha trovato la spazio necessario, in un contesto
interpersonale accogliente, per essere espressa, raccontata, condivisa. Passione
che prende la guida del comportamento nel momento che gli altri giudicano da
fuori il momento della follia.
Si ha spesso l'impressione, lavorando con persone che molto hanno sofferto dagli
altri un tempo e che molto fanno soffrire poi gli altri, che il loro sia un
destino in qualche modo già scritto dentro di loro. Un destino cui essi
hanno difficoltà a sottrarsi. Follie di questo tipo sembrano, quando ci si avvicina
a queste storie, preparate lentamente, anno dopo anno. Nello studio del terapeuta
o nel racconto reso, tanto tempo dopo, in un ospedale psichiatrico magari giudiziario,
possono presentarsi, per chi ha avuto il tempo e la pazienza di ascoltare, come
lo sbocco, insieme imprevedibile ed obbligato, di tantissime altre follie. Piccole
e grandi. Di cui il protagonista è insieme o alternativamente vittima innocente
o carnefice irresponsabile. Storie che, riviste da lontano, stanno alla patologia
evidente della follia nel modo in cui il grande corpo sommerso dell'iceberg
sta alla sua parte emersa. Storie che sono come quello invisibili e necessarie
per capire quello che si vede da fuori. Nulla vi è di veramente casuale nella
vita psichica degli esseri umani, diceva, avendo ragione, Sigmund Freud.
Se malattia è soprattutto una difficoltà di prendere possesso del proprio destino,
il lavoro fondamentale dei terapeuti non può essere più centrato sul controllo
del sintomo, deve prendere in considerazione l'organizzazione della personalità
così come si evidenzia e si struttura nel corso del tempo. Una persona che ha
sofferto di depressione, che ha dato cioè segni evidenti del suo star male,
non può non essere seguita con attenzione particolare nel momento in cui le
nasce un secondo bambino. I suoi familiari debbono essere coinvolti. Quella
che serve è una cultura basata sull'idea per cui quello che va sottolineato,
nella storia e nel mito di Medea, non è tanto la drammaticità incomprensibile
della sua vendetta quanto la solitudine disperata in cui questa vendetta
si sviluppa e prende una qualche forma di senso.
Sottratta alla morte da una casualità probabilmente davvero imprevista, la madre
che ha ucciso i suoi due bambini è una persona che andava incontrata prima.
Come tante altre che non arrivano alle luci della ribalta mediatica semplicemente
perché il loro destino si compie in modo ugualmente agghiacciante ma meno spettacolare.
I cui figli non muoiono ma portano ferite spaventose. Persone, tutte, di cui
dobbiamo pensare soprattutto che non siamo ancora stati capaci di sottrarle
al loro destino.
Luigi Cancrini
Luigi Cancrini, già docente di Psicoterapia presso il Dipartimento di Scienze psichiatriche e medicina psicologica di Roma, è il Presidente del Centro studi di Psicoterapia famigliare e relazionale di Roma. Della sua ampia produzione scientifica si segnalano i volumi: Il vaso di Pandora; La psicoterapia: grammatica e sintassi; Verso una terapia della schizofrenia.