| Una comunità di Sem Terra |
Testimonianza di Renato Reinehr
Il Movimento Senza
Terra (MST) del Brasile, molto vicino al movimento zapatista del Messico, costituisce
- come ho scritto varie volte - la speranza più valida di una società alternativa
alla globalizzazione. Non è la mia un'espressione retorica, ma il risultato
di una esperienza sulla quale sto meditando da tempo.
Prima di tutto le famiglie che si mettono in fila, sfidando non solo le peripezie
di una marcia di cui è ignota la durata, ma il rischio di essere attaccate dalle
armi della polizia o dei "grilleiros" (i sicari arruolati dei proprietari di
terre), riscoprono il valore reale della vita, contro i metodi di moltiplicare
la massa del denaro, separandolo sempre di più dai bisogni reali.
Riscattano inoltre la terra divenuta nel capitalismo oggetto di speculazione,
restituendola al suo vero senso di "terra madre" che alimenta chi la lavora,
in una relazione vitale che non ne permette lo sfruttamento cieco da parte di
chi la considera come oggetto senza vita, da abbandonare quando è esaurito il
suo rendimento. I Senza Terra non possono pensare a un arricchimento individualistico,
ma devono progettare il loro futuro in una comunità permanente di vita. Conoscono
perfettamente le difficoltà di una vita comunitaria e sanno che sarebbe una
follia se non si provvedesse a una crescita umana nella linea dello sviluppo,
dell'istruzione e di una religiosità indirizzata all'amore e alla comprensione
reciproca piuttosto che alle pratiche cultuali. Per questo cercano delle amicizie
con intellettuali e con persone religiose che abbiamo superato il livello proselitista
e strettamente moralistico. Per essere chiari, religiosi che portino un messaggio
di unione e di pace piuttosto che di divisione.
Molti gruppi no-global sono oggi alla ricerca di una società alternativa, ma
tutti noi dobbiamo guardarci dal difetto assai comune della nostra cultura,
di appagarci dei progetti. Quando con Renato vidi le forze dell'ordine con le
armi puntate contro famiglie inermi che non si vollero muovere, compresi che
difendevano il diritto di vivere. E c'è qualcosa di più reale della vita?
Arturo Paoli
"Mi chiamo Renato Reinehr, sono sposato con Regina, abbiamo due figli, Luther King di 4 anni e Gandhi, di 9 mesi. La mia famiglia di origine è di piccoli agricoltori, viveva e vive tuttora nello stato del Paranà in Brasile". Così si presenta Renato, biondo, smilzo, occhi chiari, ora in Italia per un breve soggiorno con la sua famiglia, ed evidenzia due componenti della sua storia: l'idealità, come esprimono i nomi scelti per i suoi figli, e l'identità di piccolo agricoltore, legata alla terra, alla natura, al lavoro manuale, ma anche alla vita comunitaria e alla solidarietà tra pari.
Come inizia la tua storia con i Senza Terra?
"Sono stato seminarista per quattro anni, tra il 1986 e il 1989. In quegli anni
ho lavorato nella pastorale della gioventù e ho conosciuto fratel Arturo Paoli.
Ho fatto parte della sua comunità a Foz do Iguaçu. In quell'epoca ho conosciuto
anche il Movimento dei "Sem Terra" (MST) e ho capito che quell'esperienza era
per me un'opzione più chiara e concreta per la causa dei poveri".
Nell'agosto del 1989, ad Ibema (Paranà), Renato partecipa all'occupazione di
terre organizzata dal MST e lì vive per cinque anni insieme alle trecento famiglie
che hanno preso parte all'occupazione, tutte provenienti dal Paranà. Prima dell'occupazione,
per circa tre mesi si erano susseguite riunioni e incontri nei quartieri per
sensibilizzare le famiglie su questa problematica, erano stati contattati i
sindacati e le parrocchie per preparare le coscienze oltre che l'azione. "Alla
fine abbiamo fissato, insieme alle famiglie coinvolte, il giorno dell'occupazione"
racconta Renato. "Tutto è andato bene e per quattro mesi non abbiamo avuto problemi
con le autorità. Dopo quattro mesi, un gruppo di ottocento poliziotti si sono
presentati per farci sgomberare. Quel giorno era con noi anche fratel Arturo,
che teneva un corso di formazione. Ci sono stati alcuni scontri, ma abbiamo
potuto resistere, utilizzando per difenderci gli strumenti del lavoro, zappe,
falci, bastoni, ma nessuna arma da fuoco".
Adesso però non vivi più nell'insediamento di Ibema…
"Dopo questa prima esperienza, che è durata quasi dieci anni, io e la mia famiglia
abbiamo preso parte ad un'altra occupazione, nel municipio di Arapongas (sempre
nel Paranà), insieme ad altre novantaquattro famiglie. Abbiamo avuto un grande
appoggio da parte della chiesa e del sindacato, specialmente nel periodo dell'occupazione.
Sulla nostra terra c'era un'asta da parte del Banco do Brasil, il sindaco stesso
la voleva. Abbiamo dovuto lottare ma finalmente abbiamo ottenuto il riconoscimento
per l'assegnazione della terra. Abbiamo ottenuto anche un piccolo finanziamento
da parte della Caritas per un micro-progetto con cui completare il prefabbricato
dove teniamo le assemblee".
Come si svolge la vita nel vostro insediamento?
A Dorcelina Folador la vita quotidiana è organizzata attraverso 9 gruppi di
famiglie, suddivise secondo la vicinanza, e che costituiscono i nuclei di base,
con un coordinatore e una coordinatrice. Ogni famiglia ha un pezzo di terra
di sei ettari, si coltivano ortaggi, frutta, caffè, con qualche piccolo allevamento
di animali. Alcune famiglie lavorano individualmente, altre si organizzano collettivamente.
In futuro il nostro obiettivo è di organizzare una produzione biologica, per
due ragioni: per garantire a noi e ai consumatori un'alimentazione sana, e per
offrire un'alternativa alla produzione contaminata dell'economia di mercato"
spiega Renato. "I problemi aperti naturalmente sono tanti. Abbiamo bisogno di
nuove risorse e di investimenti, per costruire case, completare l'installazione
della luce, dell'acqua, per tracciare le strade. Inoltre ci occupiamo di organizzare
i vari aspetti della vita comune: educazione, salute, finanze, produzione, tempo
libero, liturgia, comunicazione e cultura… per ogni area vi è un gruppo di lavoro
con un proprio coordinatore. Cerchiamo di dare possibilità a tutti di parlare,
per questo il nostro lavoro è politico".
Quali sono le motivazioni che vi spingono e vi sostengono in questo lavoro?
"Il nostro punto di forza è il sogno di una vita giusta e dignitosa. Quando
non si ha una terra, il motivo di unione è cercarla, dopo diviene tutto più
difficile. Ritorna la tendenza all'individualismo, all'opportunismo, e noi cerchiamo
di fare di tutto per consolidare l'organizzazione perché ci siano conquiste
collettive a beneficio di tutta la comunità e per realizzare un'alternativa
all'economia del mercato capitalista. Non è semplice organizzare il lavoro con
persone escluse dal sistema" prosegue Renato "perché ci sono molte carenze che
richiedono un lavoro continuo di formazione e di crescita umana di coscienza.
Anche a livello familiare c'è ancora una cultura maschilista, che rende difficili
i rapporti paritari. Per questo nei nostri gruppi abbiamo voluto un coordinatore
e una coordinatrice insieme".
Per te personalmente che cosa significa questa esperienza?
Il mio sogno è quello di costruire una comunità con la quale condividere e che
possa essere il punto di riferimento nella mia vita. Questa alternativa di vita
rappresenta per me un modo concreto di incarnare i valori evangelici della mia
fede. Mia moglie, che ho conosciuto nell'accampamento, partecipa alla costruzione
di questo sogno" aggiunge con serena consapevolezza e un velo di commozione.
E' un impegno molto intenso, come lo concili con la tua vita familiare?
"Quando ero celibe mi dedicavo a tempo pieno al movimento, ora devo dividere
il mio tempo tra il movimento e la famiglia. Spero di poter coltivare nella
mia terra l'uva per il vino, la canna da zucchero, la soia organica, l'allevamento
dei polli, oltre alla produzione di patate, verdure, manioca ecc. per la sussistenza
della mia famiglia. E' quello che cerchiamo di far fare a tutti i contadini
per affermare l'idea che si può produrre quello che si mangia invece di acquistarlo
in città" risponde Renato. Ancora una volta quello che ci dice è l'interdipendenza
molto stretta tra dimensione personale e dimensione comunitaria, quell'interdipendenza
che fonda il Movimento dei Sem Terra e nutre il sogno di chi lo vive.