| Della mistica discorde |
"Quando guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e gli astri
che tu hai fissato, che cos'è mai l'uomo perché te ne ricordi,
l'essere umano perché te ne curi?"
Il salmista canta lo stupore della creatura per le opere di Dio, e lo ringrazia perché si ricorda dell' uomo e lo cura come un bambino. Questo è un Dio affettuoso che sta vicino all'uomo. Il libretto di fratel Arturo, "Della Mistica Discorde" si apre con due brani che sembra sottintendano questo Salmo: Maria, sorella di Marta, ascolta la parola di Gesù in contemplazione e forse Gesù le parla della bellezza delle opere di Dio. Einstein, l'autore del secondo brano, anch'egli ebreo, guardando le meraviglie del creato, "vede" stupito e ammirato la realtà che lo circonda e scrive: "La più bella emozione che si possa provare è quella mistica: Colui che non sa sognare ed essere rapito in contemplazione, è come se fosse morto". Come se fosse morto! Mi domando se non dovremmo farci ebrei per capire la nostalgia del Dio paterno e materno che ti tiene per mano e che pervade tutta la riflessione di Arturo Paoli.
Viviamo
in tempi nei quali se i peccati capitali fossero quotati in Borsa, sarebbero
al massimo storico. I peccati ci sono stati sempre, ma quello che li distingue
nel tempo presente è la loro dimensione globale, la tracotanza e la voglia di
sporcare tutto: infanzia, innocenti, la natura. La frode è poi la "star" del
gruppo: io dico Pace e intendo a morte chi non la pensa come me; io dico "buon
cristiano" e dico uno che si fa vedere in chiesa anche se poi si fa complice
di nefandezze a danno dei poveri. La meditazione di fratello Arturo ci addita
molti esempi di contraddizione e ci fa riflettere. La sua non è Utopia, è esperienza
di vita; il suo scritto a me pare autobiografico. E' un soliloquio, un canto
notturno di una persona che si interroga su cosa gli è successo e ce lo vuole
comunicare; riflette il suo carattere forte e il suo parlare diretto senza mezzi
termini, come quello dei Profeti. Una riflessione: come è possibile che dopo
duemila anni di cristianesimo il mondo non conosca ancora il vero Gesù ? Sembra
quasi che sia destino delle grandi religioni monoteiste di sclerotizzarsi perdendo
di vista le loro origini. Ci sono ragioni storiche, ma oggi è forse il caso
di svegliarsi. Non si può più continuare ad ammorbare l'etere con le nostre
invocazioni. Ben dice il Signore per bocca di Isaia: "Che me ne faccio di tanti
sacrifici... non li gradisco… Cessate di presentare offerte insincere; l'incenso
io l' ho in abominio: noviluni, sabati, assemblee liturgiche: non ne posso più
di iniquità e festività". Visto che il tema del trattato è la contemplazione,
ho cercato di ricordare che cosa ha significato per me questa parola. So che
è "una cosa" che non mi appartiene; mi ricorda eremi, cenobi, clausure rigide,
mortificazioni davanti al crocifisso. E' un rapporto verticale con Dio: io in
basso, Lui nella penombra degli altari. Cresciuto in collegio, educato religiosamente,
geloso della mia fede, non ricordo un vero colloquio con Dio, un tentativo di
ascolto di quello che lui voleva da me. Non lo sentivo vicino mentre giocavo
al pallone, né quando passavo le prime ore della notte in ginocchio nella chiesa
del collegio, punito per essere scappato a caccia di ramarri nel torrente vicino.
Stavo in ginocchio con il solo lume del Sacramento a chiedere perdono per averlo
offeso. Un Dio che anche da piccolo mi chiedeva solo conto dei peccati. E così
mi sono abituato a separare le cose del cielo da quelle della terra. Fratel
Arturo, come Isaia, mi ricorda che la religiosità che coltiva solo il sacro,
che cerca Dio solo sugli altari è sterile. Dio è fra noi, è alla nostra portata,
non è un Dio nascosto (quanto si è abusato con questo Dio nascosto!), misterioso.
Il Mistero c'è, ma vive tra noi, e ci vuole santi attivi non religiosi formalisti.
La contemplazione vera poi, quella che serve ai nostri tempi per cambiare il
mondo arriva come ascolto diretto, senza mediazioni della Parola. E' la capacità
di vedere le cose dal "di dentro", senza pregiudizi;" è una improvvisa visione
interiore involontaria che suscita ammirazione, gioia e desiderio che quel momento
non passi e unisce il creato e tutte le facoltà dell'essere umano, senza escludere
quella dell'agire". Situazione difficile da capire: agire come? C'è un episodio
in 2 Samuele, che trovo agghiacciante, a proposito di incomprensione: Davide
riporta l'arca di Dio in Gerusalemme; sente Dio vicino e deve far festa e danza
davanti all'arca come invasato. Danza con il solo perizoma di lino bianco, senza
paramenti regali perché il Re è Dio non lui. E "Mikal (sua sposa), la figlia
di Saul, affacciatasi alla finestra, vide il re David che saltava e piroettava
davanti a Jhwh e lo disprezzò in cuor suo". Lo disprezzò..ma come! un re che
lascia tutte le formalità e si mostra nudo "agli occhi delle schiave dei suoi
ministri" come uno "sfaccendato qualunque!". Quanti "ma come!" avrà sentito
fratel Arturo nella sua vita! "Ma come! Tu sacerdote.."
La contemplazione a cui pensa fratel Arturo può raggiungere tutti: "… la chiesa dei contemplativi che non aderiscono a nessuna religione è immensa.: ne ho incontrato tanti nella mia vita, tutti contraddistinti da umiltà, mitezza, ascolto degli altri. Reduci dall'esperienza di essere usciti dall'ordinario, non ostentano la sicurezza di chi afferma di aver esplorato il tutto e di non aver trovato al di là che il vuoto, il nulla. " E più avanti aggiunge : "Oggi sono disponibili in ogni parte del mondo moltissime proposte mistiche non cristiane, che tendono al medesimo fine di migliorare l'uomo…il criterio di scelta è quello molto chiaro del Vangelo: <>. Cioè: nessuno può dire di avere l'esclusiva. Si può capire la sofferenza di un'anima che ha sentito di essere interpellata da Dio, (o se laico ,da un forte richiamo interiore) senza mediazioni: "ho capito bene? Perché io?" se poi quest'anima appartiene ad un sacerdote nasce la domanda: "E se ubbidendo scontenterò le gerarchie?". Ma l'amore perfetto consiste in una docilità assoluta:"faccio quello che il Padre vuole che io faccia". La meditazione di fratel Arturo, ci dice che la contemplazione, non ti crea l'urgenza di andarti a rinchiudere lontano dal mondo. Al contrario ti fa sentire l'urgenza di coinvolgerti, di interessanti al Regno di Dio impegnandoti attivamente affinché il progetto di Gesù si realizzi qui, ora, nel mondo. Il Regno di Dio comincia qui, e se veramente hai sentito il richiamo, devi farti discepolo del maestro seguendo il Suo metodo. E' una chiamata forte, misteriosa che ha il senso di non poterne fare a meno. Ti fa morire per rinascere! Ma non come in un'estasi momentanea: per sempre. Bisogna lasciare l'io vecchio e falso per essere abitati dallo Spirito che trasporta dove vuole come il vento. C'è un punto che credo molto personale, della meditazione di fratel Arturo che mi ha colpito laddove dice: " Oltrepassando la frontiera religiosa il mistico entra nella passività e la sua relazione con l'Essere non è più discorsiva…E' come se togliessero di mano il breviario a me che sono sacerdote" e poi il testo continua: "Pensiamo ad un uomo che nel suo pellegrinare per il mondo fra gli uomini ha riempito il suo fardello di tutte le miserie incontrate, che non ha saputo dare una risposta al perché di tanta miseria al punto di inaridirsi e allontanarsi dal Dio delle sue usate preghiere. Un giorno nel deserto della sua anima, entra un fuoco divoratore così, all'improvviso, non chiamato. Questo fuoco ancora senza nome lo stringe dei lacci più stretti, lo rende passivo ed obbediente e nello stesso tempo lo trascina con se verso gli Altri. Non riesce più a chiamarlo con il nome del Dio che ha pregato tutta la vita; questo fuoco è il Dio che discende, che lo viene a trovare, che lo manda verso gli Altri. L'Altro è la sua religione, il suo amore per Dio, è la sua obbedienza a Dio, è l' "eccomi" che è l'ultima parola che l'io pronuncia prima di dissolversi nel fuoco". Ho letto molte volte questo paragrafo che la forza della verità vissuta rende poetico. Ne ho paura, mi sento profondamente turbato perché "so" che ogni anima, anche la mia, tende a questo, perché questa è la natura e la vocazione dell'anima. Mi viene la voglia di armarmi della tracotanza per chiedere: "Signore, e a me quando?", ma …se mi ascolta? E se arriva un vento che mi travolge; se travolge tutto quello che ho, affetti, case, benessere, ozi? Non si può fare a metà? No, non si può. Morire per rinascere: ho capito bene.
Fratel Arturo mi consola: ci sono tante virtù che possiede il contemplativo che si possono imitare per stare meglio al mondo: c'è la "pace" di cui parla Gesù, che è silenzio della paura e della cupidigia. Paura che il tempo passato come un cane nero nella notte ci rincorra e ci levi il presente ed il futuro. Il rancore ti inchioda sempre al passato, non puoi evolverti, crescere. Poi c'è la "mansuetudine" evangelica che si raggiunge solo attraverso il perdono, l'accoglienza del nostro io, da qualunque avventura e da qualunque sconfitta sia reduce. E ancora c'è la povertà "che si può definire come la calma, bonaccia dei desideri, dei bisogni irritanti". Queste sono le fiammelle che mi lascia fratel Arturo, il quale è anche sicuro che una differente educazione religiosa e la psicologia potrebbero aiutare l'uomo ad evolversi. Fratel Arturo non scarta niente per portare acqua al mulino del Regno. Per esempio l incontro con il filosofo Lévinas lo ha entusiasmato, con la precisazione che non è sua intenzione "dare il diploma di cristiano al pensiero laico ma, trovare nel pensiero laico elementi che chiariscano affermazioni del Vangelo". E' stato un "felice incontro fra cultura laica e cristiana che potrà portare molti frutti". Lévinas, un filosofo ebreo, davanti agli orrori del mondo causati dall'Io di cartesiana memoria, e che ha a fondamento se stesso (io sono io), ha concepito un' etica che mette al centro l'Altro stabilendolo come entità separata dall'Io. L'Altro mi soverchia senza che io possa mai cessare di essere responsabile della sua miseria. La sua sola presenza è una intimazione a rispondere senza una mia decisione. Questi concetti di Altro e responsabilità. Sono stati approfonditi da fratel Arturo per farne strumenti per meglio comprendere i Vangeli. Questi concetti sono presenti nelle Scritture, ma non sono mai stati portati in evidenza come fa ora fratel Arturo. Per esempio, l' ho ascoltato mentre commentava la parabola del Samaritano e mi si sono aperti gli occhi. Ora la parabola posso leggerla così: un uomo, l'Altro, viene lasciato mezzo morto dai briganti lungo la strada che scende a Gerico; passano un sacerdote e un levita che lo evitano. Il Levitico li scagiona un po': se l'uomo fosse morto mentre lo soccorrevano sarebbe stata una perdita di tempo: purificazione per aver toccato un cadavere, accertamento della giurisdizione sotto cui cadeva il territorio dove si trova l'assassinato, sacrifici purificatori. Meglio tirar dritto. Arriva da Gerusalemme un Samaritano, (la tradizione dice buon samaritano, ma Gesù non lo dice) un uomo benestante con tanto di cavalcatura, che non veniva da una visita al Tempio perché i Samaritani non lo riconoscevano, ma avrà sbrigato i suoi affari in città (pecunia non olet: con i giudei i samaritani erano in inimicizia ma gli affari sono affari); vede l'uomo mezzo morto e si ferma. O meglio, non può fare a meno di fermarsi per indaffarato che sia: la responsabilità verso l'altro gli impedisce di continuare. La scena si svolge in silenzio. Non una parola al ferito per sapere chi è, né il ferito chiede aiuto. Avrà solo guardato il Samaritano con occhi di morente. Il Samaritano lo medica, lo carica sulla cavalcatura, fatica e sudore mescolato al sangue dell'altro, e lo riporta indietro alla locanda; lo assiste e quando vede che è fuori pericolo lo lascia alle cure pagate dell'albergatore: "Abbi cura di lui…". E quando tornerà, l'altro sarà già andato via così, senza neanche informarsi su chi lo ha salvato, e lui non chiederà niente, salderà solo il conto. Sono tante le parabole in cui c'è un dialogo anche breve fra i protagonisti: qui niente, perché l'Altro non parla con noi. Ci impone solo di fermarci. Questo Samaritano solitario,che porta la pace nel cuore, che soccorre senza aspettare mercede perché costretto da una forza superiore, vorrò sempre portarlo con me come il più bel regalo di fratel Arturo.
Giorgio Conte
Giorgio Conte (1933) è sposato e padre di 5 figli. Laureato in chimica, ha lavorato per una grande multinazionale. Per lavoro ha viaggiato molto all'estero, in Africa, Asia, Europa.